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			<title><![CDATA[Freud, illusioni e delusioni]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaele Avico]]></author>
			<category domain="https://popmed.info/blog/index.php?category=Recensioni"><![CDATA[Recensioni]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000001D"><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Il libro <a href="https://www.ibs.it/freud-illusioni-delusioni-libro-maria-chiara-risoldi/e/9791259847782?utm_source=google&utm_medium=cpc&utm_campaign=pmax_libri-universitari&gad_source=1&gad_campaignid=17416782882&gclid=CjwKCAiA1obMBhAbEiwAsUBbIjgL2HCJh9Sqjb3KvbUKQkZRhHjXP5XHm5qra-fmU4lAJrjyvL6plhoCdz0QAvD_BwE" target="_blank" class="imCssLink">Freud, illusioni e delusioni</a>, è un memoir su 30 anni di professione psicoanalitica, scritto da Maria Chiara Risoldi, che ha presentato di recente il volume in eventi disponibili in rete -per esempio <a href="https://youtu.be/OktrHkSWgDA" target="_blank" class="imCssLink">questo</a>.
</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br></span></div><div>
</div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Traccia la linea del percorso di formazione e professione della Risoldi, inframmezzandolo con casi clinici che divengono nel corso della lettura “pietre” miliari, in grado di catalizzare cambiamento e riflessioni.
</span></div><div>
</div><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Il libro è un atto di accusa contro la “teologia kleiniana” (testuali parole) e una riflessione amara sulla rigidità del sistema psicoanalitico nostrano (soprattutto negli anni ‘80/’90) pregno di clientelismo, ortodossia, “parrocchianesimo”, adesione fideistica e -fondamentalmente- assenza di pensiero realmente critico (cosa che invece dimostra l’autrice con questo scritto).
</span></div><div>
</div><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Già nel percorso di adesione alla SPI, la Risoldi scrive di requisiti incredibilmente onerosi, di scogli impossibili da superare, di colloqui di ammissione fatti con persone diverse e tra di loro non comunicanti -e spesso rigide-, ci racconta di rifiuti, dell’obbligo di certificare analisi svolte con pazienti al ritmo di 4 sedute a settimana (leggasi pazienti benestanti) -al fine di poter accedere al “sacro cerchio” (cerchio che, spoiler, si rivelerà un “torre di babele” delle diverse correnti psicoanalitiche, tra di loro scarsamente integrate ma tutte coperte dall’ombrello freudiano).
</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">L’ambiente psicoanalitico pareva essere, ai tempi, un ambiente chiuso e fondato sulla teologia, con una scarsa attitudine al pensiero critico, molta ideologia e regole imposte ai futuri “adepti”.
</span></div><div>
</div><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">La Risoldi attraverso questo volume ragiona amaramente sul “kleinismo” degli inizi, un coacervo di prassi cliniche che oggi forse riterremmo incredibili, assurde o per lo meno “problematiche”, come la regola dell’astensione totale anche con i bambini, il divieto di interagire in seduta, interpretazioni colpevolizzanti verso il bambino (pensato dalla Klein come contenitore di invidie e aggressività innate) e di errori clinici compiuti aderendo a questa corrente di pensiero senza metterla in discussione, spesso sotto ricatto morale da parte di supervisori pieni di prestigio.
</span></div><div>
</div><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Oltre a rinnegare il kleinismo, la Risoldi si dice delusa dal freudismo, e lo esplicita proseguendo nella lettura, in particolare dal momento in cui decide -per la sua formazione- di cominciare una formazione specifica in psicotraumatologia e si ravvede a proposito del concetto di ambiente, mettendo profondamente in discussione l’idea di un trauma fantasmatico e quel concetto di aggressività innata (kleinianamente) e pulsione di morte che a ben guardare, forse, non esistevano, -e che venivano rintracciate nel bambino per pura dissonanza cognitiva, giusto per non dover ammettere di aver speso anni e una quantità incredibile di denaro nell’assecondare una visione del bambino -quella kleiniana- fallace e colpevolizzante.
</span></div><div>
</div><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Proseguendo nella lettura, il testo prende un tono più personale, e l’autrice ci racconta del suo percorso per entrare nella SPI, della sua militanza nel PCI, delle ragioni sottese alle sue scelte e del rapporto doloroso e conflittuale con la madre, rigida ma amatissima. Il volume si chiude, infine, con un approfondimento scritto da una conoscente della Risoldi, un’amica anch’essa psicoanalista che rilegge l’intero volume tentandone un’interpretazione psicoanalitica a sua volta, partendo dalla conoscenza dell’autrice stessa.
</span></div><div>
</div><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Interessante il parallelo che la Risoldi fa tra il PCI e la SPI, contenitori chiusi e “parrocchiali”, criticati lungo tutto lo svolgersi del volume, come un filo continuo, “gabbie” di difficile accesso, pregni di elitismo ma in grado di saldare, rinforzare l’identità dell’autrice, identità in costruzione, minata dal complesso rapporto con la figura materna -come si diceva figura centrale, “perno” del percorso di sviluppo dell’autrice.
</span></div><div>
</div><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5"><span class="cf1">A fine lettura ci si ritrova colpiti dalla critica della RIsoldi alla psicoanalisi ortodossa, alle tautologie inerenti l’”essere psicoanalista” -come se l’impianto teorico psicoanalitico dovesse poggiarsi su liturgie “costituenti”, e come se aderire a queste stesse liturgie potesse conferire forza all’intero modello, una sorta di esoscheletro funzionale a tenerne insieme gli organi interni. </span><span class="cf1">La chiusura di certe frange di psicoanalisti, d’altronde, poco inclini a integrare le conoscenze sulla materia psicologica con altri apparati (esempio: con la psicoterapia sistemica, ricca di spunti, di colpi di genio, così come con la psicoterapia strategica) pare più un segno di debolezza che non una manifestazione di “self-confidence”, elemento che ha sicuramente contribuito a una percezione di “crisi” del modello psicoanalitico, crisi probabilmente -a onor del vero- più “mediatica” che altro.</span></span></div><div>
</div><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Abbiamo <a href="https://popmed.info/blog/?mauro-mancia-su-bion" target="_blank" class="imCssLink">altrove scritto delle fruttuose contaminazioni tra la psicoanalisi e la neuroscienza</a> (per esempio a proposito di <a href="https://popmed.info/blog/?da--corpi-borderline--di-clara-mucci" target="_blank" class="imCssLink">questo volume di Clara Mucci</a>), così come di figure in grado di incarnare la contaminazione più spinta tra approcci psicoterapici, adottando l’approccio falsificazionista più puro insieme ad un’apertura al diverso come espressione di curiosità clinica, figure come quella del grande <a href="https://www.psychiatryonline.it/notizie-varie/le-lezioni-di-giovanni-liotti-prime-pagine-di-appunti/" target="_blank" class="imCssLink">Giovanni Liotti</a>.</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 27 Feb 2026 07:00:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Neojacksonismo]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaele Avico]]></author>
			<category domain="https://popmed.info/blog/index.php?category=Risorse"><![CDATA[Risorse]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000001C"><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Pubblichiamo qui alcune slide che sintetizzano e mettono in ordine la <strong>teoria del neo-jacksonismo</strong>.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Parlare di neo-jacksonismo significa fare in conti con una serie di <strong>autori</strong> che a partire dal 1800 hanno proposto una architettura cerebrale e un modello di mente intendendolo come spinto da motivazioni naturali ed evoluzionisticamente giustificate, proponendo letture della psicopatologia fondate su alcuni assunti di base.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Per approfondire, per chi volesse, rimandiamo a <a href="https://www.aisted.it/psicopatologia" target="_blank" class="imCssLink">questo articolo</a>, AISTED ha inoltre avviato da tempo un <strong>gruppo di discussione sul tema</strong>. </span><span class="fs12lh1-5 cf1">Il neo-jacksonismo si sposa bene con le </span><strong class="fs12lh1-5 cf1">teorie più recenti sulla nascita del post-trauma</strong><span class="fs12lh1-5 cf1">, perché ripensa l’individuo come “sano” alla nascita, e toccato in seguito da eventi (</span><em class="fs12lh1-5 cf1">esterni! non collegabili a sole fantasie,</em><span class="fs12lh1-5 cf1"> come diceva anche Ferenczi) in grado di corrompere il normale funzionamento dell’equilibrio tra i diversi “livelli” della mente.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Come sostiene Russel Meares riprendendo Tulving, esistono memorie più profonde e “incarnate” di altre: la memoria procedurale precede quella episodica, e i ricordi più “volatili” sono proprio quelli che -secondo la <strong>legge di Ribot</strong>- vengono persi prima nelle patologie neurodegenerative. I traumi si “inscrivono” <strong>qui</strong>, nelle memorie più antiche, più <strong>incarnate</strong>, meno volatili, e permangono nella vita delle persone sotto forma di “fantasmi” evocati da trigger provenienti dal mondo esterno.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">In queste slide (liberamente fruibili e divulgabili) vengono sintetizzati gli antecedenti teorici alle formulazioni sul modello gerarchico che oggi chiamiamo “neo-jacksoniano”, i primi autori (Pierre Janet, <strong><a href="https://www.ilfogliopsichiatrico.it/2019/11/15/8520/" target="_blank" class="imCssLink">Henri Ey</a></strong> -<em>qui sopra in foto</em>), i “continuatori” e gli autori più recenti a sposare questo modo di concepire la psicopatologia (come Benedetto Farina, <strong>Clara Mucci</strong> e il già citato <a href="https://www.ilfogliopsichiatrico.it/2025/09/24/5499/" target="_blank" class="imCssLink">Russell Meares</a>).</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Si tratta di un modo di intendere la psicopatologia che riesce a epurare il mondo del bambino dai “sospetti di seduzione sessuale” di freudiana memoria, ormai fuori tempo -e fuori luogo. Il trauma è <strong>sempre esterno</strong>, deriva da attacchi alla sicurezza o da discontinuità nei rapporti, o da gravi mancanze, ma sempre provenienti dall’esterno.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><a href="https://popmed.substack.com/api/v1/file/5f747a88-6472-41b0-bdd1-1ff8817ef5dc.pdf" target="_blank" class="imCssLink">Qui le <strong>slides</strong></a>, buona lettura!</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 27 Feb 2026 07:00:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Da "Corpi Borderline" di Clara Mucci]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaele Avico]]></author>
			<category domain="https://popmed.info/blog/index.php?category=Recensioni"><![CDATA[Recensioni]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000001B"><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><a href="https://www.amazon.it/borderline-Regolazione-affettiva-disturbi-personalit%C3%A0/dp/8832851423/ref=asc_df_8832851423?mcid=257f3e5cff67334ba4ccd26edb251982&tag=googshopit-21&linkCode=df0&hvadid=700850073775&hvpos=&hvnetw=g&hvrand=7472770552670465545&hvpone=&hvptwo=&hvqmt=&hvdev=c&hvdvcmdl=&hvlocint=&hvlocphy=9209351&hvtargid=pla-907859327493&psc=1&hvocijid=7472770552670465545-8832851423-&hvexpln=0" target="_blank" class="imCssLink">Corpi Borderline</a> ci porta all’interno del metodo di lavoro di <strong>Clara Mucci</strong> con i pazienti gravi.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Ne estraiamo qua alcuni takeaways, invitando chi volesse ad approfondire la lettura direttamente sul testo.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5"><b><span class="cf2">1.</span></b></span><span class="fs12lh1-5 cf1"> La Mucci parte dalle teorizzazioni di Kernberg, Klein e di altri autori maggiori della psicoanalisi, compreso Freud, per elaborare un suo metodo di lavoro che supera quegli stessi ispiratori iniziali. In particolare rinforza l’idea di un</span><span class="fs12lh1-5 cf1"> </span><strong class="fs12lh1-5 cf1">trauma sempre esogeno</strong><span class="fs12lh1-5 cf1">, mai intrapsichico,</span><span class="fs12lh1-5 cf1"> </span><strong class="fs12lh1-5 cf1">rinnegando</strong><span class="fs12lh1-5 cf1"> </span><span class="fs12lh1-5 cf1">più volte l’idea di un’</span><strong class="fs12lh1-5 cf1">aggressività innata</strong><span class="fs12lh1-5 cf1"> </span><span class="fs12lh1-5 cf1">e autodistruttiva. Il passaggio è abbastanza importante, visto che si lascia alle spalle di fatto sia l’idea di un</span><span class="fs12lh1-5 cf1"> </span><em class="fs12lh1-5 cf1">trauma fantasmatico</em><span class="fs12lh1-5 cf1"> </span><span class="fs12lh1-5 cf1">e intrapsichico (a un certo punto teorizzato da Freud) che l’idea di una</span><span class="fs12lh1-5 cf1"> </span><em class="fs12lh1-5 cf1">pulsione di morte innata</em><span class="fs12lh1-5 cf1"> </span><span class="fs12lh1-5 cf1">– che aveva fatto da basamento alla teorizzazione di Melanie Klein. Seguendo una sua linea di pensiero approda a</span><span class="fs12lh1-5 cf1"> </span><strong class="fs12lh1-5 cf1">Ferenczi</strong><span class="fs12lh1-5 cf1"> </span><span class="fs12lh1-5 cf1">e a</span><span class="fs12lh1-5 cf1"> </span><strong class="fs12lh1-5 cf1">Schore,</strong><span class="fs12lh1-5 cf1"> </span><span class="fs12lh1-5 cf1">veri</span><span class="fs12lh1-5 cf1"> </span><strong class="fs12lh1-5 cf1">“pilastri” teorici</strong><span class="fs12lh1-5 cf1"> </span><span class="fs12lh1-5 cf1">del volume, di fatto tenendo insieme la visione sul trauma e sulla nascita del disturbo di personalità grave di Sandor Ferenczi e la</span><span class="fs12lh1-5 cf1"> </span><span class="fs12lh1-5 cf1"><a href="https://www.ilfogliopsichiatrico.it/2025/11/25/5639/" target="_blank" class="imCssLink">neuroscienza “degli emisferi destri”</a> </span><span class="fs12lh1-5 cf1">promossa da Schore</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf2"><b>2.</b></span><span class="fs12lh1-5 cf1"> Corpi borderline è un libro di neuropsicoanalisi: non basta più ragionare di oggetti interni, difese verticali o orizzontali, sogni: occorre integrare le conoscenze di psicoanalisi classica agli studi sull’attaccamento di Bowlby, ai seminali lavori di</span><span class="fs12lh1-5 cf1"> </span><span class="fs12lh1-5 cf1"><a href="https://popmed.info/blog/index.php?mauro-mancia-su-bion" target="_blank" class="imCssLink">Mauro Mancia</a></span><span class="fs12lh1-5 cf1">, alle scoperte di Schore, all’eredità di Ferenczi, addirittura alla teoria polivagale di Porges (oggi in parte messa in discussione,</span><span class="fs12lh1-5 cf1"> </span><span class="fs12lh1-5 cf1"><a href="https://www.torrossa.com/it/resources/an/5283827" target="_blank" class="imCssLink">ritenuta da alcuni semplicistica</a></span><span class="fs12lh1-5 cf1">) arrivando alle più recenti teorie sul trauma – integrando diversi modelli di lettura del complesso mentecervello.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5"><b><span class="cf2">3.</span></b></span><span class="fs12lh1-5 cf1"> Il cuore del lavoro con pazienti borderline è il</span><span class="fs12lh1-5 cf1"> </span><strong class="fs12lh1-5 cf1">ripristino di una sicurezza relazionale</strong><span class="fs12lh1-5 cf1"> </span><span class="fs12lh1-5 cf1">in vivo in terapia (un’”</span><em class="fs12lh1-5 cf1">esperienza emozionale correttiva</em><span class="fs12lh1-5 cf1">”) insieme al fondamentale lavoro sul</span><span class="fs12lh1-5 cf1"> </span><strong class="fs12lh1-5 cf1">perdono</strong><span class="fs12lh1-5 cf1"> </span><span class="fs12lh1-5 cf1">(che Mucci descrive come rinascita/superamento, distinguendolo dal perdono cattolico) al fine di “</span><strong class="fs12lh1-5 cf1">sciogliere la diade vittima/persecutore</strong><span class="fs12lh1-5 cf1">” nel mondo prima</span><span class="fs12lh1-5 cf1"> </span><strong class="fs12lh1-5 cf1">esterno</strong><span class="fs12lh1-5 cf1"> </span><span class="fs12lh1-5 cf1">e poi</span><span class="fs12lh1-5 cf1"> </span><strong class="fs12lh1-5 cf1">interno</strong><span class="fs12lh1-5 cf1"> </span><span class="fs12lh1-5 cf1">del paziente. Essere cresciuto/a in un ambiente abusante promuove nel paziente la creazione di una visione diadica stereotipata in senso relazionale, con -appunto- vittime e persecutori: superare questa visione coincide con l’approdo alla</span><span class="fs12lh1-5 cf1"> </span><strong class="fs12lh1-5 cf1">fase depressiva</strong><span class="fs12lh1-5 cf1"> </span><span class="fs12lh1-5 cf1">di Klein (in questo caso ripresa da Mucci) e con la creazione di uno</span><span class="fs12lh1-5 cf1"> </span><strong class="fs12lh1-5 cf1">spazio mentale “terzo”</strong><span class="fs12lh1-5 cf1"> </span><span class="fs12lh1-5 cf1">in grado di superare la suddetta visione diadica e di -elemento fondamentale- lasciare</span><span class="fs12lh1-5 cf1"> </span><strong class="fs12lh1-5 cf1">andare/elaborare la presenza di oggetti interni persecutori</strong><span class="fs12lh1-5 cf1">. </span><span class="fs12lh1-5 cf1">Il percorso è il seguente, secondo Mucci: 1) infanzia traumatica/traumatizzante 2) introiezione di oggetti interni persecutori 3) conflitti psicologici interni che ripropongono la dinamica vittima-persecutore 4) sviluppo di sintomi. In terapia si dovrà procedere al contrario, partendo dai sintomi per leggerli in chiave psicodinamica o attraverso le lenti della psicotraumatologia, per arrivare a un’emancipazione del paziente dalla dinamica vittima-persecutore. Si veda a proposito di questo il suo lavoro “</span><em class="fs12lh1-5 cf1">Trauma e perdono</em><span class="fs12lh1-5 cf1">”.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br></span></div><div><b class="fs11lh1-5"><span class="fs12lh1-5 cf2">4.</span></b><span class="fs12lh1-5 cf1"> Seguendo questa linea di pensiero sull’introiezione della diade vittima/persecutore, la Mucci osserva che il</span><span class="fs12lh1-5 cf1"> </span><strong class="fs12lh1-5 cf1">corpo</strong><span class="fs12lh1-5 cf1"> </span><span class="fs12lh1-5 cf1">può divenire</span><span class="fs12lh1-5 cf1"> </span><strong class="fs12lh1-5 cf1">oggetto di scariche aggressive</strong><span class="fs12lh1-5 cf1">, o essere vissuto come altro/persecutore: da qui l’origine nei pazienti borderline delle tendenze anticonservative (lesioni, aggressività autodiretta, abusi di sostanze): si tratterebbe sempre del riproporsi di una dinamica vittima/persecutore, dunque, o del riattivarsi di una rabbia -pensata però come reazione a una frustrazione prima di tutto relazionale/interpersonale o -seguendo la</span><span class="fs12lh1-5 cf1"> </span><span class="fs12lh1-5 cf1"><a href="https://www.ilfogliopsichiatrico.it/2025/09/24/5499/" target="_blank" class="imCssLink">visione di Russell Meares</a></span><span class="fs12lh1-5 cf1">, reattiva a momenti di discontinuità dello stato della coscienza</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br></span></div><div><b class="fs11lh1-5"><span class="fs12lh1-5 cf2">5.</span></b><span class="fs12lh1-5 cf1"> Sempre a proposito di questo, la Mucci acutamente osserva come</span><span class="fs12lh1-5 cf1"> </span><strong class="fs12lh1-5 cf1">un oggetto cattivo diviene buono in quanto esiste</strong><span class="fs12lh1-5 cf1">: è meglio per il bambino adattarsi a un oggetto</span><span class="fs12lh1-5 cf1"> </span><em class="fs12lh1-5 cf1">cattivo ma esistente</em><span class="fs12lh1-5 cf1">, che affacciarsi sul</span><span class="fs12lh1-5 cf1"> </span><em class="fs12lh1-5 cf1">vuoto dell’oggetto inesistente o morto</em><span class="fs12lh1-5 cf1">: a volte in psicoterapia ci si accorge di come il preservare il legame con un oggetto interno ingombrante/persecutorio difende il paziente dal vuoto e dal lavoro del lutto inerente la perdita di quello stesso oggetto. Nel volume Corpi Borderline, la Mucci esemplifica questo con un caso clinico in cui, una volta disciolta la dinamica vittima/persecutore, occorreva per la paziente in questione lavorare sul vuoto abissale della mancanza dell’oggetto materno (“</span><em class="fs12lh1-5 cf1"><a href="https://lamentepensante.com/il-complesso-della-madre-morta/" target="_blank" class="imCssLink">Complesso della madre morta</a>”</em><span class="fs12lh1-5 cf1">), altrettanto pesante, forse ancora più difficoltoso. Mucci rinforza psicoanaliticamente un tema esplorato da Giovanni Liotti quando parla del bisogno primario del bambini di dipendere, anche in un contesto traumatico, “negante” o abusante (</span><span class="fs12lh1-5 cf1"><a href="https://www.ilfogliopsichiatrico.it/2021/09/30/7777-2/" target="_blank" class="imCssLink">meglio male accompagnati che soli</a></span><span class="fs12lh1-5 cf1">)</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br></span></div><div><b class="fs11lh1-5"><span class="fs12lh1-5 cf2">6. </span></b><span class="fs12lh1-5 cf1">A proposito della</span><span class="fs12lh1-5 cf1"> </span><strong class="fs12lh1-5 cf1">primiscuità sessuale</strong><span class="fs12lh1-5 cf1"> </span><span class="fs12lh1-5 cf1">dei pazienti borderline, la Mucci spiega in un interessante capitolo dedicato come attraverso il corpo il/la paziente tenti di ricostruire lo stato di sicurezza/intimità rassicurante anticamente perduto, o mai vissuto: non avrebbe il comportamento tanto a che fare -quindi- con la ricerca di una meta sessuale omo od eterosessuale, quanto con il contatto corporeo, una corporeità rinnovata, la ricerca di una condizione di sicurezza per via corporea</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br></span></div><div><b class="fs11lh1-5"><span class="fs12lh1-5 cf2">7. </span></b><span class="fs12lh1-5 cf1">La Mucci propone anche qui la sua idea a proposito dei 3 livelli di trauma. </span><span class="fs12lh1-5 cf1">Esistono dal suo punto di vista</span><span class="fs12lh1-5 cf1"> </span><strong class="fs12lh1-5 cf1">3 livelli di traumatizzazione</strong><span class="fs12lh1-5 cf1"> </span><span class="fs12lh1-5 cf1">che si possono “cumulare”, con conseguenze progressivamente peggiori: rimandiamo a</span><span class="fs12lh1-5 cf1"> </span><span class="fs12lh1-5 cf1"><a href="https://www.spiweb.it/la-ricerca/libri-psicoanalisi/borderline-bodies-di-c-mucci-recensione-di-m-antoncecchi/" target="_blank" class="imCssLink">questa recensione</a></span><span class="fs12lh1-5 cf1"> </span><span class="fs12lh1-5 cf1">l’approfondimento, citando solo la definizione dei 3 livelli: “</span><em class="fs12lh1-5 cf1">L’autrice distingue tre livelli di trauma: il primo derivante dalla mancata sintonizzazione tra caregiver e bambino (trauma relazionale precoce); un secondo livello, più strettamente collegato alla patologia borderline, vede la presenza di maltrattamenti, privazioni e abusi. Il terzo livello comprende traumi sociali come stermini, genocidi, guerre”. </em><span class="fs12lh1-5 cf1">Riprendendo Liotti, la Mucci sostiene che</span><span class="fs12lh1-5 cf1"> </span><strong class="fs12lh1-5 cf1">solo il trauma per mano umana produce dissociazione</strong><span class="fs12lh1-5 cf1">, elemento clinico di particolare interesse per chi si occupi di trauma complesso.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5"><b><span class="cf2">8.