Mauro Mancia su Bion
Pubblicato da Raffaele Avico in Teoria · Mercoledì 17 Dic 2025
Tags: Bion, psicoterapia, psicoanalisi, teoria
Tags: Bion, psicoterapia, psicoanalisi, teoria
La letteratura su Bion è ampia e articolata: vogliamo qui pubblicare per intero un articolo del 1981 contenuto all’interno di un numero monografico della rivista di psicoanalisi dedicato proprio a Bion, a cura di Mauro Mancia. Questo volume raccoglie molti contributi a proposito di diversi aspetti teorici della teoria di Bion: quello che qui pubblichiamo è una riflessione estremamente attuale su un tema che -al tempo- doveva sembrare particolarmente avanguardistico, gli intrecci tra la teoria di Bion e la neuroscienza del sonno.
Bion coniuga in sé paradigmi che ancora oggi in psicoanalisi si alternano: il paradigma pulsionale e quello relazionale; la sua idea era che la mente si costruirebbe, per prima cosa, in seno a un assetto relazionale, con il caregiver (la madre o il padre, o chiunque altro) in una posizione di contenimento “totale”, in grado di fornire quella che aveva chiamato rêverie, una posizione cioè di contenimento di qualunque pulsione/bisogno/proiezione giunga dal neonato. Bion sosteneva che nei primi anni, nel periodo pre-linguistico e pre-cognitivo, la mente del bambino sarebbe abitata da “rappresentazioni” di sensazioni, elementi di proto-pensiero e proto-emozioni, materiale emotivo grezzo, che definì l’insieme degli “elementi beta”. Sarebbe stato il seguente “passaggio” relazionale, l’alternarsi di scambi relazionali con la o le figure/e di accudimento, a rendere possibile una raffinatura di quegli elementi β, evacuati dal bambino, “masticati e digeriti psichicamente” dalla “madre/contenitore” e re-inviati “al mittente”, a rendere possibile la nascita della mente del bambino.
Uno degli spunti più incredibili che Bion ci ha fornito, è relativo alla strutturazione della mente: gli elementi β elaborati e raffinati, re-introiettati dal neonato, dal suo punto di vista si sarebbero addensati in una “pellicola”, una barriera di elementi alfa (la versione elaborata degli elementi β), che sarebbe andata a creare la barriera che separa il conscio dall’inconscio negli esseri umani.
Bion la chiamò “barriera di contatto” e ne parla in “Apprendere dall’esperienza”: “la funzione alfa dell’uomo, sia nel sonno che nella veglia, trasforma le impressioni sensoriali aventi rapporto con una esperienza emotiva in elementi alfa che, mentre proliferano, si condensano formando la barriera di contatto. Questa barriera che è quindi in continuo processo di formazione, segna il punto di contatto e di separazione fra gli elementi consci ed inconsci e genera la distinzione fra loro“
Dal suo punto vista, cioè, l’inconscio sarebbe separato dal coscio da una “catena” di elementi emotivi elaborati e simbolizzati/processati dalla mente, il che da un lato ci fa pensare alle teorie di Lacan nel suo periodo strutturalista -con la catena di significanti funzionale a evocare i significati da essi stessi sottesi-, dall’altro rende molto facile agganciarci all’articolo che di seguito riportiamo, relativamente alla domanda: “che fine fanno gli elementi beta non simbolizzati e non mentalizzati”?
Nell’articolo che in seguito riportiamo, Mauro Mancia si spinge a interpretare il fenomeno delle illusioni ipnagogiche come “eruzioni” di elementi β, e legge la neuroscienza del sonno alla luce della teoria di Bion. Tenta poi un parallelismo tra alcuni elementi teorici di Bion più controversi (come la “griglia”) e alcuni altri aspetti biologici. La potenza del modello di Bion, come è stato per tutti i grandi maestri, è la sua plausibilità, la sua relativa semplicità e l’uso di metafore e immagini chiare per tentare di leggere il funzionamento della mente.
Per chi volesse avventurarsi nella lettura di Bion, questo libro può rappresentare un buon punto di partenza.
Qui invece per introdursi al pensiero di Mancia.
Buona lettura!
Rilevanza neurobiologica di alcuni modelli proposti da W.R.Bion
di Mauro Mancia, 1981
Questo mio breve intervento vuole essere una integrazione alla teoria della funzione alfa di Bion nella veglia e nel sogno. L’ipotesi etologica, (Timbergen, 1951) confermata da numerosi dati neurofisiologici (Mancia, 1975, 1976, 1980) che il sonno possa essere considerato una forma di istinto, radicata quindi nella vita pulsionale dell’individuo e attivata dall’energia che risiede nell’inconscio, dove fasi preparatorie o appetitive si alternano ritmicamente a fasi consumatorie, permette un approccio pluridisciplinare al fenomeno sonno-sogno e dà alla psicoanalisi gli strumenti per una integrazione delle conoscenze derivanti dalla pratica clinica e per un arricchimento delle teorie che Freud (1900) ha proposto nella Interpretazione dei Sogni.
Non è qui la sede per puntualizzare le conferme e le smentite che la moderna eto-neurofisiologia ha portato alla teoria di Freud.
Molte delle conferme sono state clamorose come quella relativa alla universalità biologica, almeno fino agli uccelli, di quello stadio che nell’uomo è correlato con i sogni e alla necessità di questo particolare stadio REM parallelo all’attività mentale di tipo onirico, per una normale crescita e vita mentale o, perfino, per la stessa vita biologica.
Mi interessa invece in questa sede, dedicata al pensiero di Bion (1963, 1965) e alla rilevanza biologica di alcuni suoi modelli nati dalla esperienza della psicoanalisi, mettere in relazione alcuni aspetti delle sue teorie ed i contributi più recenti che la eto-neurofisiologia e la psicologia sperimentale hanno portato in tema di attività mentale correlata con quegli eventi biologici che si definiscono sonno non-REM, nelle sue fasi 1,2, 3 e 4 e sonno REM nei suoi vari e complessi aspetti somatici e vegetativi (Mancia, 1980).
Un punto di rilievo del pensiero di Bion, che mi appare centrale al discorso che stiamo facendo, riguarda un aspetto che potremmo definire di tipo «interazionista» della sua teoria e cioè che la funzione alfa, come funzione della mente, ha tra l’altro, il compito di trasformare in elementi alfa, che appartengono ancora al sistema della mente, le esperienze sensoriali e motorie che entrano nel dominio della neurofisiologia e utilizzarle per la formazione del pensiero che rientra a sua volta ancora nelle funzioni della mente. Ma il pensiero di cui si occupa Bion è correlato alla veglia e a fasi di sonno che rappresentano funzioni alla cui base operano processi di comunicazione nell’ambito di circuiti operativi che interessano specifiche e definite, nelle loro modalità, strutture del cervello.
Dunque Bion avanza, sulla base delle sue esperienze cliniche, una ipotesi sul problema mente-cervello che, nonostante il percorso teorico diverso, si riallaccia direttamente al primo pensiero di Freud, quello del « Progetto » (1895) e al suo dualismo che potremmo considerare di tipo interazionista (Popper e Eccles, 1977).