</span></b></span><span class="fs12lh1-5 cf1"> La Mucci attinge da Ferenczi a piene mani: negli ultimi anni, grazie anche ad autori come Franco Borgogno, assistiamo al recupero di un padre “minore” della psicoanalisi degli inizi,</span><span class="fs12lh1-5 cf1"> </span><strong class="fs12lh1-5 cf1">Sandor Ferenczi </strong><span class="fs12lh1-5 cf1">appunto, soprattutto in ambito di teoria e tecnica sul trauma. Citato più volte, il famoso articolo “</span><strong class="fs12lh1-5 cf1"><a href="https://sipsapsicodramma.org/wp-content/uploads/2018/10/ferenczi_confusione_lingue.pdf" target="_blank" class="imCssLink">La confusione delle lingue tra adulti e bambini</a></strong><span class="fs12lh1-5 cf1">”</span></div><div><em class="fs12lh1-5 cf1"><br></em></div><div><em class="fs12lh1-5 cf1"><br></em></div><div><span class="fs18lh1-5 cf2"><b>Mucci sul narcisismo</b></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Forse un po’ più debole contenutisticamente la parte del volume relativa al <strong>disturbo narcisistico</strong> di personalità, con riferimenti multipli e meno organizzati, di volta in volta shiftati tra teorie psicoanalitiche più o meno datate inerenti la patogenesi del narcisismo, e ricerche più attuali (neuroscientifiche) riguardanti possibili spiegazioni sulla nascita del disturbo. L’impressione è che il capitolo manchi di un punto di arrivo, e che non esista una formulazione chiara su di un “fattore primo” inerente l’eziopatogenesi del disturbo. Si parla di <strong>rispecchiamento problematico</strong> ma anche di <strong>scarsa interiorizzazione</strong> degli oggetti, di “<strong>trauma nella fase del riavvicinamento</strong>” usando i criteri di Mahler, di <strong>edipo</strong> risolto male con Super-io inespresso, ma anche di sviluppo problematico di aree del cervello fondamentali per l’empatia (Schore).</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br>Degno di nota l’insistere sul tema della <strong>vergogna</strong>, emozione centrale nel narcisismo e in grado di regolare l’umore, e l’accenno -seppur breve- alla teoria di Liotti e Farina sul comportamento scarsamente empatico del narcisista letto come risultato di una <strong><a href="https://www.ilfogliopsichiatrico.it/2021/09/30/7777-2/" target="_blank" class="imCssLink">strategia controllante</a> punitiva</strong> (la Mucci sembra confondere qui il concetto di “strategia di controllo” di Liotti con il concetto -più largo- di Sistema Motivazionale Interpersonale).</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br>L’impressione che se ne ricava è che leggere la genesi del disturbo narcisistico usando le lenti della teoria psicoanalitica classica sia problematico, ma che lo sia anche usare le lenti della psicotraumatologia di matrice “ferencziana”/liottiana -immaginando cioè che il narcisista sia figlio delle sue introiezioni taglienti e problematiche.<br><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Setacciando il capitolo, l’idea <strong>mahleriana</strong> di un disturbo narcisistico come risultato di un <strong>rifiuto da parte del bambino all’idea di dipendenza</strong>, dipendenza vissuta come persecutoria e problematica a causa di caratteristiche intrinseche al caregiver, rimane la più plausibile. Rimando a questo approfondimento sul tema <a href="https://www.ilfogliopsichiatrico.it/2021/09/30/7777-2/" target="_blank" class="imCssLink">“strategie di controllo” di Liotti e Farina</a>, che di fatto dice la stessa cosa usando termini diversi (al fine di controllare la relazione con il caregiver problematico il bambino impara a <strong>punire l’oggetto</strong>, rifiutandosi di porsi in una posizione di eccessiva dipendenza da esso -posizione vissuta come mortifera e umiliante).<br><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">In tutto questo, la Mucci ribadisce, non esiste <strong>nessuna aggressività innata</strong> né <strong>alcun temperamento</strong> che non sia epigeneticamente influenzato, superando dunque, come già accennato, le idee kleiniane e kernberghiane a proposito delle caratteristiche innate del bambino. La psicopatologia, ci ricorda l’autrice, è un<strong> affare interpsichico</strong> già da subito, o meglio, <strong>già da prima della nascita</strong>.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Sempre a proposito del tema “narcisismo”, nel capitolo successivo l’esemplificazione di un caso clinico (Fabian) aiuta a meglio comprendere e a sistematizzare i contenuti presentati nel capitolo precedente.<br><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Tirando le fila del discorso, la Mucci presenta le sue idee più forti a riguardo della sua idea di narcisismo, che possono essere sintetizzate in questo modo:</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5"><b><span class="cf2">1.</span></b></span><span class="fs12lh1-5 cf1"> La patogenesi del disturbo deriva da un evento vissuto dal bambino come problematico, nel contesto della fase di “riavvicinamento” usando la teoria di Mahler (</span><span class="imUl fs12lh1-5 cf1">qui un approfondimento</span><span class="fs12lh1-5 cf1">): si tratterebbe per il bambino di un processo di</span><span class="fs12lh1-5 cf1"> </span><strong class="fs12lh1-5 cf1">“rifiuto” della dipendenza</strong><span class="fs12lh1-5 cf1">, una c</span><strong class="fs12lh1-5 cf1">ompensazione al </strong><span class="fs12lh1-5 cf1">senso di umiliazione vissuta quando le sue esigenze di dipendenza furono frustrate o mortificate, nel contesto di un attaccamento problematico. Il bambino imparerebbe a “fare da sé”, o a rifiutare in sé l’idea di dipendere -e la creazione di un sé grandioso arriverebbe ad aiutarlo in questo processo di “rinuncia”. L’emozione centrale, in tutto questo, sarebbe come prima accennato la</span><span class="fs12lh1-5 cf1"> </span><strong class="fs12lh1-5 cf1">vergogna</strong><span class="fs12lh1-5 cf1"> </span><span class="fs12lh1-5 cf1">(vergogna di dipendere, di non farcela da solo, di dover appoggiarsi ad altri)</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5"><b><span class="cf2">2.</span></b></span><span class="fs12lh1-5 cf1"> Tutto questo va di pari passo con la presenza di</span><span class="fs12lh1-5 cf1"> </span><strong class="fs12lh1-5 cf1">oggetti interni problematici</strong><span class="fs12lh1-5 cf1">: “ideali dell’io” ipertrofici e irraggiungibili, ma anche oggetti interni persecutori e aggressivi, umilianti: torna qui, come osserviamo, l’accento messo da Mucci sul tema</span><span class="fs12lh1-5 cf1"> </span><strong class="fs12lh1-5 cf1">diade “vittima/persecutore”</strong><span class="fs12lh1-5 cf1">, elemento a fare da “basamento” a molti disturbi di personalità in quanto risultante di un primevo, disturbato rapporto con le figure di accudimento primarie.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5"><b><span class="cf2">3.</span></b></span><span class="fs12lh1-5 cf1"> La suicidalità del paziente narcisista è differente dalla suicidalità del paziente borderline. Nel primo caso può trattarsi del compiersi di un “destino” di mortificazione da parte delle figure interne (sadiche, o addirittura</span><span class="fs12lh1-5 cf1"> </span><strong class="fs12lh1-5 cf1">deliranti</strong><span class="fs12lh1-5 cf1">), altre volte di un gesto di affrancamento da figure vissute come persecutorie. Nel paziente borderline, d’altra parte, la suicidalità mantiene caratteristiche “interpsichiche” (meglio il nulla del vuoto relazionale) il che rende a volte i gesti suicidari del borderline delle “richieste d’attenzione”.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5"><b><span class="cf2">4.</span></b></span><span class="fs12lh1-5 cf1"> Lavorare sulle relazioni oggettuali e sul corpo, rappresenta un punto fondamentale e basale. La Mucci parla anche di</span><strong class="fs12lh1-5 cf1"> esercizio fisico</strong><span class="fs12lh1-5 cf1"> </span><span class="fs12lh1-5 cf1">come</span><span class="fs12lh1-5 cf1"> </span><strong class="fs12lh1-5 cf1">pratica virtuosa di recupero del corpo e creazione di un “clima di cura”</strong><span class="fs12lh1-5 cf1">, e dell’</span><strong class="fs12lh1-5 cf1">arte</strong><span class="fs12lh1-5 cf1"> </span><span class="fs12lh1-5 cf1">come dispositivo “</span><em class="fs12lh1-5 cf1">traumatolitico</em><span class="fs12lh1-5 cf1">”, funzionale alla simbolizzazione.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Come osserviamo ritorna spesso la questione della <strong>diade interna</strong>, della dinamica persecutore/vittima, che in fondo rappresenta il<strong> messaggio centrale </strong>che estraiamo da questo volume: come terapeuti dobbiamo sempre andare a cercare la <strong>presenza di oggetti internalizzati in modo problematico</strong> e lavorare sullo sviluppo di un <strong>terzo polo</strong>, di un terzo spazio funzionale all’<strong>internalizzazione di oggetti buoni</strong>. La Mucci cita a un certo punto <a href="https://psycnet.apa.org/record/1999-04187-011" target="_blank" class="imCssLink">questo articolo di Liotti</a>, dove è ben sintetizzato questo aspetto del “<a href="https://apc.it/wp-content/uploads/2013/06/ivaldi.pdf" target="_blank" class="imCssLink">triangolo drammatico</a>” (su questo aspetto, si veda anche <a href="https://www.igorvitale.org/triangolo-drammatico-e-stili-di-attaccamento/?utm_source=chatgpt.com" target="_blank" class="imCssLink">questo</a>). </span><span class="fs12lh1-5 cf1">Il disturbo nasce nella </span><strong class="fs12lh1-5 cf1">relazione</strong><span class="fs12lh1-5 cf1"> e viene poi </span><strong class="fs12lh1-5 cf1">internalizzato,</strong><span class="fs12lh1-5 cf1"> viene costruito internamente e riattualizzato nelle relazioni con le persone esterne, ma anche con il proprio corpo. Da esterno, diviene dunque interno.</span><span class="fs12lh1-5 cf1"><br></span></div><div><em class="fs12lh1-5 cf1"><br></em></div><div><span class="fs18lh1-5 cf2"><b>Mucci su psicosomatica, antisocialità e disturbo ipocondriaco</b></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Nei capitoli successivi la Mucci affronta il tema del <strong>disturbo psicosomatico</strong> e di <strong>conversione</strong>, anche in questo caso ponendo come pilastro patogenetico la difficoltosa sintonizzazione del bambino con la figura del caregiver e il precoce immagazzinamento di memorie relazionali “guaste”, problematiche -con diversi livelli di disturbo risultante, che la Mucci distingue principalmente in due macro-categorie:</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5"><b><span class="cf2">1.</span></b></span><span class="fs12lh1-5 cf1"> Il disturbo da</span><span class="fs12lh1-5 cf1"> </span><strong class="fs12lh1-5 cf1">conversione</strong><span class="fs12lh1-5 cf1"> </span><span class="fs12lh1-5 cf1">è più facilmente rintracciabile e racconta di una</span><span class="fs12lh1-5 cf1"> </span><strong class="fs12lh1-5 cf1">capacità di “simbolizzazione”</strong><span class="fs12lh1-5 cf1"> </span><span class="fs12lh1-5 cf1">da parte del paziente</span><span class="fs12lh1-5 cf1"> </span><strong class="fs12lh1-5 cf1">integra</strong><span class="fs12lh1-5 cf1">, mantenuta, nella cornice di un disturbo più moderato, nevrotico: in questo caso la capacità simbolica è relativamente buona, e ci si potrà lavorare usando modalità psicoanaliticamente più tradizionali:</span><span class="fs12lh1-5 cf1"> </span><strong class="fs12lh1-5 cf1">interpretazioni, sogni, gioco simbolico</strong><span class="fs12lh1-5 cf1">in seduta, uso di</span><span class="fs12lh1-5 cf1"> </span><strong class="fs12lh1-5 cf1">immagini</strong><span class="fs12lh1-5 cf1"> </span><span class="fs12lh1-5 cf1">o</span><span class="fs12lh1-5 cf1"> </span><strong class="fs12lh1-5 cf1">metafore</strong><span class="fs12lh1-5 cf1">, al fine di portare</span><span class="fs12lh1-5 cf1"> </span><strong class="fs12lh1-5 cf1">pensiero e “racconto” al posto dei sintomi</strong></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><span style="font-weight: 700;"><br></span></span></div><div><span class="fs12lh1-5"><span style="font-weight: 700;"><span class="cf2">2.</span><span class="cf1"> I</span></span><span class="cf1">l</span></span><strong class="fs12lh1-5 cf1"> disturbo da somatizzazione</strong><span class="fs12lh1-5 cf1">, invece, racconta di un passaggio al corpo del dolore originario, precoce e dissociato; in questo caso la</span><span class="fs12lh1-5 cf1"> </span><strong class="fs12lh1-5 cf1">capacità di simbolizzare è scarsa</strong><span class="fs12lh1-5 cf1"> </span><span class="fs12lh1-5 cf1">e occorrerà lavorare con il paziente come si fa con i disturbi gravi di personalità, promuovendo dunque un’</span><strong class="fs12lh1-5 cf1">alleanza solida</strong><span class="fs12lh1-5 cf1"> </span><span class="fs12lh1-5 cf1">in terapia e restituendo al paziente l’</span><strong class="fs12lh1-5 cf1">esperienza emozionale correttiva</strong><span class="fs12lh1-5 cf1"> </span><span class="fs12lh1-5 cf1">di cui prima si accennava, al fine di rendere possibile recuperare capacità di simbolizzazione in un contesto “sicuro”. Partendo da una sintonizzazione tra “emisferi destri”, si arriverà a parlare anche usando i “sinistri”, ma a seguito di un lavoro prima di tutto relazionale -nel qui ed ora.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">In entrambi i casi, senza lavorare sulla struttura di personalità -la Mucci sottolinea- non si toccherà minimamente il portato problematico del sintomo.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Interessante l’accento posto dall’autrice sul <strong>sogno</strong>: nel caso della “semplice” nevrosi, sarà “interpretabile” e collegato in modo più diretto alla vita del paziente, nel caso del disturbo psicosomatico di origine traumatica, lo si osserverà più caotico e ripetitivo, simile a una sorta di “<em>regolazione affettiva notturna</em>”, come se quote di emotività grezza, per usare Bion, si riversassero sulla scena del sogno producendo sogni peculiari, “<strong>post-traumatici</strong>”, simili a “evacuazioni”.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br>Il materiale post-traumatico, come si osserva, sembra prendere vie peculiari nella mente dei pazienti con disturbi di personalità gravi, rientrando sulla scena della vita quotidiana in modi sub-simbolici, più corporei, meno “raffinati”, attraverso vie differenti: ricordiamoci in questo caso che la precocità delle traumatizzazioni implica un uso precoce dei registri di <strong>memoria procedurale</strong>, antica (si veda anche <a href="https://www.ilfogliopsichiatrico.it/2024/04/09/2346/" target="_blank" class="imCssLink">questa recensione</a> al libro <em><a href="https://www.ilfogliopsichiatrico.it/2024/04/09/2346/" target="_blank" class="imCssLink">Inconscio non rimosso e memoria implicita</a></em>, a cura tra l’altro della stessa Mucci con Giuseppe Craparo).</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Nella parte finale del volume, La Mucci si concentra sul <strong>disturbo antisociale</strong> e sul <strong>disturbo ipocondriaco</strong>, che interpreta come margini estremi, deviazioni ulteriori del disturbo narcisistico, presentando due casi clinici a esemplificare le teorizzazioni.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">In particolare risulta interessante la spiegazione sulla’ogine deldistbo ipocondriaco, presentando, sulla cia di altri autori -primo di tutti, Freud-, una visione del problema basato sulla teoria delle pulsioni: la regressione al corpo, l’attenzione “totale” agi organi interni e alla loro preservazione, testimonierebbe nel sapiente ipocondriaco una regressione in atto profonda, un ritorno Sun fukzonament od fatto infantile, pre-sibolico. Viene presentata più volte l’idea che l’ipocondria sia una difesa nei confronti della perdita dell’oggetto, come un attaccamento al corpo contestuale a una minaccia di perdita oggettuale. Come linee guida per il trattamento, l’autrice cita tre elementi di lavoro, la desomatizzazione, la verbalizzazione e la differenziazione dai legami fusioni, al fini di “rinforzare” la capacità di fare simbolo, di mettere parole dove il subsimbolico non verbale (il corpo) e il subisnbolico verbale (le immagini/i sogni) mantengono un posto di predominanza nella scena psichica.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Insieme a questa visione, freudiana e attuale, la Mucci ripropone -nuovamente- l’idea di una patogenesi maggiormente in linea con al teoria sugli “oggetti”, di fatto ponendola nuovamente dalla parte di chi vede nel trauamitzzazione e nell’abuso la maggiore causa di sviluppo di disturbo psicopatologici. COmen nel resto del volume, l’autrice torna all’idea di introiezione problematiche che si riattualizzano, ricadendo nella vita attuale del paziente, e “drammatizzandosi”/riattulizzaiondosi nei suoi rapporti interpersonali (compreso quello con il terapeuta). CI troviamo duqnneu nei dintorni di un margine di “sutura” tra due visioni riguardanti la causa della psicopatologia, interpersonale e iterpsichica in primis, pulsione in seconda battuta, con un’attenzione di volta in volta porta a entrambi gli aspetti, con però in prima battuta l’attenzione alle trauamtizzaiozni precoci e -di nuovo- alle introiezioni distorte e problematiche.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Il tema delle introiezioni, è in filigrana il tema che torna in tutto questo bellissimo lavoro della Mucci.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Il testo sichiude con un incredibile approfondimento sulla perversione da parte della Mucci, e una riflessione sul tema della sessualità (più o meno pervertita): è qui in fatti, la Mucci osserva, che troviamo la cifra del “passaggio sulla Terra” di ogni individuo, nella sua unicità, essendo che la sessualità, dal suo punto di vista, rappresenterebbe una drammatizzazione, una “metafora” non solo della vita di coppia, ma dell’intero mondo oggettuale dei rispettivi membri della coppia: nell’atto sessuale si riattulizzerebbero rapporti con oggetti primari, approcci “primevi” al corpo del caregiver, identificazioni al corpo della madre o del padre, istanze culturali a “indirizzare” il comportamento sessuale (steretipicamente maschile o femminile, per esempio), conflitti di potere. </span><span class="fs12lh1-5 cf1">Il tema del potere e della “dominazione” dell’altro entro codici stabiliti culturalmente (maschile/dmoniante vs femminile/sottomesso) sembra, la Mucci chiude, precedere il tema della differenziazione di genere, ponendosi come cifra del rapporto sessuale (e interpsichico) emanato da, di nuovo, codici culturali, il che ci porta a riflettere sulla “struttura potenzialmente distruttiva e disumanizzante e potenzialmente mortifera della cultura” e sulla’immane potere del “simbolo”.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Come elemento che torna spesso, l’idea di un orientamento sessuale ingenerato in modo quali deterministico dal sovrapporsi delle identificazioni progeresionve dell’infante, e dal rapporto con gli oggetti interni, sembra risentire di una visione totalmente psicoanalitica, che rischia di sembrare, a tratti, limitante, alla luce degli studi a proposito della genesi dell’omosessualità.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Nella parte finale del volume, La Mucci si concentra sul </span><strong class="fs12lh1-5 cf1">disturbo antisociale</strong><span class="fs12lh1-5 cf1"> e sul </span><strong class="fs12lh1-5 cf1">disturbo ipocondriaco</strong><span class="fs12lh1-5 cf1">, che interpreta come margini estremi, deviazioni ulteriori del disturbo narcisistico, presentando due casi clinici a esemplificare le teorizzazioni. </span><span class="fs12lh1-5 cf1">In particolare risulta interessante la spiegazione sull’origine del disturbo ipocondriaco, presentando la Mucci, sulla scia di altri autori -primo di tutti, Freud-, una visione del problema basata sulla </span><em class="fs12lh1-5 cf1">teoria delle pulsioni</em><span class="fs12lh1-5 cf1">: la regressione al corpo, l’attenzione “totale” verso gli organi interni e la loro preservazione, testimonierebbe nel paziente ipocondriaco una </span><strong class="fs12lh1-5 cf1">regressione </strong><span class="fs12lh1-5 cf1">profonda in atto, il ritorno a un funzionamento infantile, pre-simbolico.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Viene presentata più volte l’idea che l’ipocondria sia una <strong>difesa nei confronti della perdita dell’oggetto</strong>, come un <strong>investimento sul</strong> o un<strong> attaccamento al corpo</strong>contestuale a una <strong>minaccia di perdita oggettuale</strong>. Come linee guida per il trattamento, l’autrice cita tre elementi di lavoro, la <strong>desomatizzazione</strong>, la <strong>verbalizzazione</strong> e la <strong>differenziazione</strong> dai legami fusionali, al fine di “rinforzare” la capacità di<strong> fare simbolo</strong>, di mettere parole dove il <strong>sub-simbolico non verbale</strong> (il corpo) e il <strong>simbolico non verbale</strong> (le immagini/i sogni) mantengono un posto di predominanza nella scena psichica (<a href="https://www.psychomedia.it/pm/answer/psychosoma/bucci.htm" target="_blank" class="imCssLink">Wilma Bucci</a>)</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Insieme a questa visione, freudiana, la Mucci ripropone -nuovamente- l’idea di una patogenesi in linea con la <strong>teoria sugli “oggetti”</strong>, che di fatto la pongono nuovamente dalla parte di chi vede nella <strong>traumatizzazione</strong> e nell’<strong>abuso</strong> la maggiore causa di sviluppo di disturbo psicopatologici.<br><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Come nel resto del volume, l’autrice torna all’idea di <strong>introiezioni problematiche</strong>che si attualizzano, ricadendo nella vita attuale del paziente e “drammatizzandosi”/riattualizzandosi nei suoi rapporti interpersonali (compreso quello con il terapeuta). Ci troviamo nei dintorni di una <strong>“sutura” tra due visioni</strong> riguardanti la causa della psicopatologia, interpersonale e interpsichica in primis, pulsionale in seconda battuta, con un’attenzione di volta in volta portata a entrambi gli aspetti, con però in prima linea l’attenzione alle traumatizzazioni precoci e -di nuovo- alle introiezioni problematiche. Quello delle<strong> introiezioni </strong>è in filigrana il tema più importante, che ritorna in tutto questo bellissimo lavoro della Mucci.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Il testo si chiude con un incredibile approfondimento sulla <strong>perversione</strong> e una riflessione sul tema della sessualità (più o meno pervertita): sta qui infatti, la Mucci osserva, l’<strong>esperienza più rivelatoria</strong> del “passaggio sulla Terra” di ogni individuo nella sua unicità, essendo che la sessualità, dal suo punto di vista, rappresenta una <strong>drammatizzazione</strong>, una<strong> “metafora”</strong> non solo della vita “a due”, ma dell’intero <strong>mondo oggettuale</strong> dei rispettivi membri della coppia: nell’atto sessuale si riattualizzerebbero rapporti con oggetti primari, approcci “primevi” al corpo del caregiver, identificazioni al corpo della madre o del padre, istanze culturali a “indirizzare” il comportamento sessuale (stereotipicamente maschile o femminile, per esempio), conflitti di potere. Il <strong>tema del potere</strong> e della “dominazione” dell’altro entro codici stabiliti culturalmente (maschile/dominante vs femminile/sottomesso) sembra, la Mucci chiude, <strong>precedere</strong> il tema della <strong>differenziazione di genere</strong>, ponendosi come cifra del rapporto sessuale emanato da, di nuovo, codici culturali, il che porta la Mucci a riflettere sulla “<em>struttura potenzialmente distruttiva e disumanizzante e potenzialmente mortifera della cultura” </em>e sulla l’immane potere del “simbolo”.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Come elemento che torna spesso, l’idea di un <strong>orientamento sessuale </strong>ingenerato in modo quasi-deterministico dal<strong> sovrapporsi delle identificazioni progressive dell’infante</strong> e dal<strong> rapporto con gli oggetti interni</strong>, sembra risentire di una visione un po’ troppo rigidamente psicoanalitica che rischia di sembrare a tratti limitante, alla luce degli studi a proposito della genesi dell’omosessualità (<a href="https://www.ilfogliopsichiatrico.it/wp-content/uploads/2025/12/Genesi-dellomosessualita_-evidenze-scientifiche-e-psicoanalitiche-2005%E2%80%932025.pdf" target="_blank" class="imCssLink">si veda questo approfondimento sul tema dell’omosessualità, fatto fare dall’AI in modalità deepresearch, che sintetizza gli studi più solidi degli ultimi 20 anni sul tema</a>).</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sat, 10 Jan 2026 11:00:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Mauro Mancia su Bion]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaele Avico]]></author>
			<category domain="https://popmed.info/blog/index.php?category=Teoria"><![CDATA[Teoria]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000001A"><div><span class="fs12lh1-5 cf1">La letteratura su Bion è ampia e articolata: vogliamo qui pubblicare per intero un articolo del 1981 contenuto all’interno di un <strong>numero monografico della rivista di psicoanalisi dedicato proprio a Bion</strong>, a cura di <strong>Mauro Mancia</strong>. </span><span class="fs12lh1-5 cf1">Questo volume raccoglie molti contributi a proposito di diversi aspetti teorici della teoria di Bion: quello che qui pubblichiamo è una riflessione estremamente attuale su un tema che -al tempo- doveva sembrare particolarmente avanguardistico, gli </span><strong class="fs12lh1-5 cf1">intrecci tra la teoria di Bion e la neuroscienza del sonno</strong><span class="fs12lh1-5 cf1">.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Bion coniuga in sé paradigmi che ancora oggi in psicoanalisi si alternano: il paradigma <strong>pulsionale</strong> e quello <strong>relazionale</strong>; la sua idea era che la mente si costruirebbe, per prima cosa, in seno a un <strong>assetto relazionale</strong>, con il caregiver (la madre o il padre, o chiunque altro) in una posizione di contenimento “totale”, in grado di fornire quella che aveva chiamato <em>rêverie</em>, una posizione cioè di contenimento di qualunque pulsione/bisogno/proiezione giunga dal neonato. </span><span class="fs12lh1-5 cf1">Bion sosteneva che nei primi anni, nel periodo pre-linguistico e pre-cognitivo, la mente del bambino sarebbe abitata da “rappresentazioni” di sensazioni, elementi di proto-pensiero e proto-emozioni, materiale emotivo grezzo, che definì l’insieme degli “elementi beta”. </span><span class="fs12lh1-5 cf1">Sarebbe stato il seguente “passaggio” relazionale, l’alternarsi di scambi relazionali con la o le figure/e di accudimento, a rendere possibile una </span><strong class="fs12lh1-5 cf1">raffinatura</strong><span class="fs12lh1-5 cf1"> di quegli elementi </span><em class="fs12lh1-5 cf1">β</em><span class="fs12lh1-5 cf1">, evacuati dal bambino, “masticati e digeriti psichicamente” dalla “madre/contenitore” e re-inviati “al mittente”, a rendere possibile la nascita della mente del bambino.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Uno degli spunti più incredibili che Bion ci ha fornito, è relativo alla strutturazione della mente: gli elementi <em>β</em> elaborati e raffinati, re-introiettati dal neonato, dal suo punto di vista si sarebbero addensati in una “pellicola”, una <em>barriera di elementi alfa</em> (la versione elaborata degli elementi <em>β</em>), che sarebbe andata a creare la barriera che separa il conscio dall’inconscio negli esseri umani.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Bion la chiamò “<strong>barriera di contatto</strong>” e ne parla in “<em>Apprendere dall’esperienza</em>”: </span><span class="fs12lh1-5 cf1">“</span><em class="fs12lh1-5 cf1">la funzione alfa dell’uomo, sia nel sonno che nella veglia, trasforma le impressioni sensoriali aventi rapporto con una esperienza emotiva in elementi alfa che, mentre proliferano, si condensano formando la barriera di contatto. Questa barriera che è quindi in continuo processo di formazione, segna il punto di contatto e di separazione fra gli elementi consci ed inconsci e genera la distinzione fra loro“</em></div><div><em class="fs12lh1-5 cf1"><br></em></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Dal suo punto vista, cioè, l’inconscio sarebbe separato dal coscio da una “catena” di elementi emotivi elaborati e simbolizzati/processati dalla mente, il che da un lato ci fa pensare alle teorie di Lacan nel suo periodo strutturalista -con la catena di <em>significanti</em> funzionale a evocare i <em>significati</em> da essi stessi sottesi-, dall’altro rende molto facile agganciarci all’articolo che di seguito riportiamo, relativamente alla domanda: “<em><strong>che fine fanno gli elementi beta non simbolizzati e non mentalizzati</strong></em>”?</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Nell’articolo che in seguito riportiamo, <strong>Mauro Mancia</strong> si spinge a interpretare il fenomeno delle <strong>illusioni ipnagogiche</strong> come “eruzioni” di elementi <em>β</em>, e legge la neuroscienza del sonno alla luce della teoria di Bion. Tenta poi un parallelismo tra alcuni elementi teorici di Bion più controversi (come la “griglia”) e alcuni altri aspetti biologici. </span><span class="fs12lh1-5 cf1">La potenza del modello di Bion, come è stato per tutti i grandi maestri, è la sua plausibilità, la sua relativa semplicità e l’uso di metafore e immagini chiare per tentare di leggere il funzionamento della mente.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Per chi volesse avventurarsi nella lettura di Bion, <a href="https://www.amazon.it/Lavorare-Bion-Parthenope-Talamo/dp/8826312559" target="_blank" class="imCssLink">questo libro</a> può rappresentare un buon punto di partenza.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><a href="https://www.spiweb.it/la-ricerca/ricerca/mancia-mauro-2/" target="_blank" class="imCssLink">Qui</a> invece per introdursi al pensiero di Mancia.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Buona lettura!</span></div><div><br></div><div><strong class="fs20lh1-5 cf2">Rilevanza neurobiologica di alcuni modelli proposti da W.R.Bion</strong></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">di <em>Mauro Mancia, 1981</em></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Questo mio breve intervento vuole essere una integrazione alla teoria della funzione alfa di Bion nella veglia e nel sogno. L’ipotesi etologica, (Timbergen, 1951) confermata da numerosi dati neurofisiologici (Mancia, 1975, 1976, 1980) che il sonno possa essere considerato una forma di istinto, radicata quindi nella vita pulsionale dell’individuo e attivata dall’energia che risiede nell’inconscio, dove fasi preparatorie o appetitive si alternano ritmicamente a fasi consumatorie, permette un approccio pluridisciplinare al fenomeno sonno-sogno e dà alla psicoanalisi gli strumenti per una integrazione delle conoscenze derivanti dalla pratica clinica e per un arricchimento delle teorie che Freud (1900) ha proposto nella Interpretazione dei Sogni.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Non è qui la sede per puntualizzare le conferme e le smentite che la moderna eto-neurofisiologia ha portato alla teoria di Freud.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Molte delle conferme sono state clamorose come quella relativa alla universalità biologica, almeno fino agli uccelli, di quello stadio che nell’uomo è correlato con i sogni e alla necessità di questo particolare stadio REM parallelo all’attività mentale di tipo onirico, per una normale crescita e vita mentale o, perfino, per la stessa vita biologica.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Mi interessa invece in questa sede, dedicata al pensiero di Bion (1963, 1965) e alla rilevanza biologica di alcuni suoi modelli nati dalla esperienza della psicoanalisi, mettere in relazione alcuni aspetti delle sue teorie ed i contributi più recenti che la eto-neurofisiologia e la psicologia sperimentale hanno portato in tema di attività mentale correlata con quegli eventi biologici che si definiscono sonno non-REM, nelle sue fasi 1,2, 3 e 4 e sonno REM nei suoi vari e complessi aspetti somatici e vegetativi (Mancia, 1980).</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Un punto di rilievo del pensiero di Bion, che mi appare centrale al discorso che stiamo facendo, riguarda un aspetto che potremmo definire di tipo «interazionista» della sua teoria e cioè che la funzione alfa, come funzione della mente, ha tra l’altro, il compito di trasformare in elementi alfa, che appartengono ancora al sistema della mente, le esperienze sensoriali e motorie che entrano nel dominio della neurofisiologia e utilizzarle per la formazione del pensiero che rientra a sua volta ancora nelle funzioni della mente. Ma il pensiero di cui si occupa Bion è correlato alla veglia e a fasi di sonno che rappresentano funzioni alla cui base operano processi di comunicazione nell’ambito di circuiti operativi che interessano specifiche e definite, nelle loro modalità, strutture del cervello.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Dunque Bion avanza, sulla base delle sue esperienze cliniche, una ipotesi sul problema mente-cervello che, nonostante il percorso teorico diverso, si riallaccia direttamente al primo pensiero di Freud, quello del « Progetto » (1895) e al suo dualismo che potremmo considerare di tipo interazionista (Popper e Eccles, 1977).</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Se leggiamo con attenzione « Apprendere dall’Esperienza», notiamo molte idee che si fondano su convinzioni di tipo interazionista dove la funzione del pensiero, intesa come funzione alfa della mente, interagisce, riassumendone e interpretandone aspetti essenziali, con una funzione di natura neurofisiologica. « Il bambino che prova quell’esperienza emotiva che chiamiamo imparare a camminare - scrive Bion - è in grado, mediante la funzione alfa, di immaginare tale esperienza, pensieri destinati un tempo a diventare coscienti divengono inconsci di modo che il bambino può pensare tutto quanto è indispensabile a camminare senza doverne essere più cosciente » (Bion, 1965, pag. 31). Ma l’esperienza di imparare a camminare è anche una straordinaria esperienza neurofisiologica senso-motoria che parte da complesse strutture specializzate, interessa circuiti facilitatori e inibitori, questi ultimi a tipo di feedback e di feed-forward che modulano la facilitazione e la definiscono nel suo spazio e nel tempo e si basa sulla integrazione di informazioni che provengono dal vario mondo dei recettori periferici. La progressiva formazione di nuove sinapsi nella corteccia senso-motoria, nel cervelletto e in altre strutture sottocorticali, la mielinizzazione di fibre nervose e la organizzazione di circuiti operativi nel sistema nervoso centrale costituiscono gli elementi fondanti l’esperienza neurofisiologica su cui si struttura progressivamente la esperienza emotiva di imparare a camminare e la trasformazione del « pensiero » relativo a quella funzione. Una interazione mente cervello che coinvolge le funzioni alfa del pensiero vigile, da una parte, e le funzioni di circuiti nervosi specializzati per la organizzazione della coordinazione motoria, dall’altra.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Ma l’interazione che, in modo più definito traspare nel pensiero di Bion, riguarda la teoria della funzione alfa nel sogno, teoria che permette una correlazione dell’attività mentale nel sonno con la organizzazione delle varie fasi descritte sulla base di rilievi neurofisiologici. Scrive Bion (1965, pag. 41) «chi dorme ha un’esperienza emotiva, la converte in elementi alfa e diventa in tal modo capace di pensieri onirici».</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">É noto che i meccanismi della veglia e dell’attenzione e l’inizio della caduta del livello di queste funzioni neurofisiologiche fino all’addormentamento e al sonno con le sue fasi, sono affidate rispettivamente a sistemi desincronizzanti e sincronizzanti sebbene, paradossalmente, sono proprio i sistemi desincronizzanti che dominano nella fase di sonno REM che appare come la più significativa sul piano dell’esperienza mentale.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">La funzione alfa della veglia e del sonno-sogno non è compatibile altro che con la prevalente messa in opera dei sistemi desincronizzanti affidati a strutture reticolari mesencefaliche e a circuiti reticolo-talamo-corticali nella veglia e a circuiti a partenza pontina nel sonno REM (vedi Moruzzi, 1972, Mancia, 1980). L’attivazione dei sistemi sincronizzanti che coinvolgono circuiti ipotalamo anteriore-reticolare caudale-talamo mediale-corteccia coincide con il progressivo restringimento del campo di coscienza, la perdita di funzione alfa, il dissolversi della barriera di contatto, la comparsa di elementi beta e la disintegrazione del pensiero. </span><span class="fs12lh1-5 cf1">Poiché la nostra mente opera, in modo ottimale, durante la veglia e nell’attenzione, entro un « range » specifico per ciascun individuo che presuppone un perfetto equilibrio funzionale tra i sistemi desincronizzante e sincronizzante sopra descritti, è possibile che la prevenzione di un eccesso di veglia e di attenzione così come quella di una loro eccessiva diminuzione sia affidata ad una organizzazione a feed-back che permetta l’aggiustamento di queste funzioni ad un livello di base. Intorno a questo livello potranno esserci oscillazioni che rappresenteranno la base neurofisiologica delle fluttuazioni della nostra attenzione della veglia e delle funzioni del nostro pensiero. Questi circuiti operativi sono anche quelli che costituiscono la cornice biologica nell’ambito della quale può esplicarsi la funzione alfa.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Nel sonno questo equilibrio viene alterato. </span><span class="fs12lh1-5 cf1">All’addormentamento l’acuta deafferentazione sensoriale per ridotto input e per inibizione attiva delle vie sensoriali favorisce i sistemi sincronizzanti che faciliteranno il processo di trasformazione a carattere disorganizzato o destrutturante della realtà sensoriale e la formazione degli elementi, che Bion chiama beta, non idonei per pensare e, a questo stadio, neanche per sognare, ma che possono essere in parte evacuati lungo i canali della sensorialità (le allucinazioni ipnagogiche) o della motricità (le mioclonie ipniche fisiologiche) e in gran parte andranno incontro a trasformazione in elementi alfa e quindi in funzione alfa capace di formare il pensiero del sogno.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Il passaggio dalla veglia alle diverse fasi del sonno, caratterizzato da una sempre maggiore attività dei sistemi sincronizzanti rispetto ai desincronizzanti, è anche il momento in cui, secondo il modello di Bion così come io l’ho interpretato si può ipotizzare una dissoluzione della barriera di contatto, cioè di quella funzione di separazione tra conscio e inconscio, tra realtà e sogno. É la dissoluzione di questa barriera a fornire gli elementi per la formazione di uno schermo beta, elementi che dovranno subire, nel corso del sonno, e in fase REM, una trasformazione in elementi alfa. Per Bion «la capacità di sognare», cioè di fare questa trasformazione, «preserva la personalità da uno stato virtualmente psicotico», mentre la psicosi si caratterizza per una incapacità a sognare. Una incapacità a sognare è presente anche negli stati confusionali, in cui la mente è dominata da uno schermo beta, con elementi beta che non possono essere trasformati e che portano a fondere insieme, confondere cioè conscio e inconscio. Ci sono evidenze (Mancia D. e coll., 1978) in favore dell’ipotesi che questo delicato processo di dissoluzione della barriera avvenga nelle fasi I e II non-REM.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Le successive fasi III e IV sono popolate dagli elementi beta che derivano da questa dissoluzione. Sarà poi su questi elementi che verrà a strutturarsi in fase REM la trasformazione in funzione alfa e la costituzione di una nuova barriera di contatto. Qui vorrei riferirmi al cap. VIII di «Apprendere dall’esperienza» dove Bion sembra precisare la relazione che la barriera di contatto ha con il pensiero del sogno. Egli dice «la funzione alfa dell’uomo, sia nel sonno che nella veglia, trasforma le impressioni sensoriali aventi rapporto con una esperienza emotiva in elementi alfa che, mentre proliferano, si condensano formando la barriera di contatto. Questa barriera che è quindi in continuo processo di formazione, segna il punto di contatto e di separazione fra gli elementi consci ed inconsci e genera la distinzione fra loro». La mia interpretazione del pensiero di Bion in questo punto è che nella mente si abbia, a seconda delle varie fasi di sonno o di veglia, un continuo processo di formazione-dissoluzione della barriera di contatto. «La natura della barriera di contatto - precisa Bion - dipenderà dalla natura del rifornimento di elementi alfa e dal tipo di relazione che sussiste fra loro». Nel ciclo sonno-veglia la formazione di una nuova e specifica barriera di contatto è parte del lavoro onirico che si realizza in modo specifico nel sonno-REM. Esso consiste essenzialmente in a) organizzazione degli elementi alfa in funzione alfa e formazione di una barriera di contatto, diversa da quella della veglia; b) attribuzione di una componente percettiva tesa a colmare la mancanza dell’oggetto, cioè l’allucinazione e l’autorappresentazione; c) attribuzione di un ordine logico e geometrico agli elementi sparsi e incoordinati, che darà il senso del sogno, cioè il suo significato latente in rapporto al contenuto manifesto e assumerà, come direbbe Bion, l’aspetto di una narrazione; d) creazione di un fine a questo processo di pensiero che è la soddisfazione allucinatoria del desiderio istintuale.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Elementi beta non trasformati o alfa non ordinati possono rimanere anche in fase REM ed essere evacuati come scariche neurovegetative (Hautmann, 1977) o motorie. In questa linea interpretativa, gli stessi movimenti oculari rapidi potrebbero essere considerati come espressione di una evacuazione di elementi beta, un epifenomeno cioè che si realizza a carico di una muscolatura altamente specializzata la cui attività sarebbe aspecifica e non direttamente correlabile con il vissuto allucinatorio del sogno.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Il destino degli elementi beta nella fase di addormentamento merita un discorso a parte. </span><span class="fs12lh1-5 cf1">Essi infatti, per l’acuta deafferentazione sensoriale, raggiungono un’alta concentrazione nell’apparato mentale e anche se in parte sono evacuati come allucinazioni o mioclonie, in piccola parte possono andare incontro a una rapida organizzazione da parte della funzione alfa residua della veglia. Questo processo spiega i brevi sogni descritti all’addormentamento da vari autori (Fischer, 1965; Foulkes, 1966; Bosinelli e Molinari, 1968) e che per alcuni analisti (Slap, 1977) sono da considerare del tutto simili a quelli che occorrono in fase REM. </span><span class="fs12lh1-5 cf1">Per rimanere in linea con il pensiero di Bion propongo di usare la Griglia nel tentativo teorico di far rientrare gli eventi descritti entro la classificazione proposta da Bion (1963) per gli eventi mentali e non. </span><span class="fs12lh1-5 cf1">Come è noto l’ascissa della griglia rappresenta l’uso che l’apparato mentale o neurofisiologico può fare delle diverse categorie o enunciati considerati come trasformazione di una determinata esperienza. L’ordinata indica invece la classificazione dell’enunciato fino a una costruzione teorica molto elevata. Per questo dall’alto verso il basso è rappresentato nella griglia un grado crescente di complessità del pensiero (Grinberg e coll., 1973).</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Se immaginiamo il sonno come un fenomeno che dall’addormentamento alla fase REM subisce un progressivo crescente aumento di complessità, possiamo ipotizzare che il pensiero della veglia, destrutturato dalla deprivazione sensoriale acuta nelle fasi non-REM, trovi posto nella categoria A, in quanto formato essenzialmente da elementi beta e occupare le caselle da Ai= An. Infatti la dissoluzione della barriera di contatto produce elementi beta in notevole quantità che dalla colonna A, come semplici significanti possono andare incontro a diverso destino: possono cioè essere espulsi per le vie sensoriali o motorie e appartenere in questo caso alla colonna A, o andare incontro a diversa elaborazione ed entrare così nelle caselle A, As, Ar.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">[...]</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Il destino più naturale degli elementi alfa è di organizzarsi nel sonno REM in funzioni alfa del sogno ed entrare quindi a far parte della categoria C. Anche nel sogno gli elementi alfa possono appartenere alle diverse caselle da C=-Cn: a seconda del grado di elaborazione gli elementi che diventeranno parte della narrazione del sogno e del suo contenuto entreranno nelle caselle Ci=C. Alcuni elementi invece possono usare in questa fase di sonno le vie motorie o vegetative ed entrare quindi nella casella C. In questa casella potrebbero essere incluse le modificazioni cardiocircolatorie e respiratorie e gli stessi movimenti oculari rapidi, che hanno così tanta importanza nel definire lo stadio e, in età evolutiva, nel definire il grado di maturità raggiunto dal sistema nervoso centrale.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Per concludere, ho fatto qui un tentativo di definire un tracciato neurobiologico entro il quale fare entrare concetti nati dalla pratica clinica e da riflessioni teoriche.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Il concetto di funzione alfa di Bion e l’uso che egli ha fatto della Griglia suggeriscono un modello che, nella elaborazione di operazioni mentali, si avvicina al modello biologico. In questo senso ho creduto di poter definire Bion un dualista-interazionista, su posizioni diverse da Popper e Eccles, ma pur sempre su quella linea di pensiero che potrebbe riallacciarsi al primo Freud del Progetto. </span><span class="fs12lh1-5 cf1">Le funzioni della mente per Bion, si esplicano infatti all’interno di funzioni neurobiologiche che permettono alle operazioni mentali di strutturarsi e manifestarsi. Questo è particolarmente vero per le funzioni alfa del sogno che qui ho cercato di inserire nell’ambito di una attività o cornice biologica che faccia da «contenitore», per rimanere nel linguaggio di Bion, alla organizzazione dei processi del pensiero.</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 17 Dec 2025 14:00:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Introduzione a Russell Maears]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaele Avico]]></author>