Se leggiamo con attenzione « Apprendere dall’Esperienza», notiamo molte idee che si fondano su convinzioni di tipo interazionista dove la funzione del pensiero, intesa come funzione alfa della mente, interagisce, riassumendone e interpretandone aspetti essenziali, con una funzione di natura neurofisiologica. « Il bambino che prova quell’esperienza emotiva che chiamiamo imparare a camminare - scrive Bion - è in grado, mediante la funzione alfa, di immaginare tale esperienza, pensieri destinati un tempo a diventare coscienti divengono inconsci di modo che il bambino può pensare tutto quanto è indispensabile a camminare senza doverne essere più cosciente » (Bion, 1965, pag. 31). Ma l’esperienza di imparare a camminare è anche una straordinaria esperienza neurofisiologica senso-motoria che parte da complesse strutture specializzate, interessa circuiti facilitatori e inibitori, questi ultimi a tipo di feedback e di feed-forward che modulano la facilitazione e la definiscono nel suo spazio e nel tempo e si basa sulla integrazione di informazioni che provengono dal vario mondo dei recettori periferici. La progressiva formazione di nuove sinapsi nella corteccia senso-motoria, nel cervelletto e in altre strutture sottocorticali, la mielinizzazione di fibre nervose e la organizzazione di circuiti operativi nel sistema nervoso centrale costituiscono gli elementi fondanti l’esperienza neurofisiologica su cui si struttura progressivamente la esperienza emotiva di imparare a camminare e la trasformazione del « pensiero » relativo a quella funzione. Una interazione mente cervello che coinvolge le funzioni alfa del pensiero vigile, da una parte, e le funzioni di circuiti nervosi specializzati per la organizzazione della coordinazione motoria, dall’altra.
Ma l’interazione che, in modo più definito traspare nel pensiero di Bion, riguarda la teoria della funzione alfa nel sogno, teoria che permette una correlazione dell’attività mentale nel sonno con la organizzazione delle varie fasi descritte sulla base di rilievi neurofisiologici. Scrive Bion (1965, pag. 41) «chi dorme ha un’esperienza emotiva, la converte in elementi alfa e diventa in tal modo capace di pensieri onirici».
É noto che i meccanismi della veglia e dell’attenzione e l’inizio della caduta del livello di queste funzioni neurofisiologiche fino all’addormentamento e al sonno con le sue fasi, sono affidate rispettivamente a sistemi desincronizzanti e sincronizzanti sebbene, paradossalmente, sono proprio i sistemi desincronizzanti che dominano nella fase di sonno REM che appare come la più significativa sul piano dell’esperienza mentale.
La funzione alfa della veglia e del sonno-sogno non è compatibile altro che con la prevalente messa in opera dei sistemi desincronizzanti affidati a strutture reticolari mesencefaliche e a circuiti reticolo-talamo-corticali nella veglia e a circuiti a partenza pontina nel sonno REM (vedi Moruzzi, 1972, Mancia, 1980). L’attivazione dei sistemi sincronizzanti che coinvolgono circuiti ipotalamo anteriore-reticolare caudale-talamo mediale-corteccia coincide con il progressivo restringimento del campo di coscienza, la perdita di funzione alfa, il dissolversi della barriera di contatto, la comparsa di elementi beta e la disintegrazione del pensiero. Poiché la nostra mente opera, in modo ottimale, durante la veglia e nell’attenzione, entro un « range » specifico per ciascun individuo che presuppone un perfetto equilibrio funzionale tra i sistemi desincronizzante e sincronizzante sopra descritti, è possibile che la prevenzione di un eccesso di veglia e di attenzione così come quella di una loro eccessiva diminuzione sia affidata ad una organizzazione a feed-back che permetta l’aggiustamento di queste funzioni ad un livello di base. Intorno a questo livello potranno esserci oscillazioni che rappresenteranno la base neurofisiologica delle fluttuazioni della nostra attenzione della veglia e delle funzioni del nostro pensiero. Questi circuiti operativi sono anche quelli che costituiscono la cornice biologica nell’ambito della quale può esplicarsi la funzione alfa.
Nel sonno questo equilibrio viene alterato. All’addormentamento l’acuta deafferentazione sensoriale per ridotto input e per inibizione attiva delle vie sensoriali favorisce i sistemi sincronizzanti che faciliteranno il processo di trasformazione a carattere disorganizzato o destrutturante della realtà sensoriale e la formazione degli elementi, che Bion chiama beta, non idonei per pensare e, a questo stadio, neanche per sognare, ma che possono essere in parte evacuati lungo i canali della sensorialità (le allucinazioni ipnagogiche) o della motricità (le mioclonie ipniche fisiologiche) e in gran parte andranno incontro a trasformazione in elementi alfa e quindi in funzione alfa capace di formare il pensiero del sogno.