			<category domain="https://popmed.info/blog/index.php?category=Teoria"><![CDATA[Teoria]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000019"><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Questo approfondimento su Russell Meares si integra a un lavoro più esteso sul modello neojacksoniano di mente. Come nelle conclusioni viene evidenziato, esiste un filone di autori che a partire dall’’800 hanno promosso una visione del complesso mentecervello costruita su di una logica gerarchica. Benedetto Farina e Russell Meares sono “illustri” neojacksonisti dell’epoca attuale, ultimi (in Italia) di una catena di autori che hanno sviluppato il tema.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Per introdurre il pensiero e il lavoro di Russell Meares, partiremo da 3 articoli, che sono: </span></div><blockquote><div><span class="fs12lh1-5 cf1">1. <a href="https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/10588396/" target="_blank" class="imCssLink">The Contribution of Hughlings Jackson to an Understanding of Dissociation</a> di Russell Meares, del 1999</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">2. <a href="https://www.ilfogliopsichiatrico.it/wp-content/uploads/2025/09/atque_3-4ns_14.pdf" target="_blank" class="imCssLink">Il presente dissociato</a>, di Benedetto Farina, del 2008</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">3. <a href="https://psycnet.apa.org/record/2023-29477-003" target="_blank" class="imCssLink">The traumatic disintegration dimension</a>, del 2023</span></div></blockquote><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Questi articoli ci introdurranno alla visione dell’autore australiano (venuto a mancare l’anno scorso) che, insieme ad altri, propone un ripensamento di alcune forme di psicopatologia e del modo con cui le si possa approcciare in senso clinico, ponendo al centro della questione il presente, l’esperienza della dissociazione e delle discontinuità della coscienza, portando dunque l’attenzione più sui “processi” mentali che sui contenuti -partendo dall’assunto che il complesso mentecervello venga mosso da logiche istintuali e innate, giustificate in senso evoluzionistico -entro una cornice di gerarchia. </span><em class="fs12lh1-5 cf1">Come si nota, questi autori adottano la </em><strong class="fs12lh1-5 cf1"><em>formulazione “complesso mentecervello”</em></strong><em class="fs12lh1-5 cf1">, non a caso</em><span class="fs12lh1-5 cf1">. </span><em class="fs12lh1-5 cf1">In ultimo verranno sintetizzati alcuni spunti “da portare a casa” e verrà allegato altro materiale di approfondimento, scaricabile o fruibile in rete.</em></div><div><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Partiamo dal primo.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br></span></div><div><strong><span class="fs20lh1-5 cf2">RUSSELL MEARES: LA MICROPATOLOGIA DEL PRESENTE E LE DISCONTINUITÁ DELLA COSCIENZA</span></strong></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5"><span class="cf1">1: </span><strong><em><span class="cf2">The Contribution of Hughlings Jackson to an Understanding of Dissociation</span></em></strong><em class="cf1"> (di Russell Meares, 1999)</em></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">In questo famoso articolo del 1999 <strong>Russell Meares</strong>, australiano, riprende la teoria di Jackson a proposito della <strong>concezione gerarchica</strong> del complesso mentecervello, ponendo alcune osservazioni a riguardo. Questo articolo merita veramente di essere ripreso, analizzato nel dettaglio e scomposto per punti, al fine di comprendere a fondo le implicazioni che questo modo di vedere la mente possa avere sulla psicopatologia per come la intendiamo “comunemente”. Sulla concezione gerarchica del complesso mentecervello avevamo scritto <strong><a href="https://popmed.info/blog/?introduzione-al-concetto-di-neojacksonismo--in-relazione-al-trauma-" target="_blank" class="imCssLink">qui</a></strong> in precedenza, e sul <a href="https://www.aisted.it/psicopatologia" target="_blank" class="imCssLink">sito di Aisted</a> può essere approcciato ulteriormente il tema. </span><span class="fs12lh1-5 cf1">Partendo da <a href="https://www.ilfogliopsichiatrico.it/wp-content/uploads/2025/09/meares-1999-the-contribution-of-hughlings-jackson-to-an-understanding-of-dissociation.pdf" target="_blank" class="imCssLink">questo articolo</a> possiamo dedurre la </span><strong class="fs12lh1-5 cf1">“visione” di Russell Meares sulla psicopatologia</strong><span class="fs12lh1-5 cf1">, descrivendola nei suoi punti centrali -elencati qui di seguito:</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br></span></div></div><blockquote><div><div><span class="fs12lh1-5"><b><span class="cf2">1.</span></b></span><span class="fs12lh1-5 cf1"> Nella prima parte dell’articolo Meares sintetizza il lavoro di Jackson, osservando come per il famoso neurologo il sistema nervoso fosse da pensare, nelle sue singole unità di funzionamento, come un</span><strong class="fs12lh1-5 cf1"> organo atto a rappresentare le informazioni provenienti -primariamente- dagli organi di senso</strong><span class="fs12lh1-5 cf1">. In continuità con questo, il sistema nervoso sarebbe da pensare come un organo</span><strong class="fs12lh1-5 cf1"><em> sensomotorio</em></strong><span class="fs12lh1-5 cf1">, fin da subito utilizzato dall’organismo per </span><strong class="fs12lh1-5 cf1"><em>rappresentare</em> le informazioni provenienti “dal basso” </strong><span class="fs12lh1-5 cf1">-dal corpo-, in un gioco progressivo via via più complesso, fino al punto “massimo” di </span><em class="fs12lh1-5 cf1">ri-ri-ri-rappresentazione</em><span class="fs12lh1-5 cf1">: la </span><strong class="fs12lh1-5 cf1">coscienza.</strong><span class="fs12lh1-5 cf1"> Jackson sosteneva che non esistesse una configurazione del cervello umano che potesse far pensare a una sorta di organo “dedicato”, funzionale a “produrre” la coscienza: si trattava dal suo punto di vista di una progressiva complessificazione, e di livelli di “rappresentazione” sempre maggiori (localizzati -in senso anatomico- entro la corteccia prefrontale, da intendersi dunque come vero “organo della mente”)</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5"><b><span class="cf2">2.</span></b></span><span class="fs12lh1-5 cf1"> Sempre parlando di Jackson, Meares introduce il tema di “doppio” o di </span><strong class="fs12lh1-5 cf1">sdoppiamento</strong><span class="fs12lh1-5 cf1">: è necessario che la mente rappresenti le sensazioni che l’individuo percepisce, e per fare questo occorre che internamente si sviluppi un “occhio” che possa fare dei </span><strong class="fs12lh1-5 cf1">confronti</strong><span class="fs12lh1-5 cf1"> tra </span><strong class="fs12lh1-5 cf1">sensazione</strong><span class="fs12lh1-5 cf1"> e </span><strong class="fs12lh1-5 cf1"><em>percezione</em> della sensazione</strong><span class="fs12lh1-5 cf1">: questo sdoppiamento è centrale e rende possibile confrontare presente e passato, per via di ricordi episodici più o meno distanti nel tempo. </span><span class="fs12lh1-5 cf1">Meares cita </span><strong class="fs12lh1-5 cf1">Tulving</strong><span class="fs12lh1-5 cf1"> e i suoi fondamentali studi sui </span><strong class="fs12lh1-5 cf1">registri di memoria</strong><span class="fs12lh1-5 cf1">, stratificati e progressivamente sempre meno “incarnati” (procedurale, episodico, semantico/autobiografico), indipendenti tra loro e differenti per come si deteriorano durante le neurodegenerazioni (</span><em class="fs12lh1-5 cf1"><a href="https://psicosupport.it/ribot/" target="_blank" class="imCssLink">Legge di Ribot</a></em><span class="fs12lh1-5 cf1"><a href="https://psicosupport.it/ribot/" target="_blank" class="imCssLink"> </a>-che d’altra parte è una conferma implicita di come il complesso mentecervello, nuovamente, si strutturi per stratificazioni e gerarchie)</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5"><b><span class="cf2">3.</span></b></span><span class="fs12lh1-5 cf1"> A questo punto Meares introduce la tesi dell’articolo, un’idea di psicopatologia in linea con Jackson, che sostanzialmente incentra uno degli eventi eziopatogenetici su di un </span><strong class="fs12lh1-5 cf1">processo di dissoluzione di strutture</strong><span class="fs12lh1-5 cf1"> più recenti, funzioni mentali superiori che porterebbero la mente a regredire a forme più basiche/precedenti. Inoltre, Meares cita il concetto di</span><strong class="fs12lh1-5 cf1"><em> concomitanza parallela</em></strong><span class="fs12lh1-5 cf1">, sempre di Jackson, un assunto sia sul funzionamento del complesso mentecervello che sui suoi disturbi, secondo il quale la mente e il cervello si influenzerebbero a vicenda, e un danno alla materia sarebbe in grado di generare un danno alla mente (un danno psicologico) e viceversa. </span><span class="fs12lh1-5 cf1">Come leggiamo, lo stesso </span><strong class="fs12lh1-5 cf1">Jackson scrive</strong><span class="fs12lh1-5 cf1">: “</span><em class="fs12lh1-5 cf1">La dottrina che io sostengo è la seguente: 1) gli stati della coscienza (ma è dire la stessa cosa, gli stati mentali) sono del tutto differenti dagli stati nervosi. 2) Le due cose accadono insieme: per ogni stato mentale c’è un correlativo stato nervoso. 3) Malgrado le due cose accadano in modo parallelo, non c’è intromissione dell’uno nell’altro [although the two things occur in parallelism, there is no interference of one with the other]. Questa può essere chiamata la dottrina della concomitanza</em><span class="fs12lh1-5 cf1"> “</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5"><b><span class="cf2">4.</span></b></span><span class="fs12lh1-5 cf1"> Meares ragiona quindi a proposito del concetto di </span><strong class="fs12lh1-5 cf1">restringimento della coscienza</strong><span class="fs12lh1-5 cf1">, termine usato da </span><strong class="fs12lh1-5 cf1">Janet</strong><span class="fs12lh1-5 cf1">: lo sdoppiamento prima citato, la possibilità di pensare e ricordare quello che si vive, in alcuni momenti verrebbe </span><strong class="fs12lh1-5 cf1">perso</strong><span class="fs12lh1-5 cf1">, risultando in un processo di “anti-sdoppiamento”, una sorta di unificazione/restringimento della coscienza che porterebbe la persona a </span><strong class="fs12lh1-5 cf1">“entrare” nel “mero” agire</strong><span class="fs12lh1-5 cf1">, portandol* a non ricordare quello che fa in quello stato dissociato -dato che la possibilità di immagazzinare memorie episodiche viene meno. </span><span class="fs12lh1-5 cf1">La dissociazione arriverebbe inoltre </span><strong class="fs12lh1-5 cf1">a seguito di uno shock o un’emozione veemente</strong><span class="fs12lh1-5 cf1">, non sarebbe da pensare dunque come un meccanismo difensivo -come in seguito teorizzato da Freud (qui uno dei punti di rottura tra Freud e Janet, come <a href="https://www.ilfogliopsichiatrico.it/2020/02/03/2222/" target="_blank" class="imCssLink">qui</a> approfondito). </span><span class="fs12lh1-5 cf1">Questo ci porta a riflettere su come alcuni pazienti sembrino aver </span><strong class="fs12lh1-5 cf1">dimenticato intere fette di esperienza</strong><span class="fs12lh1-5 cf1">: in alcuni periodi, seguendo questo modello esplicativo, gli accadimenti non sarebbero da pensare come pensati/cognitivizzati, ma vissuti e interiorizzati attraverso memorie procedurali (spesso si ha la sensazione che nella storia dei pazienti qualcosa “sia successo”, o che alcuni periodi siano stati vissuti con intensità eccessiva). Ci troviamo dinnanzi a memorie </span><em class="fs12lh1-5 cf1">“impressionistiche”</em><span class="fs12lh1-5 cf1">, mai dettagliate, che rimangono sul generico, che appunto dovrebbero spingerci a chiederci se possa esserci stata una spontanea</span><em class="fs12lh1-5 cf1"> tendenza a dissociare </em><span class="fs12lh1-5 cf1">(o per meglio dire a </span><em class="fs12lh1-5 cf1">non integrare</em><span class="fs12lh1-5 cf1">, per via di fallimenti nelle funzioni di sintesi</span><em class="fs12lh1-5 cf1">)</em><span class="fs12lh1-5 cf1"> emozioni troppo forti, in alcuni periodi di vita, con un conseguente difficoltoso intervento della memoria episodica (sempre per come la intende Tulving).</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5"><b><span class="cf2">5.</span></b></span><span class="fs12lh1-5 cf1"> Sempre a proposito del tema “sdoppiamento”, Meares ragiona su alcuni fenomeni inerenti la sensazione di “essere sé”: la possibilità di posizionarsi entro la realtà e di confrontare il passato con il presente, operando un’operazione di continua “cucitura”, dipende dalle funzioni mentali superiori prima descritte: nel momento in cui queste funzioni vengono meno, osserviamo secondo questo modo di ragionare alcune forme di psicopatologia peculiare, come la </span><strong class="fs12lh1-5 cf1">derealizzazione</strong><span class="fs12lh1-5 cf1"> o anche il </span><strong class="fs12lh1-5 cf1">dejavù</strong><span class="fs12lh1-5 cf1"> (come ben argomentato in <a href="https://www.ilfogliopsichiatrico.it/wp-content/uploads/2025/09/atque_3-4ns_14-1.pdf" target="_blank" class="imCssLink">questo articolo</a> di Benedetto Farina). Una delle funzioni della coscienza, dunque, consterebbe in un’</span><strong class="fs12lh1-5 cf1">operazione di cucitura delle esperienze</strong><span class="fs12lh1-5 cf1"> e di </span><strong class="fs12lh1-5 cf1">confronto continuo tra il “blocco” del passato dell’individuo con il suo presente</strong><span class="fs12lh1-5 cf1">. In alcune forme di restringimento delle coscienza (per usare il termine di Janet) -entro stati dissociativi-, questo strumento della mente verrebbe a perdersi (in modo più o meno temporaneo) procurando al paziente una pesante sensazione di non presenza, o di non riconoscere luoghi o cose a lui/lei precedentemente familiari</span></div></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br></span></div></blockquote><div><div><span class="fs12lh1-5"><span class="cf1">2:</span><em class="cf1"> </em><strong><em><span class="cf2">Il presente dissociato</span></em></strong><span class="cf1"> (</span><em class="cf1">di Benedetto Farina, 2008</em><span class="cf1">)</span></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Anche in questo caso, prenderemo il lavoro di Farina e lo scomporremo nelle sue parti principali, riassumendole per punti; alla fine faremo alcune considerazioni conclusive.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br></span></div></div><blockquote><div><div><span class="fs12lh1-5"><b><span class="cf2">1.</span></b></span><span class="fs12lh1-5 cf1"> Come prima considerazione, Farina parla di “</span><strong class="fs12lh1-5 cf1">disturbi della continuità della coscienza</strong><span class="fs12lh1-5 cf1">”. “Transizioni in cui non ci si sente sé stessi”, fenomeni di “scollamento” dall’esperienza e peculiari momenti di difficile spiegazione come il dejavù, sarebbero </span><strong class="fs12lh1-5 cf1">alterazioni dello stato di continuità della coscienza</strong><span class="fs12lh1-5 cf1">, concomitanti a un penoso senso di </span><strong class="fs12lh1-5 cf1"><em>scollamento</em></strong><span class="fs12lh1-5 cf1"> dall’</span><strong class="fs12lh1-5 cf1">esperienza presente</strong><span class="fs12lh1-5 cf1">: disturbi inerenti quella che Janet definì </span><strong class="fs12lh1-5 cf1"><em>presentificazione</em></strong><span class="fs12lh1-5 cf1">. Farina osserva che certe forme di ansia o di sconforto potrebbero essere pensate come </span><strong class="fs12lh1-5 cf1">reazioni</strong><span class="fs12lh1-5 cf1"> a queste </span><strong class="fs12lh1-5 cf1">discontinuità</strong><span class="fs12lh1-5 cf1">, e che alcuni disturbi di personalità -nella loro complessità-, andrebbero </span><strong class="fs12lh1-5 cf1">riletti a partire da questo fallimento delle funzioni di sintesi</strong><span class="fs12lh1-5 cf1">, che porterebbero la persona a sviluppare risposte problematiche (Russell Meares, come prima accennato, ma anche Clara Mucci, rileggono la psicologia borderline come il risultato di un fallimento di queste operazioni di cucitura continua nello stato della coscienza -per via di un indebolimento, di una scarsa “tenuta” delle già citate funzioni di sintesi, a seguito di esperienze avverse o attaccamenti traumatici primevi)</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5"><b><span class="cf2">2.</span></b></span><span class="fs12lh1-5 cf1"> Come in precedenza osservato, affinché ci si senta a “proprio agio” nella realtà del presente, occorre che la coscienza operi un confronto continuo tra quello che si sperimenta e il passato prossimo del soggetto. Quando questa operazione di confronto fallisce, è possibile che il presente e il passato si “presentino” al soggetto in modo confuso, anomalo: è questo il caso del </span><strong class="fs12lh1-5 cf1">dejavù</strong><span class="fs12lh1-5 cf1">.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5"><span class="cf2">3.</span></span><span class="fs12lh1-5 cf1"> Farina fa poi un commento a proposito del gruppo degli </span><strong class="fs12lh1-5 cf1">originatori del modello neojacksoniano</strong><span class="fs12lh1-5 cf1"> (</span><strong class="fs12lh1-5 cf1"><em>William James </em></strong><span class="fs12lh1-5 cf1">e</span><strong class="fs12lh1-5 cf1"><em> Henri Bergson, Pierre Janet, Hughlings Jackson</em></strong><span class="fs12lh1-5 cf1">) e dei suoi più illustri e recenti promotori, </span><strong class="fs12lh1-5 cf1">Henri Ey</strong><span class="fs12lh1-5 cf1"> e </span><strong class="fs12lh1-5 cf1">Russell Meares</strong><span class="fs12lh1-5 cf1">. Questo gruppo di pensatori, a suo modo di vedere, furono in grado di eseguire un’integrazione tra una psichiatria fortemente incentrata sugli aspetti biologici e una psichiatria fenomenologica a volte troppo “psicologista”, arrivando al modello neojacksoniano di cui qui scriviamo, in grado </span><strong class="fs12lh1-5 cf1">tenere insieme</strong><span class="fs12lh1-5 cf1"> l’idea di un </span><strong class="fs12lh1-5 cf1">complesso mentecervello mosso da logiche evoluzionistiche e gerarchiche</strong><span class="fs12lh1-5 cf1"> e gli </span><strong class="fs12lh1-5 cf1">aspetti fenomenologici più aderenti al vissuto “interno” dei pazienti stessi</strong><span class="fs12lh1-5 cf1">; entro questo modello di lettura, le funzioni mentali superiori, deputate al lavoro di </span><strong class="fs12lh1-5 cf1">sintesi </strong><span class="fs12lh1-5 cf1">e mediate da aree specifiche della corteccia cerebrale, avrebbero il potere di </span><strong class="fs12lh1-5 cf1">garantire un’esperienza soggettiva di continuità</strong><span class="fs12lh1-5 cf1"> e presentificazione -al riparo da dolore e senso di perdita di “sé”-; allo stesso tempo, un vissuto psicologico eccessivo o un’emozione veemente, avrebbero il potere di </span><em class="fs12lh1-5 cf1">corrompere</em><span class="fs12lh1-5 cf1"> questa funzione di sintesi, di fatto scardinando funzioni mentali di livello superiore, “toccando” il nostro cervello </span><strong class="fs12lh1-5 cf1">anche nella sua biologia</strong><span class="fs12lh1-5 cf1">, “precipitando sulla materia”: in questa bidirezionalità starebbe, a dire di Farina, la potenza euristica del modello, soprattutto quando si tratti di osservarne le ricadute psicopatologiche</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5"><b><span class="cf2">4.</span></b></span><span class="fs12lh1-5 cf1"> Proseguendo, Farina introduce il lavoro di ripresa di Jackson di </span><strong class="fs12lh1-5 cf1">Henri Ey</strong><span class="fs12lh1-5 cf1"> e la sua </span><strong class="fs12lh1-5 cf1">teoria organodinamica</strong><span class="fs12lh1-5 cf1">, riassunta <a href="https://www.ilfogliopsichiatrico.it/2019/11/15/8520/" target="_blank" class="imCssLink">qui</a></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5"><b><span class="cf2">5.</span></b></span><span class="fs12lh1-5 cf1"> Degno di nota il riferimento a <a href="https://www.ilfogliopsichiatrico.it/wp-content/uploads/2025/09/4-Mesulam-vr32jp.pdf" target="_blank" class="imCssLink">questo studio</a> di Mesulam del 1998 e pubblicato su Brain -negli stessi anni dunque del prima citato lavoro di Meares-, una review di altri 250 articoli volti a rinforzare la tesi di un’organizzazione gerarchica delle funzioni cerebrali, con la </span><strong class="fs12lh1-5 cf1">coscienza</strong><span class="fs12lh1-5 cf1"> a fare da </span><strong class="fs12lh1-5 cf1">aggregatore</strong><span class="fs12lh1-5 cf1">. Anatomicamente Mesulam individua, come aveva pionieristicamente fatto Jackson -e come molti studiosi oggi confermano, tra cui Damasio- la </span><strong class="fs12lh1-5 cf1">corteccia prefrontale</strong><span class="fs12lh1-5 cf1"> come luogo dedicato.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5"><b><span class="cf2">6.</span></b></span><span class="fs12lh1-5 cf1"> Entrando nel merito della psicopatologia, Farina osserva come Bergson avesse anticipato alcune concezioni di Jackson, per il quale la psicopatologia è da intendersi come la riorganizzazione del sistema mentecervello a seguito del fallimento della operazioni di sintesi. Bergson osservava acutamente come “</span><em class="fs12lh1-5 cf1">un disturbo non può in alcun modo aggiungere qualcosa di nuovo alla mente</em><span class="fs12lh1-5 cf1">”, volendo intendere con questo che il disturbo semplicemente slatentizzerebbe </span><strong class="fs12lh1-5 cf1">modalità insite nel paziente e in ogni individuo</strong><span class="fs12lh1-5 cf1">, fino a quel momento però </span><strong class="fs12lh1-5 cf1">gestite/controllate/integrate</strong><span class="fs12lh1-5 cf1">. Pensiamo per esempio ai disturbi ingenerati dalle sindromi prefrontali.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5"><b><span class="cf2">7.</span></b></span><span class="fs12lh1-5 cf1"> Farina ci porta quindi un chiarimento a proposito del </span><strong class="fs12lh1-5 cf1">concetto di dissociazione</strong><span class="fs12lh1-5 cf1">, su cui tra l’altro -osserva- si era compiuta la rottura tra freudiani e janettiani nel corso del ‘900 (rottura che in seguito avrebbe eclissato Janet favorendo una concezione del trauma menomata di tutto il fondamentale apporto neojacksoniano, ora in fase di “recupero”). La dissociazione va distinta in disaggregazione/</span><strong class="fs12lh1-5 cf1">disintegrazione </strong><span class="fs12lh1-5 cf1">(un indebolimento generale delle funzioni di sintesi), e </span><strong class="fs12lh1-5 cf1">dissociazione <em>vera e propria</em></strong><span class="fs12lh1-5 cf1">, con contenuti mentali riposti in un “altrove”, non integrabili nella coscienza. Liotti si era molto speso per evidenziare le due differenti concezioni di dissociazione, freudiana e janettiana (si veda qui per approfondire). Citando direttamente Farina, va evidenziato il </span><strong class="fs12lh1-5 cf1">necessario cambio di passo</strong><span class="fs12lh1-5 cf1"> o di paradigma verso una </span><strong class="fs12lh1-5 cf1">concezione della psicopatologia più evoluzionisticamente giustificata</strong><span class="fs12lh1-5 cf1">, con l’</span><strong class="fs12lh1-5 cf1">ambiente </strong><span class="fs12lh1-5 cf1">in posizione di</span><strong class="fs12lh1-5 cf1"> restituita centralità</strong><span class="fs12lh1-5 cf1">: </span><span class="fs12lh1-5 cf1">“</span><em class="fs12lh1-5 cf1">Al concetto di inconscio inteso come materiale rimosso o dissociato per “difesa” si oppone quello di livelli filogeneticamente e ontologicamente più primitivi ma non per questo meno importanti della coscienza. Le rappresentazioni mentali cui normalmente la coscienza non accede per organizzazione strutturale, la memoria procedurale che Tulving opponeva a quella dichiarativa e semantica, la conoscenza implicita dei neuropsicologi cognitivi (alcuni lo chiamano infatti inconscio cognitivo). Al meccanismo del conflitto intrapsichico si oppone quello di trauma relazionale reale. Alla dimensione difensiva si oppone quella strutturale</em><span class="fs12lh1-5 cf1">”</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5"><b><span class="cf2">8.</span></b></span><span class="fs12lh1-5 cf1"> Farina quota quindi Meares, il quale come prima anticipato introduce l’idea che la rabbia dei pazienti borderline sia da pensare come una risposta a momenti di fallimento delle funzioni di sintesi entro il “reame” della coscienza (</span><em class="fs12lh1-5 cf1">Meares chiama questa discontinuità della coscienza “micropsicopatologia del presente”)</em><span class="fs12lh1-5 cf1">, per poi ricordare Giovanni Liotti in uno dei suoi lasciti teorici centrali, fondamentali, l’idea cioè che un </span><strong class="fs12lh1-5 cf1">attaccamento problematico</strong><span class="fs12lh1-5 cf1"> possa </span><strong class="fs12lh1-5 cf1">indebolire la sopra citata funzione di sintesi</strong><span class="fs12lh1-5 cf1"> e </span><strong class="fs12lh1-5 cf1">inficiare le funzioni metacognitive</strong><span class="fs12lh1-5 cf1"> in età adulta.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5"><b><span class="cf2">9.</span></b></span><span class="fs12lh1-5 cf1"> A riguardo dei principi base della psicoterapia, Farina cita la “</span><em class="fs12lh1-5 cf1">condivisione empatica dell’esperienza presente capace di riorganizzare la mente</em><span class="fs12lh1-5 cf1">”, il che appunto saprebbe esercitare una forza contraria a quella scaturita dalle esperienze disorganizzanti: l’obiettivo è, in ultima analisi, </span><strong class="fs12lh1-5 cf1"><a href="https://www.ilfogliopsichiatrico.it/2023/06/29/4562-3/" target="_blank" class="imCssLink">rendere la dissociazione non necessaria</a></strong><span class="fs12lh1-5 cf1">, lavorando su metacognizione e funzioni mentali integrative, rinforzando la sintesi personale entro un contesto di sicurezza relazionale e intimità che -come ricorda Farina citando altri autori (Stern, Weiss, Liotti)-, fanno da base sicura a un processo di riorganizzazione del pensiero, esplorazione e ricordo, che nel caso dei disturbi post-traumatici potranno significare “elaborazione e superamento”.</span></div></div></blockquote><div><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><strong><br></strong></span></div><div><span class="fs12lh1-5"><strong><span class="cf1">3: </span><em><span class="cf2">The traumatic disintegration dimension</span> </em></strong><span class="cf1">(di Russell Meares e Benedetto Farina, del 2023)</span></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Passiamo in ultimo a questo articolo più recente, pubblicato un anno prima della morte di Meares, firmato anche da Benedetto Farina. Il lavoro si apre con una definizione di dissociazione, per via di un distinguo tra diverse tipologie di dissociazione. Gli autori evidenziano due tipologie di dissociazione, quella <strong>disinibita</strong> da quella <strong>inibitoria</strong>: 1) </span><span class="fs12lh1-5 cf1">La dissociazione </span><strong class="fs12lh1-5 cf1">disinibita</strong><span class="fs12lh1-5 cf1">, teorizzata in primis da Janet, è da pensare come risultato del fallimento di una funzione di sintesi: si avrà qui la sensazione di una “fuoriuscita” di materiale di difficile digestione psicologica; 2) L</span><span class="fs12lh1-5 cf1">a dissociazione</span><strong class="fs12lh1-5 cf1"> inibitoria</strong><span class="fs12lh1-5 cf1">, per la quale la mente mette in atto attivamente meccanismi di separazione/scissione (per esempio generando episodi di amnesia o sintomi fisici, che un tempo venivano chiamati <a href="https://www.ilfogliopsichiatrico.it/2024/09/17/5144/" target="_blank" class="imCssLink">conversivi</a>).</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Gli autori notano anche che le due forme di dissociazione, possono presentarsi insieme. Nello specifico (tradotto): </span><em class="fs12lh1-5 cf1">“A volte sono attive insieme. Per esempio, la funzione protettiva della dissociazione inibitoria può essere reclutata per schermare dalla coscienza il materiale traumatico che sta al centro della dissociazione disinibita.” </em><span class="fs12lh1-5 cf1">Sui diversi modi di intendere la dissociazione, si veda anche <a href="https://www.ilfogliopsichiatrico.it/2023/12/12/3513/" target="_blank" class="imCssLink">questo</a>.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Proseguendo nella lettura, gli autori affrontano il tema complesso del processo integrazione/separazione: la mente e il cervello necessitano costantemente di un bilanciamento tra <strong>spinte all’integrazione</strong> o alla <strong>segregazione</strong> di <strong>contenuti,</strong> mediate a livello biologico da interneuroni, funzionali a inibire o integrare segnale (<a href="https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC5964203/" target="_blank" class="imCssLink">qui per approfondire</a>); quindi, propongono una tesi a riguardo del meccanismo di origine della disintegrazione, da intendersi secondo gli autori come un <strong>fallimento di funzioni inibitorie</strong>. Ovvero, per chiarire: anche la forma “disintegrativa”/disinibita della dissociazione sarebbe da intendersi come un fallimento di funzioni inibitorie, elemento in precedenza già indagato da Meares, per esempio qui: <em><a href="https://www.cambridge.org/core/journals/the-british-journal-of-psychiatry/article/abs/sensory-filter-in-schizophrenia-a-study-of-habituation-arousal-and-the-dopamine-hypothesis/CA41857DA2ECC969B2A0521AFA211482" target="_blank" class="imCssLink">The Sensory Filter in Schizophrenia: A Study of Habituation, Arousal, and the Dopamine Hypothesis</a></em>, a proposito del concetto di abituazione, fallimentare in certi pazienti (come negli schizofrenici non paranoidi), il che -di nuovo- avrebbe a che fare con un fallimento di funzioni inibitorie, con funzioni mentali superiori che non riescono a operare in senso top-down. </span><span class="fs12lh1-5 cf1">Gli autori, citando Porges, proseguono quindi a osservare come nei momenti di fallimento delle funzioni inibitorie siano coinvolti rami diversi del sistema nervoso autonomo, attivato in senso simpatico ma fallimentare nelle funzioni inibitorie garantite dal sistema parasimpatico. Questo Porges lo aveva indagato nei pazienti borderline (<a href="https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC3108032/" target="_blank" class="imCssLink">The polyvagal theory: New insights into adaptive reactions of the autonomic nervous system</a>), il che va a dare forza all’idea che -come prima introdotto- il disturbo borderline trovi la sua origine in un disturbo post traumatico complesso (anzi, che si configuri come la <strong>risposta</strong> dell’inidividuo a un PTSDc). </span><span class="fs12lh1-5 cf1">Proseguono poi introducendo gli studi di Liotti sull’attaccamento, che come sappiamo ha fortemente spinto l’idea che un attaccamento disorganizzato avrebbe il potere di intaccare le funzioni mentali superiori (inibizione e sintesi) alterando molteplici aspetti neurobiologici, compreso il funzionamento dei prima citati interneuroni inibitori, e alterando il meccanismo di separazione/integrazione (<a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S0149763403000071?via%3Dihub" target="_blank" class="imCssLink">si veda qui per approfondire</a>) così come di produrre rappresentazioni multiple e incoerenti di sé (si veda il </span><strong class="fs12lh1-5 cf1">modello liottiano</strong><span class="fs12lh1-5 cf1">, <a href="https://www.ilfogliopsichiatrico.it/2023/03/31/2456/" target="_blank" class="imCssLink">qui</a>).</span><span class="fs12lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Non meno importante, il ruolo della <strong>corteccia prefrontale</strong> nella<strong> regolazione</strong> dell’attivazione post-traumatica, e dell’arousal: anche qui, le esperienze avverse in infanzia sembrano avere il potere di danneggiare queste funzioni inibitorie, lasciando l’individuo in balia di disregolazione, stati di allarme e agitazione indotti da -come si sarebbe detto anni fa- “riminiscenze” degli eventi traumatici “primevi”. Farina e Russell citano anche studi molto recenti su bambini maltrattati in relazione a una funzione chiamata di “<em>pattern separation</em>”, che in questi soggetti sarebbe alterata (<em><a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S0149763419302854?via%3Dihub" target="_blank" class="imCssLink">Hippocampal pattern separation of emotional information determining risk or resilience in individuals exposed to childhood trauma: Linking exposure to neurodevelopmental alterations and threat anticipation</a></em>), portandoli a un allarme ipergeneralizzato.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Gli autori passano quindi in rassegna alcuni studi a proposito delle <strong>esperienze avverse in infanzia</strong> (ACE), osservando come sia stata osservata (da diversi gruppi di lavoro, per esempio quello di Ruth Lanius) un’alterazione nel funzionametno di alcune reti neurali fondamentali nella coerenza narrativa di sè -raccolte in quello che chiamiamo <em>Default Mode Network</em>, una sorta di <a href="https://www.ilfogliopsichiatrico.it/2018/12/13/0078/" target="_blank" class="imCssLink">“baricentro” narrativo del Sè</a>, un luogo di auto-narrazione e sintesi. Inoltre, citano gli studi sull’emisfero destro, resi celebri dai <a href="https://www.amazon.it/Psicoterapia-lemisfero-destro-Allan-Schore/dp/8832854899?ie=UTF8&tag=slhyin-21&hvadid=722187028317&hvpos=&hvexid=&hvnetw=g&hvrand=6802891606665509663&hvpone=&hvptwo=&hvqmt=&hvdev=c&ref=pd_sl_zw9tx1vk5_e&tag=&ref=&adgrpid=170593184099&hvpone=&hvptwo=&hvadid=722187028317&hvpos=&hvnetw=g&hvrand=6802891606665509663&hvqmt=&hvdev=c&hvdvcmdl=&hvlocint=&hvlocphy=20609&hvtargid=dsa-1595363597442&hydadcr=&mcid=&gad_source=1" target="_blank" class="imCssLink">lavori di Shore</a>. In un passaggio particolarmente denso dell’articolo esplicano quindi, in modo esteso, un <strong>possibile meccanismo patogenetico del disturbo di personalità borderline</strong>, ingenerato da tentativi di adattarsi dell’individuo allo stato post-traumatico; merita qui riportarlo per intero:</span></div><div><em class="fs12lh1-5 cf1"><br></em></div><div><em class="fs12lh1-5 cf1">“Finally, in the study of early relational trauma and disintegration processes we should consider the continuing interplay between alterations of biological structures (e.g., functional connectivity), the development of mental functions (e.g.,emotional control, continuity of self- experience or mentalization), the interpersonal environment (e.g., attachment figures) and pathogenic beliefs that take shape within the traumatic environment in an attempt to adapt to it. In this sense the traumatic disintegration could have a compounding negative impact on development: it hinders high-level mental functioning, leading to the above mentioned difficulties (e.g., executive functions, social cognition, self- consciousness), while it worsens, through a circular causation, the effects of the pathogenic beliefs and the relationship with the interpersonal and social environment, hampering “healthy personality functioning that should be characterized by openness to experience, flexibility, adaptability… flexibility of cognitive affective schemas… the capacity to constantly re- evaluate the sense of self and relatedness in the course of development” ( Luyten et al., 2020 , p. 90). The overall effect of these complex interactions is also the impairment of cooperative predisposition and trust (both epistemic and affiliative) that contribute to make these patients so resistant to psychotherapy (Liotti &amp; Farina, 2016 )”</em></div><div><em class="fs12lh1-5 cf1"><br></em></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Como osserviamo, e come prima ricordato, Russell e Farina, così come altri autori provenienti da ambiti diversi (Liotti, Clara Mucci), spiegano il <strong>funzionamento borderline</strong> come un tentativo problematico di adattarsi agli stati disregolati e alle tendenze dissociative, di individui con storie traumatiche di sviluppo: da qui <strong>ipotizzano l’esistenza</strong> di una <strong><em>dimensione</em> traumatica “disintegrativa”</strong>, un elemento da ricercare anche in altre forme cliniche (su tutti, alcune forme di disturbo di personalità). É importante qui ricordare come parte del lavoro di Giovanni Liotti fosse incentrato su questi temi, in particolare pensiamo alle strategie di controllo, <a href="https://www.ilfogliopsichiatrico.it/2021/09/30/7777-2/" target="_blank" class="imCssLink">qui riassunte</a>.<br><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Concludendo, gli autori presentano il sunto del loro lavoro, che qui elenchiamo in due punti centrali: 1) </span><span class="fs12lh1-5 cf1">esisterebbe una </span><strong class="fs12lh1-5 cf1">dimensione traumatica disintegrativa</strong><span class="fs12lh1-5 cf1"> da ricercare anche in altre forme di psicopatologia: una sorta di </span><em class="fs12lh1-5 cf1">terreno fertile</em><span class="fs12lh1-5 cf1"> per l’emersione di altri quadri clinici; 2) </span><span class="fs12lh1-5 cf1">la disintegrazione delle funzioni mentali superiori, sarebbe il primo processo patogenetico anche nelle altre forme di disturbo dissociativo: dal fallimento delle funzioni di sintesi nascerebbero sia la dissociazione disinibita, che quella inibitoria: “T</span><em class="fs12lh1-5 cf1">rait disintegrative vulnerability is, thus, the precondition to develop both types of dissociation, regarded as the pathological “functional reorganization of the mind into enduring parallel- distinct structures which operate side by side without being fully integrated with each other</em><span class="fs12lh1-5 cf1">”. Semplificando, le funzioni mentali superiori, a seguito di un uno o più eventi traumatici, verrebbero reclutate nel gestire la veemenza delle emozioni conseguenti al trauma stesso: da un loro funzionamento “difettoso” originerebbero sia la dissociazione disinibita che quella inibitoria, come due forme dello stesso disturbo.</span></div><div><strong class="fs12lh1-5 cf1"><br></strong></div><div><strong class="fs20lh1-5 cf2">CONCLUSIONI</strong></div><blockquote><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Da questi 3 lavori possiamo farci un’idea del pensiero di Meares a proposito di diverse questioni inerenti la psicopatologia: come osserviamo, il modello neojacksoniano di mente è pienamente adottato, e da Meares complessificato: il complesso mentecervello si strutturerebbe in modo progressivo, crescendo, entro una logica gerarchica. I diversi registri di memoria, come teorizzato da Tulving, si svilupperebbero in modo sequenziale, progressivo, a partire dalla memoria procedurale per andare a quella episodica, e infine a quella autobiografica: la <em>legge di Ribot</em> e le osservazioni sulla neurodegenerazioni, confermerebbero un’architettura ancora una volta gerarchica, con elementi del sistema sovrapposti e in equilibrio dinamico, con aree deputate a inibire altre aree: dal fallimento di questo equilibrio e dal degenerare di queste operazioni di inibizione operato dalla funzioni mentali superiori, si svilupperebbero molte forme di psicopatologia, dalle dissociazioni disinibite a quelle inibitorie, fino a fenomeni di difficile interpretazione come il dejavù.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br></span></div></blockquote><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Quello che di <strong>Russell Meares</strong> dobbiamo evidenziare, in conclusione, è l’importante lavoro di <strong>rilancio</strong> del modello neojacksoniano e, attraverso esso, del lavoro di Henri Ey e Janet a proposito dell’architettura della mente e della psicopatologia. </span><span class="fs12lh1-5 cf1">Come abbiamo osservato, l’autore australiano ha esplorato a fondo le implicazioni fenomenologiche del modello, fornendo un importante contributo a riguardo di alcune “chiavi di lettura” di alcuni sintomi: si tratterebbe in molti casi di </span><strong class="fs12lh1-5 cf1">disturbi della stato della coscienza</strong><span class="fs12lh1-5 cf1"> indotti da </span><strong class="fs12lh1-5 cf1">tentativi fallimentari</strong><span class="fs12lh1-5 cf1"> da parte del paziente di adattarsi a vissuti post-traumatici di difficile gestione. </span><span class="fs12lh1-5 cf1">Con questo in mente, potremmo approcciare un paziente borderline con un’idea </span><em class="fs12lh1-5 cf1">differente</em><span class="fs12lh1-5 cf1"> in mente, osservando i sintomi del disturbo di personalità come </span><strong class="fs12lh1-5 cf1">risultanti da penosi sentimenti di discontinuità</strong><span class="fs12lh1-5 cf1"> della coscienza, </span><strong class="fs12lh1-5 cf1">a cui il paziente stesso tenterebbe di adattarsi</strong><span class="fs12lh1-5 cf1">. Al di là del quadro borderline, potremo infine ricercare nella storia clinica del paziente aspetti di “adattamento” a vissuti dolorosi, possedendo uno strumento in più per tentare di approcciarne i sintomi. </span><span class="fs12lh1-5 cf1">Da qui, poi, lavorare nella direzione di una </span><strong class="fs12lh1-5 cf1">maggiore coerenza narrativa</strong><span class="fs12lh1-5 cf1"> e di una maggiore </span><strong class="fs12lh1-5 cf1">integrazione,</strong><span class="fs12lh1-5 cf1"> con il fine ultimo di “<a href="https://www.ilfogliopsichiatrico.it/2023/06/29/4562-3/" target="_blank" class="imCssLink">rendere non necessaria la dissociazione</a>“</span></div><div><br></div><div><strong class="fs20lh1-5 cf2">TAKEAWAYS</strong></div></div><blockquote><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">1. La dissociazione deriva dal fallimento delle funzioni mentali superiori di sintesi</span></div></blockquote><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br></span></div><blockquote><div><span class="fs12lh1-5 cf1">2. Il gruppo di originatori del modello neojacksoniano, e i successivi aderenti a questa visione della psicopatologia, sono: </span><em class="fs12lh1-5 cf1">Spencer, Henri Bergson, Pierre Janet, Hughlings Jackson, William James, Henri Ey, Russell Meares, Giovanni Liotti, Benedetto Farina</em></div></blockquote><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br></span></div><blockquote><div><span class="fs12lh1-5 cf1">3. Il lavoro fatto da Giovanni Liotti e Benedetto Farina ha riguardato l’integrazione del modello neojacksoniano con la teoria dell’attaccamento. Quindi: neojacksonismo + Teoria dell’Attaccamento (“</span><em class="fs12lh1-5 cf1">Sviluppi traumatici</em><span class="fs12lh1-5 cf1">” è il testo di riferimento)</span></div></blockquote><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br></span></div><blockquote><div><span class="fs12lh1-5 cf1">4. La dissociazione, nella sue diverse forme, potrebbe essere collegata in modo diretto alle funzioni inibitorie (dissociazione inibitoria) o nel loro fallimento (dissociazione disinibita): tutto originerebbe da una </span><strong class="fs12lh1-5 cf1">dimensione traumatico-disintegrativa interdiagnostica</strong></div></blockquote><div><div><span style="font-weight: 700;" class="fs12lh1-5 cf1"><br></span></div><div><strong class="fs20lh1-5 cf2">ALTRE FONTI</strong></div></div><blockquote><div><span class="fs12lh1-5 cf1">1. <a href="https://www.stateofmind.it/2015/10/modello-conversazionale-traumi-relazionali/" target="_blank" class="imCssLink">Camilla Marzocchi sulla concettualizzazione del disturbo borderline per Meares</a></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">2. <a href="https://www.google.com/url?sa=t&source=web&rct=j&opi=89978449&url=https://quadernidiculturajunghiana.it/russell-meares-la-dolorosa-incoerenza-del-se-nel-disturbo-borderline-di-personalita/%3Fdownload%3D1307&ved=2ahUKEwi-1dzR9tyPAxUYg_0HHRLbEdAQFnoECDYQAQ&usg=AOvVaw26euujBqlgTQhZn7wzAvbe" target="_blank" class="imCssLink">Russell Meares: la ‘dolorosa incoerenza’ del Sé nel Disturbo Borderline di Personalità</a></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">3. <a href="https://www.ilfogliopsichiatrico.it/2023/12/12/3513/" target="_blank" class="imCssLink">3 MODI DI INTENDERE LA DISSOCIAZIONE, da un intervento di Farina</a></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">4. <a href="https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/?sort=date&term=Meares+R&cauthor_id=21438747" target="_blank" class="imCssLink">le pubblicazioni di Russell Meares</a></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">5. <a href="https://whenworldwide.org/films/tripped-black-hole" target="_blank" class="imCssLink">questi contributi video</a></span></div></blockquote><div><div style="text-align: -webkit-auto;"><br></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sat, 15 Nov 2025 07:00:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[La mente scolapasta]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaele Avico]]></author>
			<category domain="https://popmed.info/blog/index.php?category=Psicoterapia"><![CDATA[Psicoterapia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000018"><div><span class="fs11lh1-5 cf1">Mettiamo insieme un po’ di materiale, qui si seguito, a proposito dei <strong>rischi</strong> dell’uso compulsivo, eccessivo, di <strong>device e social media</strong>, partendo da <strong><a href="https://medusanewsletter.substack.com/p/stupidi" target="_blank" class="imCssLink">queste riflessioni su Medusa</a></strong>, di Matteo de Giuli. In particolare troviamo un estratto dal libro di Valerio Rosso <strong><a href="https://www.amazon.it/psiq-Salute-Mentale-istruzioni-luso/dp/B0BZ6SLXJD" target="_blank" class="imCssLink">PSIQ</a></strong> a proposito di quello che chiama <strong>Disturbo da diffusione patologica dell’attenzione</strong>, quindi un approfondimento sul tema dell’<strong>overload cognitivo</strong> (responsabile del senso di stanchezza cronica che molti lamentano), infine una recensione del volume di Jonathan Haidt <strong>La generazione ansiosa</strong>, più attuale che mai.</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><span class="cf1">La sensazione è quella di essere depauperati di energia cognitiva senza capirne a fondo i motivi. </span><span class="cf1">Come se la mente, da titolo, fosse uno <strong>scolapasta</strong> che perde energia e risorse, impiegate in attività per lo più inutili - il che ci riporta alla domanda centrale: che fare?</span></span></div><div><strong class="fs11lh1-5 cf1"><br></strong></div><div><strong><span class="fs20lh1-5 cf2">Disturbo da Diffusione Patologica dell’Attenzione</span><br></strong><span class="cf1"><span class="fs11lh1-5">(<span class="fs11lh1-5"><i><a href="https://www.amazon.it/psiq-Salute-Mentale-istruzioni-luso/dp/B0BZ6SLXJD/ref=sr_1_1?adgrpid=145354981606&dib=eyJ2IjoiMSJ9.M7UPDjoYbE7C1cRyg5fkqFyFkrlzBqOFrkgHCYY-yCQJNCeTYAc7Xced8j4pONJ8.e1YpGsexc37iP-cJ8I6YJIatFIzJgeahylhk8DzMHpQ&dib_tag=se&hvadid=710712614054&hvdev=c&hvexpln=0&hvlocphy=9217766&hvnetw=g&hvocijid=569287947078772141--&hvqmt=e&hvrand=569287947078772141&hvtargid=kwd-2000158318075&hydadcr=19757_2364425&keywords=psiq+valerio+rosso&mcid=c7d122757ea1389c8e0084582dbf0642&qid=1760360534&sr=8-1&ufe=app_do%3Aamzn1.fos.8a1562af-dabe-4f1d-8eb5-1ded1ace4ef7" target="_blank" class="imCssLink">da </a></i></span></span><span class="fs11lh1-5"><i><a href="https://www.amazon.it/psiq-Salute-Mentale-istruzioni-luso/dp/B0BZ6SLXJD/ref=sr_1_1?adgrpid=145354981606&dib=eyJ2IjoiMSJ9.M7UPDjoYbE7C1cRyg5fkqFyFkrlzBqOFrkgHCYY-yCQJNCeTYAc7Xced8j4pONJ8.e1YpGsexc37iP-cJ8I6YJIatFIzJgeahylhk8DzMHpQ&dib_tag=se&hvadid=710712614054&hvdev=c&hvexpln=0&hvlocphy=9217766&hvnetw=g&hvocijid=569287947078772141--&hvqmt=e&hvrand=569287947078772141&hvtargid=kwd-2000158318075&hydadcr=19757_2364425&keywords=psiq+valerio+rosso&mcid=c7d122757ea1389c8e0084582dbf0642&qid=1760360534&sr=8-1&ufe=app_do%3Aamzn1.fos.8a1562af-dabe-4f1d-8eb5-1ded1ace4ef7" target="_blank" class="imCssLink">PSIQ di Valerio Rosso</a></i></span><span class="fs11lh1-5">)</span></span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1">Negli ultimi anni diversi autori stanno provando ad ipotizzare le conseguenze che le caratteristiche della nostra società contemporanea, basata sul digital, sulla costante richiesta di aumento delle performance cognitive e sull'accelerazione del nostro stile di vita, potranno avere sulla mente degli esseri umani. </span><span class="fs11lh1-5 cf1">Quando si parla del Disturbo da Diffusione Patologica dell’Attenzione, definito anche come DDPA, ci si riferisce ad una nuova potenziale entità psicopatologica caratterizzata da un eccessivo ingaggio dell’attenzione in plurime attività che sequestrano il potenziale cognitivo della mente. Questo sequestro del nostro potenziale cognitivo può produrre diversi sintomi quali:</span></div><blockquote><blockquote><div><span class="fs11lh1-5 cf1">- superficialità decisionale</span></div></blockquote><blockquote><div><span class="fs11lh1-5 cf1">- disturbi della memoria</span></div></blockquote><blockquote><div><span class="fs11lh1-5 cf1">- alterazioni affettive</span></div></blockquote><blockquote><div><span class="fs11lh1-5 cf1">- diminuzione delle competenze relazionali</span></div></blockquote><blockquote><div><span class="fs11lh1-5 cf1">- alterazioni del ritmo sonno veglia</span></div></blockquote></blockquote><div><span class="fs11lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1">Le ipotesi &nbsp;teoriche che hanno portato alla definizione di questo possibile nuovo disturbo della nostra mente vanno attribuite a due principali autori: Adam Gazzaley, un neuroscienziato americano autore del libro "The Distracted Mind", e a Yuval Noah Harari, il famoso storico e saggista israeliano autore del famosissimo "Homus Deus". </span><span class="fs11lh1-5 cf1">Oltre all'attuale stile di vita iper-accelerato e che richiede performance intellettive sempre maggiori, l'attuale diffusione degli smartphone, del web e dei social media sembra aver dato il "colpo di grazia" al nostro capitale attentivo: l'incapacità crescente a focalizzare e a mantenere la nostra attenzione in un determinato task rappresenta, evidentemente, un danno generale al nostro potenziale cognitivo.