Il passaggio dalla veglia alle diverse fasi del sonno, caratterizzato da una sempre maggiore attività dei sistemi sincronizzanti rispetto ai desincronizzanti, è anche il momento in cui, secondo il modello di Bion così come io l’ho interpretato si può ipotizzare una dissoluzione della barriera di contatto, cioè di quella funzione di separazione tra conscio e inconscio, tra realtà e sogno. É la dissoluzione di questa barriera a fornire gli elementi per la formazione di uno schermo beta, elementi che dovranno subire, nel corso del sonno, e in fase REM, una trasformazione in elementi alfa. Per Bion «la capacità di sognare», cioè di fare questa trasformazione, «preserva la personalità da uno stato virtualmente psicotico», mentre la psicosi si caratterizza per una incapacità a sognare. Una incapacità a sognare è presente anche negli stati confusionali, in cui la mente è dominata da uno schermo beta, con elementi beta che non possono essere trasformati e che portano a fondere insieme, confondere cioè conscio e inconscio. Ci sono evidenze (Mancia D. e coll., 1978) in favore dell’ipotesi che questo delicato processo di dissoluzione della barriera avvenga nelle fasi I e II non-REM.
Le successive fasi III e IV sono popolate dagli elementi beta che derivano da questa dissoluzione. Sarà poi su questi elementi che verrà a strutturarsi in fase REM la trasformazione in funzione alfa e la costituzione di una nuova barriera di contatto. Qui vorrei riferirmi al cap. VIII di «Apprendere dall’esperienza» dove Bion sembra precisare la relazione che la barriera di contatto ha con il pensiero del sogno. Egli dice «la funzione alfa dell’uomo, sia nel sonno che nella veglia, trasforma le impressioni sensoriali aventi rapporto con una esperienza emotiva in elementi alfa che, mentre proliferano, si condensano formando la barriera di contatto. Questa barriera che è quindi in continuo processo di formazione, segna il punto di contatto e di separazione fra gli elementi consci ed inconsci e genera la distinzione fra loro». La mia interpretazione del pensiero di Bion in questo punto è che nella mente si abbia, a seconda delle varie fasi di sonno o di veglia, un continuo processo di formazione-dissoluzione della barriera di contatto. «La natura della barriera di contatto - precisa Bion - dipenderà dalla natura del rifornimento di elementi alfa e dal tipo di relazione che sussiste fra loro». Nel ciclo sonno-veglia la formazione di una nuova e specifica barriera di contatto è parte del lavoro onirico che si realizza in modo specifico nel sonno-REM. Esso consiste essenzialmente in a) organizzazione degli elementi alfa in funzione alfa e formazione di una barriera di contatto, diversa da quella della veglia; b) attribuzione di una componente percettiva tesa a colmare la mancanza dell’oggetto, cioè l’allucinazione e l’autorappresentazione; c) attribuzione di un ordine logico e geometrico agli elementi sparsi e incoordinati, che darà il senso del sogno, cioè il suo significato latente in rapporto al contenuto manifesto e assumerà, come direbbe Bion, l’aspetto di una narrazione; d) creazione di un fine a questo processo di pensiero che è la soddisfazione allucinatoria del desiderio istintuale.
Elementi beta non trasformati o alfa non ordinati possono rimanere anche in fase REM ed essere evacuati come scariche neurovegetative (Hautmann, 1977) o motorie. In questa linea interpretativa, gli stessi movimenti oculari rapidi potrebbero essere considerati come espressione di una evacuazione di elementi beta, un epifenomeno cioè che si realizza a carico di una muscolatura altamente specializzata la cui attività sarebbe aspecifica e non direttamente correlabile con il vissuto allucinatorio del sogno.