</span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1">[..]</span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1">Bene, adesso vi spiegherò come gli Smartphone, i Social Network ed il Gioco d’Azzardo ci rubano il Tempo, l’Attenzione e diminuiscono la nostra Versatilità, allo stesso modo di come accade quando usiamo in maniera problematica una sostanza d’abuso come l’eroina o l’alcol. </span><span class="fs11lh1-5 cf1">Il Tempo a nostra disposizione e la capacità di direziona e mantenere l’Attenzione su attività produttive, che ci appassionano e che ci fanno crescere, è il vero punto cardine della nostra Vita. </span><span class="fs11lh1-5 cf1">Leggendo psiq penso che abbiate capito che esistono disturbi mentali particolarmente subdoli ed invalidanti che vanno a compromettere proprio la nostra attenzione (oltre ad altre funzioni) come l’ADHD e anche, in parte, il Disturbo Bipolare. </span><span class="fs11lh1-5 cf1">In realtà negli ultimi anni, con la diffusione di massa degli smartphone e dei social media, si sta facendo strada una condizione patologica della nostra mente che, in realtà, non ha ancora un nome su cui gli scienziati concordano, ma che io ho chiamato “Disturbo da Diffusione Patologica dell’Attenzione” (“DDPA”) (380). </span><span class="fs11lh1-5 cf1">In quest’era digitale siamo tutti a rischio di sviluppare un “Disturbo da Diffusione Patologica dell’Attenzione” (“DDPA”) perché intorno a noi si stanno sviluppando delle condizioni fortemente favorenti questo problema. </span><span class="fs11lh1-5 cf1">Infatti siamo tutti oggetto di Campagne di Marketing che cercano di attirare la nostra attenzione (nel Mondo Reale, sul web e sui Social Media) ed inoltre la crisi economica, le Guerre, i Cambiamenti Climatici e la perdita di spiritualità e di valori solidi stanno portando l’umanità ad una sorta di Depressione Esistenziale che necessita di essere lenita. Che cosa sta accadendo, quindi, nel nostro attuale Mondo, che si sta anche caratterizzando per una velocità eccessiva, richieste di performance elevatissime e dalla presenza del digital che è una fonte enorme di connessione, di contenuti accattivanti e di opportunità sensoriali?</span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1">Le conseguenze di tutto ciò sono state una moltiplicazione dei cosiddetti attrattori di attenzione che assorbono e diffondono la nostra attenzione con conseguenze non ancora completamente chiare sul piano psicopatologico. </span><span class="fs11lh1-5 cf1">Il concetto di diffusione patologica dell’attenzione, che poi, in termini pratici, si traduce in un sequestro del nostro limitato capitale attentivo, è un fenomeno noto da diverse decine di anni, in sostanza da quando l’Umanità ha iniziato ad utilizzare mezzi e media che hanno potenziato e facilitato la comunicazione, negli anni ’60 e ’70. </span><span class="fs11lh1-5 cf1">“Superficialità”, purtroppo è questa una delle conseguenza di una diffusione costante della nostra attenzione, sequestrata da mille attrattori digitali, reali ed intrapsichici, che a fatica ce la restituiscono. </span><span class="fs11lh1-5 cf1">Andando avanti in questo ragionamento possiamo affermare che la diffusione patologica della nostra attenzione nel mondo digitale ed in quello reale iper- accelerato, favoriscono la costante presenza di ansia e rimuginazione. </span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1">Perché tutto questo? </span><span class="fs11lh1-5 cf1">L’ansia e la rimuginazione, intese in senso “classico”, erano sostenute da processi psicopatologici di tipo implosivo, ovvero che spesso affondavano le loro radici in una sorta di deflessione dell’osservazione verso il nostro interno a scapito della realtà esterna; spesso rappresentano dei veri e propri bias interpretativi dei dati in nostro possesso. </span><span class="fs11lh1-5 cf1">Ansia e rimuginazione sono emersi e si sono diffusi tra le persone come entità psicopatologiche nel corso di tutto il ‘900. </span><span class="fs11lh1-5 cf1">Allo stato attuale ansia e rimuginazione sono ancora molto presenti tra le persone nel mondo occidentale iper- accelerato e digitalizzato, ma non più come entità patologiche ma come segni e sintomi del Disturbo da Diffusione Patologica dell’Attenzione. Inoltre queste forme di ansia e di rimuginazione assumono una valenza esplosiva, ovvero diretta completamente verso l’esterno (381). </span><span class="fs11lh1-5 cf1">Nel momento in cui il nostro capitale di attenzione è completamente depauperato la nostra mente subisce una sorta di Effetto “colapasta”, ovvero la dispersione dell’attenzione rende la nostra mente simile ad un “colapasta” che non trattiene le informazioni per il tempo sufficiente alla loro elaborazione e questo ci impedisce di soffermarci sulle memorie e sui dati sensoriali, generando sensazioni di incertezza, allarme e disagio scarsamente definibili (382). </span><span class="fs11lh1-5 cf1">Quali potrebbero essere, quindi, le conseguenze cliniche ed esistenziali del DDPA?</span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1">Di seguito riporto una tabella riassuntiva dei più probabili sintomi e segni che potrebbero caratterizzare un disturbo costante della capacità di portare attenzione secondaria ad una costante diffusione (leggi “depauperizzazione”) dell’attenzione stessa:</span></div><blockquote><blockquote><div><span class="fs11lh1-5 cf1">- Ansia e Rimuginazione.</span></div></blockquote><blockquote><div><span class="fs11lh1-5 cf1">- Attacchi di Panico.</span></div></blockquote><blockquote><div><span class="fs11lh1-5 cf1">- Disturbi da desiderio sessuale, anorgasmia.</span></div></blockquote><blockquote><div><span class="fs11lh1-5 cf1">- Difficoltàrelazionali.</span></div></blockquote><blockquote><div><span class="fs11lh1-5 cf1">- Difficoltà di apprendere nuovi task.</span></div></blockquote><blockquote><div><span class="fs11lh1-5 cf1">- Anedonia e Alessitimia.</span></div></blockquote></blockquote><div><span class="fs11lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1">Per poter provare sentimenti autentici, vivere le nostre passioni e scrivere il nostro futuro abbiamo bisogno di riuscire a soffermarci sulle cose, di focalizzare i nostri pensieri e le nostre azioni, in poche parole abbiamo bisogno di poter disporre della nostra attenzione. Se questa qualità della nostra cognizione ci viene sottratta, proprio perché diluita e diffusa in plurime direzioni, rischiamo di perdere il motivo per cui la vita vale la pena di essere vissuta: la nostra possibilità di autodeterminarci e di essere liberi.</span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1">[…]</span></div><div><strong class="cf1"><span class="fs11lh1-5"><br></span></strong></div><div><strong class="fs14lh1-5 cf2">OVERLOAD COGNITIVO E COSTI</strong></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1">Più volte su </span><strong class="cf1">POPmed</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> abbiamo scritto dei rischi connessi all’uso eccessivo di device tecnologici, all’iper-carico cognitivo connesso a un eccesso di dati, alla “bugia” del multitasking. Quali sono le conseguenze sulla nostra salute mentale dell’iper-esposizione ai dati, le conseguenze di quello che viene chiamato </span><strong class="cf1">overload,</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> o sovraccarico cognitivo? </span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1">Prima di tutto occorre definire lo </span><span class="fs11lh1-5 cf1">span attenzionale</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> e chiarire come la </span><strong class="cf1">guerra quotidiana per la nostra attenzione</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> su internet ci tocchi molto da vicino. </span><span class="fs11lh1-5 cf1">In psicologia generale lo</span><strong class="cf1"> span attenzionale</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> è definito come l’estensione dell’attenzione selettiva, sia in senso di tempo (</span><span class="fs11lh1-5 cf1">per quanto riesco a prestare attenzione a un determinato stimolo</span><span class="fs11lh1-5 cf1">) che in termini di spazio (q</span><span class="fs11lh1-5 cf1">uanto ricordo di ciò che ho visto? Quanti elementi riesco a ricordare di una determinata serie?</span><span class="fs11lh1-5 cf1">). </span><span class="fs11lh1-5 cf1">La capacità di prestare attenzione in modo selettivo, inoltre, è garanzia di apprendimento. </span><span class="fs11lh1-5 cf1">Focalizzare l’attenzione ci proietta in uno </span><strong class="cf1">stato mentale</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> particolarmente </span><strong class="cf1">consono a immagazzinare informazioni</strong><span class="fs11lh1-5 cf1">: una dimensione mentale alternativa, differente, che ci consente di vivere a pieno l’esperienza dell’immagazzinamento delle informazioni che ci aggradano. </span><span class="fs11lh1-5 cf1">Alcuni studi hanno indagato uno stato mentale particolare che viene chiamato “learning state”, ovvero una condizione di particolare </span><strong class="cf1">immersività</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> dentro l’esperienza che ci permette di apprendere con più facilità e potenza da ciò che stiamo vivendo. </span><span class="fs11lh1-5 cf1">A tutti è capitato di trovarsi così immersi dentro un racconto che si sta leggendo, da sperimentare un lieve distacco dalla realtà e un’immersione profonda nella lettura. </span><span class="fs11lh1-5 cf1">Questo stato di </span><span class="fs11lh1-5 cf1">immersività</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> ci consente di immagazzinare con più forza le informazioni che ci arrivano, dato che l’apprendimento di svolge in modo più coinvolto ed “emozionato”. </span><span class="fs11lh1-5 cf1">La dimensione emotiva dell’apprendimento è cosa risaputa: l’apprendimento supportato da uno stato emotivo peculiare (per esempio rimanere particolarmente colpiti da una poesia, o da una canzone, la dimensione “interpersonale” dell’apprendimento-pensiamo al <a href="https://www.ilfogliopsichiatrico.it/2018/05/24/0019/" target="_blank" class="imCssLink">concetto di </a></span><span class="fs11lh1-5 cf1"><a href="https://www.ilfogliopsichiatrico.it/2018/05/24/0019/" target="_blank" class="imCssLink">“filtro affettivo” di Krashen</a></span><span class="fs11lh1-5 cf1">), rende più profondi i solchi tracciati nella nostra memoria dall’esperienza.</span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1">Senza addentrarci nella questione di come il <strong>mercato dell’attenzione</strong> riesca a distrarci così compulsivamente da ciò che stiamo facendo, osserviamo intorno a noi come lo span attenzionale della normale cittadinanza (è molto generica come definizione ma sufficientemente onnicomprensiva) sia minacciato da una <strong>tensione verso il “ritorno”</strong> al device tecnologico in grado di rompere lo stato di attenzione focalizzata -riportando il soggetto alla realtà del “digital”- staccandolo bruscamente da ciò che, al di fuori dello schermo, stia facendo e “immagazzinando” in termini di apprendimento.</span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1">Nel processo di apprendimento e di immersione, spezzare l’attenzione (con un controllo compulsivo del device tecnologico, per esempio) concorre a rendere più complicato il processo immersivo tenendoci sempre “in superficie”, come un ritorno costante a una realtà “altra” che ci distrae dal compito primario (per esempio la lettura approfondita). </span><span class="fs11lh1-5 cf1">In questo senso parliamo di </span><strong class="cf1">attenzione selettiva intermittente</strong><span class="fs11lh1-5 cf1">: i Social Media e in generale Internet, come molti lamentano, possiedono armi sufficientemente potenti da forzarci a un “ritorno” al device (per esempio lo smartphone) interrompendo di fatto il nostro compito cognitivo principale. </span><span class="fs11lh1-5 cf1">Si potrà obiettare che la decisione di interrompere un qualche gesto per tornare a controllare lo smartphone, dipende dalla volontà del singolo. Verissimo nel momento in cui sopravvalutiamo le competenze attentive umane, di fatto labili. Quello che qui si vuole argomentare, è che l’essere umano non è sufficientemente forte da resistere a un invito così promettente come quello offerto dal Social, o dal digitale in sè. La </span><strong class="cf1">promessa</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> infatti di un </span><strong class="cf1">appagamento relazionale</strong><span class="fs11lh1-5 cf1">, e il ricordo “neurobiologico” connesso a pregresse scariche di </span><strong class="cf1">dopamina</strong><span class="fs11lh1-5 cf1">, si pongono a tampone di un bisogno che è gerarchicamente superiore e più basico rispetto a molti altri bisogni, più “laterali” ma altettanto importanti, come appunto l’apprendimento, la contaminazione, l’eplorazione mentale: si genera un conflitto che spesso ci vede perdenti, arresi alla compulsione del “checking”. Mettere in mano uno smartphone a individui nevrotici adulti, affamati di contatto umano e relazioni, è dare da bere agli assetati: la voglia, l’impulso, rischiano di avere la meglio.</span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf2"><b>I COSTI DELL’OVERLOAD</b></span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1">La <strong>guerra dell’attenzione</strong> ci pressa da ogni dove, ogni singola volta che sblocchiamo il nostro telefono; e non saremo sufficientemente forti da resisterle, come sopra argomentato (i bisogni di appartenenza e seduzione, insieme alla componente dopaminergica, si pongono come primari, diventando nel tempo gratificatori unici, in grado di prevalere sugli altri). </span><span class="fs11lh1-5 cf1">Il risultato è che la nostra mente è costantemente impegnata in una </span><strong class="cf1">lotta contro le distrazioni</strong><span class="fs11lh1-5 cf1">, in un costante slalom tra input al fine di tenere il focus su un determinato argomento. </span><span class="fs11lh1-5 cf1">Pensiamo alle interruzioni continue degli spot su Youtube, ai banner pubblicitari, al neuro-bombardamento di input pensati per noi su Social di diverso genere; un costante rumore di fondo, un vero e proprio </span><strong class="cf1">inquinamento cognitivo</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> a cui siamo sottoposti in modo pressoché costante.</span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1">Ma con quali <strong>costi?</strong></span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1">Questo stato di sovraccarico viene chiamato <strong>overload cognitivo</strong> in riferimento alla fatica indotta da <strong>tre processi principali</strong>:</span></div><blockquote><blockquote><div><span class="fs11lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1">- il lavoro implicito di</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><strong class="cf1">scrematura e differenziazione tra stimoli</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1">che costantemente facciamo per poter mantenere il focus. Il cervello, come sappiamo, è già di suo un</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><strong class="cf1">filtro</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1">in grado di portare alla nostra attenzione pochi stimoli alla volta per ragioni di adattamento; bombardarlo in modo continuo di stimoli ridondanti e chiassosi, rende il lavoro di</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><strong class="cf1">filtraggio</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1">ancora più faticoso e frustrante.</span></div></blockquote><blockquote><div><span class="fs11lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1">- la fatica della</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><strong class="cf1">scelta continua</strong><span class="fs11lh1-5 cf1">, dell’eccesso di stimoli tra cui scegliere, rappresenta un problema per ora sotto-soglia, non ancora pienamente indagato (o almeno, non in relazione a Internet: ne parla bene Just Mick in <a href="https://www.youtube.com/watch?v=aTiMInaM46o" target="_blank" class="imCssLink">questo</a></span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1">video</span><span class="fs11lh1-5 cf1">); ne scrive anche Pietro Minto in</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1"><a href="https://www.ilfogliopsichiatrico.it/2021/08/06/2546-2/" target="_blank" class="imCssLink">questo</a> libro</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1">che abbiamo recensito di recente citando il concetto di FOMO (fear of better options), il timore relativo al fatto di aver fatto la scelta migliore in un mondo di possibilità di consumo pressoché infinite</span></div></blockquote><blockquote><div><span class="fs11lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1">- </span><strong class="cf1">tradire</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1">costantemente la nostra attenzione con altro (come durante la lettura, l’impugnare e sbloccare il telefono) ci condanna al continuo bisogno di</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><strong class="cf1">ri-focalizzarci</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1">su ciò che stavamo facendo “prima” di distrarci; questo è di per sé uno sforzo cognitivo, un task mentale. Il tema qui è complesso poichè esistono aspetti emotivi implicati nel fenomeno, dato che siamo meno portati a distrarci tanto più il compito è per noi stimolante. Il problema è che, in questo senso, solamente i compiti per noi massimamente edificanti in termini emotivi saranno in grado di coinvolgerci al punto da impedirci movimenti di distrazione: il risultato è che tutto ciò che non è per noi “centrale” rischia di disperdersi, con meno possibilità da parte nostra di essere contaminati da qualcosa di altro. Se mettiamo questo fenomeno insieme a quello delle bolle informative create dagli algoritmi, capiamo facilmente come tutti noi si rischi di “radicalizzarci” sempre di più su</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><strong class="cf1">isole di contenuto</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1">“nostre”, senza associazioni libere, contaminazioni e scoperta di “altro”. É come sottoporsi a una</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1"><a href="https://dueragazzefuorimoda.wordpress.com/2017/02/09/la-cura-ludovico-e-lo-strvolgimento-della-catarsi-aristotelica/" target="_blank" class="imCssLink">Cura ludovico</a></span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1">con i nostri stessi contenuti, tutto il giorno, auto-bombandardoci il cervello con contenuti in grado di “fittare” benissimo con ciò che già sappiamo, radicalizzandoci appunto.</span></div></blockquote></blockquote><div><span class="fs11lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1">Esistono degli studi che hanno indagato questi aspetti?</span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1">Alla voce “<strong><a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Information_overload" target="_blank" class="imCssLink">sovraccarico cognitivo</a></strong>” troviamo su Wikipedia inglese alcuni spunti interessanti:</span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1"><br></span></div><blockquote><blockquote><div><span class="fs11lh1-5 cf1">- </span><span class="fs11lh1-5 cf1">il concetto ha radici storiche molto lunghe; in epoca moderna, negli anni ‘70 già ci si interrogava su quali sarebbero state le conseguenze dell’iper-abbondanza di stimoli e le possibili conseguenze sulla salute mentale degli individui. L’ultima formulazione, e più recente, è attribuita a un ricercatore tedesco (Peter Roetzel) che in</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1"><a href="https://link.springer.com/article/10.1007/s40685-018-0069-z" target="_blank" class="imCssLink">questo approfondito articolo</a></span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1">traccia uno stato dell’arte del problema in termini il più possibile scentifici, da un punto di vista della “psicologia dei consumi” e del business. In questa meta-analisi della letteratura esistente, l’autore identifica i rischi e in particolare 3 modi di concettualizzare il problema dell’overload di informazioni: 1) l’overload come conseguenza di una</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><strong class="cf1">scarsa attenzione al “design”</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1">della progettazione dell’esperienza utente in sè, una sorta di perversione non prevista della creazione di dati in eccesso; 2) l’overload come un virus, con persone non ancora coscienti della portata della “malattia” diffusa da piattaforme sempre più spinte in termini di dati e informazioni prodotte (“</span><span class="fs11lh1-5 cf1">Users seem to ignore possible side effects of information overload up to a very high level before retreating from these channels or platforms</span><span class="fs11lh1-5 cf1">”) e 3) l’</span><strong class="cf1">overload come conseguenza di un’assenza di tempo</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1">sufficiente ad affrontare la complessità delle informazioni prodotte in rete (qui l’accento è messo appunto sul tema “tempo limitato”). L’articolo raccoglie le strategie di fronteggiamento del problema in 3 categorie (incentrate su 3 soggetti: l’uomo, il processo cognitivo in sè, e la tecnologia): sono raccolte in</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1"><a href="https://link.springer.com/article/10.1007/s40685-018-0069-z/tables/11" target="_blank" class="imCssLink">questa tabella</a></span></div></blockquote><blockquote><div><span class="fs11lh1-5 cf1"><br></span></div></blockquote><blockquote><div><span class="fs11lh1-5 cf1">- la pagina descrive</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><strong class="cf1">due tipologie di overload</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1">di informazioni: da eccesso di</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1">fonti,</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1">e da eccesso di</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1">“profondità”</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1">delle stesse; entrambe sapranno produrre -soprattutto in soggetti particolarmente meticolosi o puntigliosi- FOBO (</span><span class="fs11lh1-5 cf1">fear of better options</span><span class="fs11lh1-5 cf1">) e “</span><span class="fs11lh1-5 cf1">not just right experience</span><span class="fs11lh1-5 cf1">”, una sensazione insomma di insoddisfazione a fronte di grandi quantità di informazioni tra le quali decidere -sempre estremamente faticosa e frustrante. Uno dei rischi, insomma, è condurre ad</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><strong class="cf1">analisi-paralisi</strong><span class="fs11lh1-5 cf1">, a blocchi di performance</span></div></blockquote><blockquote><div><span class="fs11lh1-5 cf1"><br></span></div></blockquote><blockquote><div><span class="fs11lh1-5 cf1">- La pagina cita il lavoro di Clay Shirky, che in</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1"><a href="https://www.youtube.com/watch?v=LabqeJEOQyI" target="_blank" class="imCssLink">questo video</a></span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1">in tempi non sospetti (2008), ragionava sulla deriva che la dis-intermediazione totale generata dall’iper-connessione avrebbe generato; in effetti, aver scavalcato e resi superflui gli intermediari che facevano da</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><strong class="cf1">filtro</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1">(per esempio i giornali nazionali, le case editrici -oggi ognuno pubblica in autonomia in qualsiasi ambito) ha</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><strong class="cf1">aumentato in modo spropositato i contenuti</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1">in circolazione, da un lato liberando e democraticizzando la cultura (che era il sogno dei nerd-hippie fautori della rivoluzione digitale che oggi viviamo), dall’altro “aprendo le gabbie” e dando voce a chiunque, cosa che osserviamo oggi e di cui cominciamo a percepire il lato oscuro.</span></div></blockquote></blockquote><div><span class="fs11lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1">Al di là degli aspetti più teorici, l’overload cognitivo resta un problema che ci tocca nel vivo del nostro vivere quotidiano; il proliferare di pratiche mutuate dalla psicologia orientale, i corsi di pratiche zen, la ricerca di “focus” e la letteratura di self-help mirata ad aumentare la produttività, ci dicono di come la cittadinanza percepisca il problema come attuale e urgente. </span><span class="fs11lh1-5 cf1">É più che probabile che il futuro prossimo ci riservi una </span><strong class="fs11lh1-5 cf1">regressione a forma più contenute</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> di accesso alle informazioni che intorno a noi gravitano: forme di minimalismo, </span><strong class="fs11lh1-5 cf1">decluttering</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> “interiore”, ricerca di contatto con la natura (</span><span class="fs11lh1-5 cf1"><a href="https://www.ilfogliopsichiatrico.it/2020/11/02/4747-3/" target="_blank" class="imCssLink">forest bathing</a></span><span class="fs11lh1-5 cf1">), pratiche di “filtro” che ci consentano una migliore </span><strong class="fs11lh1-5 cf1">“ecologia” mentale</strong><span class="fs11lh1-5 cf1">, un ritorno al </span><strong class="fs11lh1-5 cf1">mono-tasking</strong><span class="fs11lh1-5 cf1">, maggiore attenzione all’UX (</span><span class="fs11lh1-5 cf1">user experience</span><span class="fs11lh1-5 cf1">), e altre forme di ribellione a un “data smog” percepito come sempre più tossico in termini psicologici.</span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1">Può sembrare banale, ma sarà sempre più centrale -al fine di preservare una buona igiene mentale- lavorare su abilità di costruzione di uno <strong>stile di vita adeguato</strong>. Per fare alcuni esempi:</span></div><blockquote><blockquote><div><span class="fs11lh1-5 cf1">- differenziando in modo feroce il tempo impiegato nel lavoro da quello libero, suddividendo i due momenti in modo rigido/verticale, per contrastare un senso di</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><strong class="cf1">reperibilità continua</strong></div></blockquote><blockquote><div><span style="font-weight: 700;" class="cf1">- </span><span class="fs11lh1-5 cf1">ritagliando momenti di assenza di produttività, di svago puro, o di semplice daydreaming slegato da task lavorativi</span></div></blockquote><blockquote><div><span class="fs11lh1-5 cf1">- inframezzando gli impegni settimanali con attività fisica</span></div></blockquote><blockquote><div><span class="fs11lh1-5 cf1">- investendo una parte della propria energia mentale nella costruzione di abitudini sociali positive, “in presenza”</span></div></blockquote><blockquote><div><span class="fs11lh1-5 cf1">- valutando l’abbandono totale/temporaneo di abitudini nefaste come appunto il checking o lo scrolling compulsivo,</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><strong class="cf1">auto-monitorando</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1">la qualità del tempo che spendiamo in rete</span></div></blockquote><blockquote><div><span class="fs11lh1-5 cf1">- limitando l’impatto sulla propria psiche di news/social/spazzatura mediatica</span></div></blockquote><blockquote><div><span class="fs11lh1-5 cf1">- assumendo maggiore consapevolezza sui rischi connessi al “</span><span class="fs11lh1-5 cf1"><a href="https://www.ilfogliopsichiatrico.it/2020/08/31/7575-2/" target="_blank" class="imCssLink">mercato della dopamina</a></span><span class="fs11lh1-5 cf1">“</span></div></blockquote></blockquote><div><span class="fs11lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1">..insomma, occorrerà sempre di più<a href="https://www.ilfogliopsichiatrico.it/2021/07/28/8906/" target="_blank" class="imCssLink"> lavorare sul proprio stile di vita.</a></span></div><div><br></div><div><span class="fs20lh1-5 cf2"><strong>La generazione ansiosa e i giovani</strong></span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1">“</span><strong class="cf1">La generazione ansiosa</strong><span class="fs11lh1-5 cf1">” viene tradotto e pubblicato recentemente da Rizzoli; è un saggio da un titolo forte, che però merita una lettura approfondita, vista l’attualità dei suoi contenuti, e i dati allarmanti riguardanti la salute mentale dei giovani, da più parti denunciate. </span><span class="fs11lh1-5 cf1">Il volume si presenta come una sorta di mega-indagine, una vera e propria inchiesta giornalistica che mette in ordine e sistematizza i più recenti dati a riguardo della salute mentale dei giovani in relazione all’utilizzo di smartphone e social-media, con un focus sul </span><strong class="cf1">periodo 2010-2015</strong><span class="fs11lh1-5 cf1">, cornice temporale che ha ospitato diverse innovazioni tecnologiche largamente </span><span class="fs11lh1-5 cf1">disruptive</span><span class="fs11lh1-5 cf1">, tutte insieme (iphone, app gratuite in cambio di pubblicità, social media, telefoni dotati di telecamere frontali, internet per tutti sempre e ovunque), in grado di avviare un cambio di paradigma a livello di relazioni e comunicazione tra gli individui -per le fasce d’età più giovani coincidente con quello che l’autore chiama, un po’ drammaticamente, la “</span><strong class="cf1">Grande Riconfigurazione dell’Infanzia</strong><span class="fs11lh1-5 cf1">”.</span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1">Qui ne faremo una <strong>recensione approfondita</strong>, cercando di cogliere gli aspetti più importanti di quello che l’autore ci vuole passare.</span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1">Jonathan Haidt è un professore universitario a NYC, e già in precedenza, con <a href="https://www.thecoddling.com/" target="_blank" class="imCssLink">questo libro</a>, aveva indagato la salute mentale giovanile; i suoi studi si posizionano al confine tra la psicologia sociale e la sociologia: ha anche avviato un sito da usare come strumento a latere della lettura, questo: <a href="https://www.anxiousgeneration.com/" target="_blank" class="imCssLink">https://www.anxiousgeneration.com</a></span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1">Vediamone alcune parti di “la generazione ansiosa” in dettaglio, procedendo nella lettura:</span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1"><br></span></div><blockquote><blockquote><div><span class="fs11lh1-5 cf1">- Nella prima parte del suo lavoro H. presenta il suo concetto di “</span><span class="fs11lh1-5 cf1">Grande Riconfigurazione dell’Infanzia</span><span class="fs11lh1-5 cf1">”: la sua idea è che dal 2010 al 2015 qualcosa sia accaduto, e che l’infanzia abbia preso forme nuove, correlate all’introduzione di device tecnologici estremamente additivi, precedente a un preoccupante</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><strong class="cf1">aumento di disturbi internalizzanti</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1">per le femmine in età adolescenziale ed</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><strong class="cf1">esternalizzanti per i maschi</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1">nella stessa età. Il libro è stato scritto nel 2023, è quindi molto attuale: il problema del “malessere psicologico nei giovani” è</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1"><a href="https://www.quotidianosanita.it/cronache/articolo.php?articolo_id=124888" target="_blank" class="imCssLink">sulla bocca di tutti</a></span><span class="fs11lh1-5 cf1">.</span></div></blockquote><blockquote><div><span class="fs11lh1-5 cf1"><br></span></div></blockquote><blockquote><div><span class="fs11lh1-5 cf1">- Il vero fattore discriminante, secondo Haidt, è rappresentato dalla</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><strong class="cf1">pervasività</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1">di utilizzo dei device, che da un certo tempo in poi (l’Iphone è stato introdotto nel 2007), ha garantito di essere</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><strong class="cf1">tutti sempre connessi</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1">-ancor di più dopo l’introduzione dei social network</span></div></blockquote><blockquote><div><span class="fs11lh1-5 cf1"><br></span></div></blockquote><blockquote><div><span class="fs11lh1-5 cf1">- Haidt ragiona sul fatto che se il malessere dei/le ragazz* in età adolescenziale fosse causato da elementi di macro-contesto nel mondo reale (come crisi economiche o guerre) altre epoche avrebbero dovuto essere più tragiche (come il 2009): no, secondo l’autore parliamo di qualcosa successo nella prima metà degli anni ‘10, e non “esterno”/riguardante guerre, epidemie o altro. Anzi, in questi ultimi casi -l’autore sottolinea-, a volte le comunità fanno gruppo e sperimentano paradossali effetti positivi in senso psicologico</span></div></blockquote><blockquote><div><span class="fs11lh1-5 cf1"><br></span></div></blockquote><blockquote><div><span class="fs11lh1-5 cf1">- Nel secondo capitolo, Haidt parte da alcune considerazioni riguardanti lo</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><strong class="cf1">sviluppo “sano” di un bambino</strong><span class="fs11lh1-5 cf1">, soprattutto nella lenta gestazione delle sue abilità psicosociali/cognitive: tante di queste abilità, il bambino le sviluppa impegnandosi in un’attività</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1">sincrona</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1">e basata sulla</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1">sintonizzazione emotiva</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1">con l’altro -attività come il</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><strong class="cf1">gioco sociale</strong><span class="fs11lh1-5 cf1">.</span></div></blockquote><blockquote><div><span class="fs11lh1-5 cf1"><br></span></div></blockquote><blockquote><div><span class="fs11lh1-5 cf1">- L’autore si chiede cosa produca un bombardamento mediatico operato su di un cervello malleabile come argilla negli anni cruciali, anni come quelli della preadolescenza, arrivando a parlare di un passaggio da un’“</span><span class="fs11lh1-5 cf1">infanzia basata sul gioco</span><span class="fs11lh1-5 cf1">” ad un’“</span><span class="fs11lh1-5 cf1">infanzia basata sul telefono</span><span class="fs11lh1-5 cf1">”.</span></div></blockquote><blockquote><div><span class="fs11lh1-5 cf1"><br></span></div></blockquote><blockquote><div><span class="fs11lh1-5 cf1">- Haidt parla di una “</span><strong class="cf1">riconfigurazione</strong><span class="fs11lh1-5 cf1">” vera e propria dell’infanzia, che attraverso il telefono sarebbe stata espropriata delle attività che evoluzionisticamente sarebbero state più importanti (come appunto il gioco sociale sincrono, la sintonizzazione affettiva, l’autoregolazione nel gruppo dei pari). Sottolinea a proposito di questo l’importanza del gioco “rischioso”, corporeo, citando diversi studiosi che lo approfondiscono (si veda per esempio</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1"><a href="https://www.tandfonline.com/doi/full/10.1080/21594937.2022.2152531" target="_blank" class="imCssLink">questo studio</a></span><span class="fs11lh1-5 cf1">):</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><strong class="cf1"><a href="https://chatgpt.com/share/67079db7-edf8-8003-b01b-b27fe33bff4a" target="_blank" class="imCssLink">la natura del bambino è antifragile</a></strong><span class="fs11lh1-5 cf1">, necessita cioè di “perturbazione e stress” per evolvere</span></div></blockquote><blockquote><div><span class="fs11lh1-5 cf1"><br></span></div></blockquote><blockquote><div><span class="fs11lh1-5 cf1">- Nel quarto capitolo l’autore apre il macro-capitolo “pubertà”, età particolarmente delicata in termini di “finestra di apprendimento” soprattutto a livello culturale/di conoscenza (si veda</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1"><a href="https://www.ilfogliopsichiatrico.it/2018/10/19/0066/" target="_blank" class="imCssLink">questo approfondimento</a></span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1">su “La mente adolescente” di Daniel Siegel): qui pone il problema degli</span><strong class="cf1"> “inibitori di esperienze”</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1">(la cultura dell’</span><strong class="cf1">iperprotezione</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1">che Haidt chiama</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><strong class="cf1">safetyism</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1">e la dipendenza da smartphone), e riflette sull’assenza di riti di passaggio (almeno non nel mondo online, esente da questo tipo di logiche)</span></div></blockquote><blockquote><div><span class="fs11lh1-5 cf1"><br></span></div></blockquote><blockquote><div><span class="fs11lh1-5 cf1">- Proseguendo nella lettura del libro, Haidt fa un veloce excursus storico a partire dal lancio del primo Iphone nel 2007, attraverso la creazione delle prime app (prima a pagamento, poi sostenibili a partire dalla pubblicità) fino ai giorni nostri; parla quindi del</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1">notorio “<a href="https://www.valeriorosso.com/2018/03/28/il-mercato-della-dopamina/" target="_blank" class="imCssLink">circuito di ricompensa</a>”</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1">e di come si possa sviluppare una dipendenza da smartphone, che ritiene “attivamente progettata” negli anni del lancio dei primi social network dai fondatori delle app stesse. Si trattava di ingenerare dipendenza nei ragazzini che avrebbero usato il social, obbligandoli a passare più tempo possibile sulle piattaforme. Ma come fare? Il meccanismo è quello della</span><strong class="cf1"> ricompensa “non garantita”</strong><span class="fs11lh1-5 cf1">. Così come avviene nel gioco d’azzardo, far seguire a una determinata azione una ricompensa sviluppa un apprendimento veicolato dal rilascio di una certa quantità di neurotrasmettitori: la ricompensa non dev’essere però garantita, per poter ingaggiare in modo più forte chi ne dovrebbe fruire -si evita così l’abituazione ad essa e il darla per “scontata- : il meccanismo è largamente studiato ed è appunto alla base del meccanismo che regge (e avvia) il disturbo da gioco d’azzardo patologico.</span></div></blockquote><blockquote><div><span class="fs11lh1-5 cf1"><br></span></div></blockquote><blockquote><div><span class="fs11lh1-5 cf1">- In più, Haidt ragiona sull’elemento “attivo” inerente gli aspetti di rinforzo, ovvero la possibilità da parte dei fruitori di essere in prima persona coinvolti, essendo che l’oggetto del reward è la propria immagine, la</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><strong class="cf1">rappresentazione sociale di sé</strong><span class="fs11lh1-5 cf1">. In questo modo, Haidt sostiene, si arriva a un passaggio fondamentale, la generazione di un meccanismo di aggancio basato non solo su</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1">trigger esterni</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1">(come la notifica, il suono che richiama l’utente al device), ma su</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><strong class="cf1">trigger interni</strong><span class="fs11lh1-5 cf1">, “formulazioni mentali”, “call to action mentali” in grado di attivare il soggetto alla compulsione e di disturbare il normale flusso dei suoi pensieri; veri e propri “</span><strong class="cf1">pensieri-trigger</strong><span class="fs11lh1-5 cf1">” sospinti alla coscienza dalla “fame” di rilascio neurotrasmettitoriale, come d’altronde accade in ogni dipendenza: “</span><span class="fs11lh1-5 cf1">chissà se avrò ricevuto notifiche</span><span class="fs11lh1-5 cf1">”, “</span><span class="fs11lh1-5 cf1">devo assolutamente controllare</span><span class="fs11lh1-5 cf1">”, etc.</span></div></blockquote><blockquote><div><strong class="cf1"><br></strong></div></blockquote><blockquote><div><span class="fs11lh1-5 cf1">- </span><strong class="cf1">Correlazione? No, causa.</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1">Proseguendo nella lettura, Haidt propone con forza l’idea che i disturbi psicopatologici osservati a partire dalla finestra temporale 2010-2015, debbano essere attribuiti ai prima descritti cambi di abitudini a riguardo del rapporto con gli oggetti tecnologici. Mette insieme una mole impressionante di dati, che si possono recupare</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1"><a href="https://docs.google.com/document/d/1w-HOfseF2wF9YIpXwUUtP65-olnkPyWcgF5BiAtBEy0/edit" target="_blank" class="imCssLink">qui</a>.</span></div></blockquote><blockquote><div><span class="fs11lh1-5 cf1"><br></span></div></blockquote><blockquote><div><span class="fs11lh1-5 cf1">- Nella quarta parte del libro, Haidt seleziona e presenta ulteriori studi, a tratti assumendo un tono paternalistico, moralizzante: unici elementi degni di nota, la questione del</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><strong class="cf1">maggior impatto dell’utilizzo dei device sulle ragazze</strong><span class="fs11lh1-5 cf1">, e il tema del distacco progressivo dagli ambienti naturali, alla cui frequentazione l’evoluzione ci avrebbe chiamati: a contatto con la natura, e in generale nella “realtà”, siamo esposti sia a dolore (un rifiuto “dal vivo”, un infortunio corporeo) che ad esperienze trasformative e positive, anche in senso spirituale (per mezzo di attività corali, fatte insieme, funzionali appunto al trascendere -come assistere ad un concerto dal vivo).</span></div></blockquote></blockquote><div><span class="fs11lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1">Che fare, dunque?</span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1">La seconda parte -più breve- del volume, è incentrata su quello che i <strong>governi, le scuole e i genitori</strong> dovrebbero fare per contrastare il processo di “riconfigurazione dell’infanzia” citato dall’autore. </span><span class="fs11lh1-5 cf1">I capitoli che si susseguono in questa seconda parte, sono per lo più ripetizioni di due concetti fondamentali:</span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1"><br></span></div><blockquote><blockquote><div><span class="fs11lh1-5 cf1">- è necessario</span><strong class="cf1"> rivedere e ripensare le norme</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1">(e anche le leggi) con cui permettiamo agli individui minorenni di accedere alle pagine internet. Il problema che l’autore pone in tutto il libro, viene anche qui riproposto: abbiamo concesso una</span><strong class="cf1"> libertà smisurata</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1">e non protetta alla navigazione su internet, e allo stesso tempo stiamo</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><strong class="cf1">iper-proteggendo</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1">nel mondo reale i bambini e gli adolescenti, inabilitandoli alle esperienza di crescita fondamentali</span></div></blockquote><blockquote><div><span class="fs11lh1-5 cf1"><br></span></div></blockquote><blockquote><div><span class="fs11lh1-5 cf1">- riprendendo il tema prima accennato, l’autore suggerisce di contrastare la tendenze al</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1">safetyism</span><span class="fs11lh1-5 cf1">, all’</span><span class="fs11lh1-5 cf1">iper-protezione</span><span class="fs11lh1-5 cf1">, lavorando (pensando alle nuove generazioni) per la promozione di una maggiore connessione alla vita reale, offline</span></div></blockquote></blockquote><div><span class="fs11lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1">In conclusione, il volume come prima accennato rappresenta un’indagine -scritta in modo semplice, spesso ridondante- a riguardo degli impatti dell’utilizzo di smartphone e social media sulla salute mentale di ragazz* cresciuti nel periodo “critico” tra 2010 e 2015.</span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1">Le parti più interessanti del volume sono quelli inerenti gli studi a riguardo del potere dipendentogeno dei device tecnologici: non rivelano nulla di veramente nuovo, ma sistematizzano gli studi che negli ultimi anni sono stati pubblicati, fornendo <strong>prove convincenti</strong> a riguardo di una effettiva causalità tra l’immissione nel mercato dei suddetti strumenti tecnologici e il peggioramento della salute mentale delle generazioni che, in quegli anni, si stavano formando.</span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1">Declassare una valutazione approfondita come quella eseguita da Jonathan Haidt a “boomerismo”, “trombonaggine” o generico “luddismo”, equivale a non prendere seriamente in considerazione la questione, problematizzandola come è necessario fare. Giungere alla conclusione che “</span><span class="fs11lh1-5 cf1">è sempre successo così”</span><span class="fs11lh1-5 cf1">, che “</span><span class="fs11lh1-5 cf1">ogni cambio di paradigma ha pro e contro</span><span class="fs11lh1-5 cf1">”, rischia nuovamente di lasciare tutto così com’è, senza che nessuno faccia nulla nè per avallare, né per modificare/raddrizzare/intervenire sullo stato delle cose. </span><span class="fs11lh1-5 cf1">Perchè inoltre -l’autore si chiede-, spostiamo sempre la questione su problemi “precedenti” che sarebbero la causa “prima”, originaria dei problemi di dipendenza dei ragazzi? Non possiamo intervenire su entrambi i momenti del problema, su </span><strong class="cf1">tutti gli elementi in gioco</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> di questo fenomeno, senza accanirci su “cosa venga prima” -domanda peraltro difficile, se non impossibile, da indagare? </span><span class="fs11lh1-5 cf1">Tendenzialmente, abbiamo a che fare con una nuova, subdola e ormai endemica nuova forma di </span><strong class="cf1">dipendenza comportamentale</strong><span class="fs11lh1-5 cf1">, rinforzata da meccanismi neurobiologici invincibili e inevitabili, soprattutto in chi ha il cervello in maturazione. La sensazione tuttavia è che, al momento, questa nuova forma di dipendenza non sia veramente problematizzata né pensata come tale: altre questioni sembrano sempre più attuali, forse perchè esiste un qualcosa da combattere attivamente, in senso fisico. Perché viene combattuta così ferocemente la cannabis legale, per fare un esempio, e ci si muove con lentezza da pachiderma nel normare l’accesso a siti dannosi per la salute mentale di individui in pieno sviluppo?</span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1">Nella parte finale di questo libro, Haidt osserva che sarebbe sufficiente ipotizzare l’intervento di aziende terze coinvolte al fine di controllare che i ragazzini che accedono a social o siti di pornografia siano effettivamente nell’età per farlo: non necessiteremmo di chissà quale tecnologia, sarebbe sufficiente un portale a cui autenticarsi con il proprio documento d’identità, che intercedesse per il soggetto stesso quando questi dovesse entrare in un determinato sito -garantendogli/le allo stesso tempo l’anonimato.</span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1">In ultima analisi, i <strong>limiti</strong> di questa indagine sono di ordine strettamente statistico: pur con questa enorme mole di dati, sembra difficile parlare di una causalità diretta: troppe variabili confondenti sporcano gli esperimenti, rendendo complicato tracciare una linea causale netta (per ora). </span><span class="fs11lh1-5 cf1">É indubbio tuttavia che a un’osservazione attenta, gli effetti dell’utilizzo compulsivo di uno smartphone -con tutto quello che al suo interno vi si possa rintracciare- sono evidenti, almeno agli occhi di un operatore della salute mentale: vanno dal modellare l’architettura dell’attenzione, al “bucare” la forma del pensiero (i trigger interni di cui prima scrivevamo, pensieri intrusivi in grado di portare l’attenzione al device, obbligandoci compulsivamente a ritornare ad esso) fino ad alterare il circuito del reward ingenerando una dipendenza comportamentale “nascosta” -allo stato delle cose accettata socialmente, per nulla problematizzata.</span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1">Tornando e concludendo sul libro di Haidt, <strong>La generazione ansiosa</strong> rappresenta una fotografia di estrema attualità dello stato di salute mentale delle generazioni dei ragazzi nati a partire dalla seconda metà degli anni ‘90, con un focus sulle implicazioni dei profondi sconvolgimenti in campo tecnologico che a partire dagli anni ‘10 del 2000, si sono succeduti con impressionante velocità. Al centro della sua indagine, Haidt pone i rischi di una forma endemica di dipendenza comportamentale che attribuisce all’uso pervasivo di device tecnologici portatili, fornendo alcune indicazioni generiche su temi di “<a href="https://www.ilfogliopsichiatrico.it/2021/09/21/8795/" target="_blank" class="imCssLink">ecologia della mente</a>”, aiutando il lettore a porsi in una relazione consapevole con questi strumenti tecnologici, finalmente e coraggiosamente problematizzando la questione.</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 17 Oct 2025 06:00:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Liberi dal panico]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaele Avico]]></author>