Il destino degli elementi beta nella fase di addormentamento merita un discorso a parte. Essi infatti, per l’acuta deafferentazione sensoriale, raggiungono un’alta concentrazione nell’apparato mentale e anche se in parte sono evacuati come allucinazioni o mioclonie, in piccola parte possono andare incontro a una rapida organizzazione da parte della funzione alfa residua della veglia. Questo processo spiega i brevi sogni descritti all’addormentamento da vari autori (Fischer, 1965; Foulkes, 1966; Bosinelli e Molinari, 1968) e che per alcuni analisti (Slap, 1977) sono da considerare del tutto simili a quelli che occorrono in fase REM. Per rimanere in linea con il pensiero di Bion propongo di usare la Griglia nel tentativo teorico di far rientrare gli eventi descritti entro la classificazione proposta da Bion (1963) per gli eventi mentali e non. Come è noto l’ascissa della griglia rappresenta l’uso che l’apparato mentale o neurofisiologico può fare delle diverse categorie o enunciati considerati come trasformazione di una determinata esperienza. L’ordinata indica invece la classificazione dell’enunciato fino a una costruzione teorica molto elevata. Per questo dall’alto verso il basso è rappresentato nella griglia un grado crescente di complessità del pensiero (Grinberg e coll., 1973).
Se immaginiamo il sonno come un fenomeno che dall’addormentamento alla fase REM subisce un progressivo crescente aumento di complessità, possiamo ipotizzare che il pensiero della veglia, destrutturato dalla deprivazione sensoriale acuta nelle fasi non-REM, trovi posto nella categoria A, in quanto formato essenzialmente da elementi beta e occupare le caselle da Ai= An. Infatti la dissoluzione della barriera di contatto produce elementi beta in notevole quantità che dalla colonna A, come semplici significanti possono andare incontro a diverso destino: possono cioè essere espulsi per le vie sensoriali o motorie e appartenere in questo caso alla colonna A, o andare incontro a diversa elaborazione ed entrare così nelle caselle A, As, Ar.
[...]
Il destino più naturale degli elementi alfa è di organizzarsi nel sonno REM in funzioni alfa del sogno ed entrare quindi a far parte della categoria C. Anche nel sogno gli elementi alfa possono appartenere alle diverse caselle da C=-Cn: a seconda del grado di elaborazione gli elementi che diventeranno parte della narrazione del sogno e del suo contenuto entreranno nelle caselle Ci=C. Alcuni elementi invece possono usare in questa fase di sonno le vie motorie o vegetative ed entrare quindi nella casella C. In questa casella potrebbero essere incluse le modificazioni cardiocircolatorie e respiratorie e gli stessi movimenti oculari rapidi, che hanno così tanta importanza nel definire lo stadio e, in età evolutiva, nel definire il grado di maturità raggiunto dal sistema nervoso centrale.
Per concludere, ho fatto qui un tentativo di definire un tracciato neurobiologico entro il quale fare entrare concetti nati dalla pratica clinica e da riflessioni teoriche.
Il concetto di funzione alfa di Bion e l’uso che egli ha fatto della Griglia suggeriscono un modello che, nella elaborazione di operazioni mentali, si avvicina al modello biologico. In questo senso ho creduto di poter definire Bion un dualista-interazionista, su posizioni diverse da Popper e Eccles, ma pur sempre su quella linea di pensiero che potrebbe riallacciarsi al primo Freud del Progetto. Le funzioni della mente per Bion, si esplicano infatti all’interno di funzioni neurobiologiche che permettono alle operazioni mentali di strutturarsi e manifestarsi. Questo è particolarmente vero per le funzioni alfa del sogno che qui ho cercato di inserire nell’ambito di una attività o cornice biologica che faccia da «contenitore», per rimanere nel linguaggio di Bion, alla organizzazione dei processi del pensiero.
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