			<category domain="https://popmed.info/blog/index.php?category=Recensioni"><![CDATA[Recensioni]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000017"><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Il testo "<strong><em>Liberi dal Panico</em></strong>" di Pietro Spagnulo si concentra sul Disturbo di Panico (DP) e sugli attacchi di panico, fornendo una guida pratica per comprendere e superare il problema attraverso tecniche di terapia cognitivo-comportamentale di terza generazione. </span><span class="fs12lh1-5 cf1">Il libro spiega come, contrariamente alla percezione comune, il disturbo di panico non consiste semplicemente nell'avere attacchi di panico, ma nella </span><strong class="fs12lh1-5 cf1">preoccupazione</strong><span class="fs12lh1-5 cf1"> per questi attacchi, che porta a </span><strong class="fs12lh1-5 cf1">limitare</strong><span class="fs12lh1-5 cf1"> la propria libertà e a </span><strong class="fs12lh1-5 cf1">modificare</strong><span class="fs12lh1-5 cf1"> lo stile di vita.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Il disturbo di panico si caratterizza per un’elevata <em>ansia anticipatoria</em>, ovvero la paura di avere un altro attacco di panico, e per l'adozione di <em>comportamenti di evitamento</em> (come evitare luoghi o situazioni potenzialmente scatenanti). L'autore sottolinea che questi comportamenti di evitamento rappresentano una trappola, poiché alimentano il disturbo e lo cronicizzano.</span></div><div><strong class="fs12lh1-5 cf1"><br></strong></div><div><strong class="fs18lh1-5 cf2">Punti principali:</strong></div><div><strong class="fs12lh1-5 cf2"><br></strong></div><blockquote><strong class="fs12lh1-5 cf1">Cosa sono gli attacchi di panico:</strong><span class="fs12lh1-5 cf1"> Gli attacchi di panico sono stati di allarme fisiologici innocui, ma chi soffre di disturbo di panico li interpreta come eventi catastrofici (es. paura di morire, impazzire, o perdere il controllo).</span></blockquote><span class="fs11lh1-5"><br></span><blockquote><strong class="fs12lh1-5 cf1">I circoli viziosi del panico:</strong><span class="fs12lh1-5 cf1"> Il libro identifica due circoli viziosi che alimentano il disturbo. Il primo circolo è caratterizzato dalla paura delle proprie reazioni fisiche all’ansia, che porta a un aumento dell'ansia stessa. Il secondo circolo riguarda la ristrutturazione della propria vita per evitare gli attacchi, portando a una vita sempre più limitata e insoddisfacente.</span></blockquote><strong class="fs12lh1-5 cf1"><div><strong class="fs12lh1-5 cf1"><br></strong></div></strong><blockquote><strong class="fs12lh1-5 cf1">Trattamento:</strong><span class="fs12lh1-5 cf1"> La terapia cognitivo-comportamentale (CBT), e in particolare le tecniche di mindfulness, sono altamente efficaci per trattare il DP. Questi approcci si basano sulla familiarizzazione con le sensazioni corporee associate all’ansia e sulla modifica dei pensieri catastrofici che alimentano il panico.</span></blockquote><strong class="fs12lh1-5 cf1"><div><strong class="fs12lh1-5 cf1"><br></strong></div></strong><blockquote><strong class="fs12lh1-5 cf1">Farmaci:</strong><span class="fs12lh1-5 cf1"> Il libro discute anche l'uso di farmaci, come antidepressivi e benzodiazepine, sottolineando che questi non sono risolutivi e possono portare a dipendenza, consigliando quindi di considerare la psicoterapia come la principale via di guarigione.</span></blockquote><strong class="fs12lh1-5 cf1"><div><strong class="fs12lh1-5 cf1"><br></strong></div></strong><blockquote><strong class="fs12lh1-5 cf1">Importanza del cambiamento di atteggiamento:</strong><span class="fs12lh1-5 cf1"> L’autore insiste sull’importanza di apprendere a tollerare e gestire le proprie reazioni emotive, anziché cercare di eliminarle. Guarire significa comprendere che gli attacchi di panico sono innocui e imparare a convivere con la propria ansia.</span></blockquote><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Il libro offre una panoramica esaustiva sul panico e suggerisce esercizi pratici di mindfulness per aiutare i lettori a ritrovare il controllo della loro vita, smettendo di temere i sintomi dell’ansia e del panico​.</span></div><div><em class="fs12lh1-5 cf1"><br></em></div><div><b><span class="fs14lh1-5 cf2">TEORIE SULLA PATOGENESI DEL PANICO (= ANSIA DA SEPARAZIONE)</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Ci sono diversi aspetti da considerare quando consideriamo il disturbo di panico: parlando con persone affette da questo peculiare tipo di disturbo, si ha la sensazione che vivano immersi, come dicevamo, nel <strong>timore</strong> che un <em>nuovo attacco</em> possa presentarsi, portando con sé altri traumi, altre alterazioni; ma <strong>come nasce un attacco</strong>, come si sviluppa al nostro interno il <em>primo</em> attacco di panico? </span><span class="fs12lh1-5 cf1">Su questo, reputiamo molto interessante un punto di vista peculiare, che mette insieme una prospettiva evolutiva con una visione etologica, che </span><strong class="fs12lh1-5 cf1">Francesetti</strong><span class="fs12lh1-5 cf1"> et al. in questo articolo hanno descritto: </span><a href="https://www.ilfogliopsichiatrico.it/wp-content/uploads/2020/10/Francesetti-et-al-2020-Panic-attack-fear-or-solitude-1.pdf" target="_blank" class="imCssLink"><em class="fs12lh1-5 cf1">Panic disorder: attack of fear or acute attack of solitude? Convergences between affective neuroscience and phenomenological-Gestalt perspective</em><em class="fs12lh1-5 cf1">.</em></a></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br>Gli autori osservano come il panico si presenti spesso, per la prima volta, durante una fase di <strong>transizione</strong> del soggetto verso <strong>livelli più “alti” di autonomia</strong>. La sua comparsa si colloca quasi sempre prima dei 35 anni, anni di sperimentazione e allontanamento progressivo dagli ambienti relazionalmente protetti dell’infanzia. </span><span class="fs12lh1-5 cf1">Inoltre, osservano come il panico possa essere interpretato come un </span><strong class="fs12lh1-5 cf1">senso di sovra-esposizione dell’individuo al mondo circostante</strong><span class="fs12lh1-5 cf1">, senza una mediazione relazionale percepita come presente. </span><span class="fs12lh1-5 cf1">In questo senso possiamo pensare al panico come a un episodio parossistico (esagerato) di </span><strong class="fs12lh1-5 cf1"><em>ansia da separazione</em></strong><span class="fs12lh1-5 cf1">, in ragione di un qualche tipo di protezione percepita come improvvisamente manchevole, o “</span><em class="fs12lh1-5 cf1">cedevole</em><span class="fs12lh1-5 cf1">”.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Come sappiamo, dopo il primo attacco, le <strong>tentate soluzioni</strong> nel gestirlo rendono il disturbo <strong>cronico</strong>: se il paziente perdesse la memoria dopo il primo attacco, è più che probabile che il disturbo stesso si risolverebbe senza lasciare tracce. </span><span class="fs12lh1-5 cf1">Dopo il primo attacco, dunque, il paziente tenta di </span><strong class="fs12lh1-5 cf1">controllare i sintomi</strong><span class="fs12lh1-5 cf1"> e soprattutto quelli che interpreta come </span><strong class="fs12lh1-5 cf1">prodromi</strong><span class="fs12lh1-5 cf1"> dell’attacco di panico stesso: da qui, il cosiddetto </span><strong class="fs12lh1-5 cf1"><em>modello sul controllo</em></strong><span class="fs12lh1-5 cf1">.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">In pochissime parole, occorre che il soggetto, per superare il panico, <strong>abbandoni</strong> l’idea di <strong>controllare</strong> le alterazioni del suo corpo -interpretate come prodromi del panico stesso-, dato che quel controllo complica meccanismi biologici spontanei, che vengono appunto ingabbiati in un iper-controllo fallimentare ulteriormente ansiogeno, <em>cronicizzando</em> come si diceva il disturbo.<br><br>Il <strong>modello sul controllo</strong> del panico è <a href="https://www.ilfogliopsichiatrico.it/2020/08/07/3434-3/" target="_blank" class="imCssLink">qui estesamente approfondito</a>, per chi fosse interessato.</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 15 Sep 2025 07:00:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Breve storia dell'ECT (Terapia Elettroconvulsivante)]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaele Avico]]></author>
			<category domain="https://popmed.info/blog/index.php?category=Psicoterapia"><![CDATA[Psicoterapia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000016"><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Pubblichiamo questo articolo come corollario al podcast pubblicato a inizio mese, sempre a tema “ECT”. La terapia elettroconvulsivante (ECT), comunemente nota come “elettroshock”, è un esempio abbastanza unico di come a volte, per complesse motivazioni storiche, culturali, linguistiche, la comunicazione tra il mondo scientifico della medicina (clinica e ricerca) e quello dell’opinione pubblica possa andare storta. Per una lettura un po’ datata ma approfondita, e sulla quale si basa questo breve report “storico”, consigliamo l’articolo “<a href="http://www.psychiatrictimes.com/schizophrenia/history-ect-unsolved-mysteries" target="_blank" class="imCssLink">The History of ECT: Unsolved Mysteries</a>”, pubblicato nel 2004 su Psychiatric Times da Edward Shorter, professore di storia della medicina e di psichiatria a Toronto. </span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br></span></div><div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">L’ECT è una terapia<strong> efficace</strong>. Le evidenze in questo senso sono molto numerose. Le linee guida inglesi Maudsley Prescribing Guidelines indicano ad esempio l’ECT come una delle terapie di prima scelta per la<strong> depressione refrattaria ai trattamenti</strong>, basandosi sui risultati di diversi trials clinici. Nell’articolo di Ross et al. <em>Cost-effectiveness of Electroconvulsive Therapy for Treatment-Resistant Depression in the United States</em>, pubblicato nel 2018 su JAMA Psychiatry, gli Autori descrivono come, oltre ad essere significativamente più efficace della terapia farmacologica e della psicoterapia (50-60% dei pazienti depressi raggiungono una remissione rapida dopo la terapia rispetto al 10-40% di coloro che sono trattati con farmaci/psicoterapia), utilizzare l’ECT come prima linea di trattamento della “depressione resistente” (fallimento di due farmaci adeguati per dose e tempo di somministrazione) sarebbe la soluzione migliore in termini di “costo-efficacia”, ovvero di sostenibilità economica a livello di sistema.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Allora perché non si utilizza? Perché molti clinici, per non parlare dei pazienti e famigliari, considererebbero tale opzione “eccessivamente aggressiva” o semplicemente ne diffiderebbero a priori? Una visione storica ci aiuterà a capirlo.<br>Inoltre, per un approfondimento di quelli che sono i 5 principali “pregiudizi” sull’elettroshock consigliamo caldamente di consultare l’<a href="https://www.valeriorosso.com/2016/08/17/elettroshock-in-psichiatria/" target="_blank" class="imCssLink">articolo</a> del nostro collega, psichiatra e blogger Valerio Rosso.</span></div><div class="imHeading3"><span class="cf2">Breve storia dell'ECT</span></div><div><em class="fs12lh1-5 cf2">Precedenti</em></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">La storia dell’ECT rientra nell’ambito delle cosiddette “terapie fisiche in psichiatria”. Il “modello” di questi trattamenti, d’ispirazione per il successivo sviluppo dell’ECT, fu l’induzione di febbre malarica per il trattamento della neurosifilide, inventato dallo psichiatra viennese Wagner von Jauregg. L’antenato dell’ECT, che risale al 1934, è stata la terapia “convulsivante” indotta da molecole come il Cardiazolo (Metrazolo in USA). Lo psichiatra Ladislas von Meduna, infatti, ipotizzò che schizofrenia ed epilessia fossero patologie in reciproco antagonismo, e che pertanto il favorire convulsioni (come quelle presenti in crisi epilettiche) potesse contrastare lo sviluppo schizofrenico.</span></div><div><em class="fs12lh1-5 cf1"><br></em></div><div><em class="fs12lh1-5 cf2">La nascita, la diffusione e il declino dell’ECT</em></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Poco dopo, nel 1938, lo <strong>psichiatra italiano Ugo Cerletti</strong> sperimentò con successo l’effetto dell’applicazione di corrente elettrica diretta al cervello: le pubblicazioni di Cerletti (e Bini) ebbero un impatto di grandissima rilevanza anche oltre oceano e dopo pochissimi anni l’ECT si diffuse negli USA. Già nel 1941, da Harvard, provenne il primo manuale titolato “<em>Shock Treatment in Psychiatry: a Manual</em>”, seguito da molti altri testi simili, a testimoniare la diffusione dello strumento.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Stando a quanto sostenuto dallo psichiatra e storico E. Shorter, in quegli anni l’ECT era già stato utilizzato ampliamente dall’esercito USA nella seconda guerra mondiale, e negli anni ’50 era ormai un trattamento standard per i pazienti depressi ricoverati in ospedale. Poi, tutto a un tratto, dagli anni ’60 agli anni ’80 l’ECT sostanzialmente svanì dai programmi di training per psichiatri in USA (N.B.: in Italia, ancora oggi, gli specializzandi in psichiatria non ricevono, di base, una formazione specifica in ECT – data anche la scarsità di centri che lo praticano). Giustamente, Shorter si chiede “<em>why this sudden disappearance of a safe and effective therapy occurred is one the riddles of the history of psychiatry</em>” e prova a chiarire il ruolo di alcuni fattori. Ecco cosa sostiene:</span></div><div><ul><li><div><span class="fs12lh1-5 cf1">In quegli anni, l’opposizione all’elettroshock delle case farmaceutiche era mite se confrontata a quello che sarebbe stata in futuro. Ad esempio, Paul Jansenn (sì, proprio lui, quello della Jansenn) sosteneva apertamente la superiorità dell’ECT nel trattamento delle depressioni rispetto ai farmaci triciclici. Pertanto, l’opposizione (blanda) delle case farmaceutiche non può essere considerata come un fattore determinante, in quel contesto, per la virtuale scomparsa dell’ECT.</span></div></li><li><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Allo stesso modo la psicoanalisi, all’epoca imperante nel contesto accademico della psichiatria, non si mostrava apertamente ostile all’ECT. Anzi, Shorter sostiene come negli anni ’50 molti psicoanalisti fossero positivi all’idea di combinare ECT e talking therapy.</span></div></li><li><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Il fattore incriminato è stata invece la<strong> contro-cultura degli anni ’60</strong>, ostile alla psichiatria in genere e specialmente all’ECT, la cui diffusione popolare sarebbe stata favorita da eventi culturali di massa come l’uscita del film <em>One Flew Over the Cuckoo’s Nes</em>t (<em>Qualcuno volò sul nido del cuculo</em>) di Milos Forman, ispirato dal libro di Ken Kesey, che ebbe un grande impatto sull’opinione pubblica. In parallelo, legislazioni contro l’ECT vennero approvate in alcuni stati dell’unione, e l’APA (<em>American Psychiatric Association</em>) non forniva che debolissime, se non nulle, voci di sostegno alla procedura.</span></div></li></ul></div><div><em class="fs12lh1-5 cf1"><br></em></div><div><em class="fs12lh1-5 cf2">Una lenta, lentissima ripresa</em></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Un nuovo punto di svolta si ebbe grazie al lavoro di Max Fink, che nel 1979 pubblicava dati sulla maggiore efficacia dell’ECT rispetto agli antidepressivi. Sull’onda di questi nuovi dati sull’efficacia dell’elettroshock (efficacia di cui, nel loro intimo, tutti gli psichiatri erano già a conoscenza), nel 1985, su JAMA, una <em>consensus conference</em> sull’argomento scriveva che “<em>not a single controlled study has shown another form of treatment to be superior to ECT in short-term treatment of severe depression</em>”. Ma nonostante tali endorsements l’ECT ha purtroppo mantenuto, nel tempo, quella “fama” costruita dall’onda della cultura antipsichiatrica, e di cui fatica ancora oggi a liberarsi. Per tornare all’articolo di Ross e colleghi, gli stessi Autori si chiedono per quale motivo l’ECT rimanga una risorsa tanto eccezionale quanto eccezionalmente sottoutilizzata.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">A mio parere non vi sono solo le barriere pregiudiziali della popolazione (per le quali, di nuovo, vi rimando calorosamente all’articolo di Valerio Rosso) ma vi è scarsa informazione sui suoi benefici anche tra i professionisti della salute mentale, che continuano a mantenere una visione <strong>più cinematografica che reale</strong> della procedura ed ancora oggi, per tante ragioni (alcune, a onor del vero, molto pragmatiche), “resistono” all’invio dei pazienti che si gioverebbero dell’ECT. Come citato da Shorter, Fink stesso parlava di “depressione non adeguatamente trattata” in luogo di “depressione resistente”, proprio per queste barriere al trattamento presenti negli stessi operatori. Nella mia breve e recente esperienza, oggi la situazione è quasi invariata.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Negli USA, rispetto all’Italia, l’utilizzo dell’ECT è molto più diffuso, e il pregiudizio ad esso associato molto minore. Nel bel paese invece la congiuntura di una forte eredità antipsichiatrica e di pochi (eroici) centri attrezzati all’uso dell’ECT rende la (pre)disposizione di professionisti e pazienti ad affrontare questa terapia alquanto scarsa rispetto alle sue potenzialità.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Vorrei concludere citando direttamente E. Shorter nella parte finale del suo bell’articolo, che risale al 2004 ma che a me sembra ancora assolutamente valido, a distanza di 15 anni.</span></div><div><em class="fs12lh1-5 cf1"><br></em></div><div><em class="fs12lh1-5 cf1">“[…] la psichiatria rimane infusa di quell tipo particolare di paure e pregiudizi che altre specialità mediche sono capaci di isolare con il muro della medicina basata sulle evidenze. La realtà è che la nostra cultura teme ancora la terapia elettroconvulsivante, esattamente così come alcuni temono ancora le vaccinazioni. I clinici sono ancora riluttanti a raccomandarne l’uso, talvolta per evitare di insospettire/indispettire il paziente e compromttere l’alleanza terapeutica. </em><em class="fs12lh1-5 cf1">In ogni caso, qui non si tratta di lenire dolori reumatici. Stiamo piuttosto parlando di malattie che mettono a rischio la sopravvivenza delle persone, come le forme gravi di depressione melanocolica, la mania e la catatonia. Un trattamento di provata efficacia è disponibile. La follia è non usare tutte le risorse a disposizione della medicina scientifica.”</em></div><div><em class="fs12lh1-5 cf1"><br></em></div><div class="imHeading3"><span class="cf2">Bibliografia</span></div><div><ol><li><div><em><span class="fs12lh1-5 cf1">The Maudsley Prescribing Guidelines, 12th Edition, Wiley Blackwell Editor</span></em></div></li><li><div><em><span class="fs12lh1-5 cf1">Ross, EL et al. Cost-effectiveness of Electroconvulsive Therapy for Treatment-Resistant Depression in the United States. JAMA Psychiatry. Published online May 9, 2018. doi:10.1001/jamapsychiatry.2018.0768</span></em></div></li><li><div><em><span class="fs12lh1-5 cf1"><a href="https://jamanetwork.com/journals/jamapsychiatry/fullarticle/2680312" target="_blank" class="imCssLink">https://jamanetwork.com/journals/jamapsychiatry/fullarticle/2680312</a></span></em></div></li><li><div><em><span class="fs12lh1-5 cf1">Shorter, E. The History of ECT: Unsolved Mysteries. Psychiatric Times. Febr 1st 2004</span></em></div></li></ol></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 22 Aug 2025 08:39:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Interventi clinici centrati sulla soluzione: le cinque domande]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaele Avico]]></author>
			<category domain="https://popmed.info/blog/index.php?category=Recensioni"><![CDATA[Recensioni]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000015"><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Abbiamo in precedenza recensito <span><a href="https://popmed.substack.com/p/recensione-di-conversazioni-di-terapia" target="_blank" class="imCssLink">questo libro</a></span> introduttivo alla psicoterapia a seduta singola. <br><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Il libro che oggi presentiamo brevemente vuole invece introdurci al tema “<strong>terapia breve centrata sulla soluzione</strong>"; è uno scorrevole lavoro scritto da Flavio Cannistrà e Federico Piccirilli, fondatori dell’<a href="https://www.istitutoicnos.it/" target="_blank" class="imCssLink">Istituto ICNOS</a>. Lasciamo a chi fosse interessato la lettura del volume (molto corto e scorrevole), riportando qui solo alcuni <strong>spunti</strong> -in particolare un'introduzione al modello <em>BRIEF</em>, a cui la terapia centrata sulla soluzione si ispira, e un riassunto scritto dalla “<em>macchina</em>” a proposito delle “<strong>domande mirate</strong>” fatte dal terapeuta nel corso della terapia centrata sulla soluzione.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><em>Zero interpretazione, zero concetto di resistenza, zero idea di “portare alla coscienza quello che conscio non è”</em>: si tratta -nel contesto di questo approccio peculiare alla sofferenza del paziente- di <strong>partire da quello che c’è,</strong> dal presente, al fine promuovere un <strong>cambiamento attivo</strong>, efficace e potenzialmente <strong>risolutivo</strong>. Le domande poste dal terapeuta, come si osserverà nell’approfondimento dedicato, vogliono portare alla luce ed evidenziare le risorse del paziente. Quella centrale, la domanda da cui tutte le altre derivano, è la domanda sul "<strong>miracolo</strong>": da qui parte in seduta un lavoro di <strong>ricalibrazione e progressiva maggiore precisione sui dettagli</strong> <strong>di “cambiamento”</strong>, in modo che il paziente <strong>visualizzi</strong> con sempre maggiore precisione quello che dovrebbe “fare” affinché il cambiamento si possa realizzare.<br><br><strong>Descrivere = catalizzare il cambiamento</strong>. Questo è un concetto che permea la terapia breve in generale e ricorre più volte in questo lavoro, una sorta di <em>manifesting</em>, l’idea che <strong>immaginare nel dettaglio</strong> e pensare a cosa dovrebbe cambiare nello specifico, possa portare a un cambiamento nelle <em>azioni</em> del paziente, e quindi a cambiamenti nella sua <em>vita</em>. </span><span class="fs12lh1-5 cf1">A proposito della letteratura sulla terapia centrata sulla soluzione, citiamo solamente <a href="https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/39324877/#:~:text=Results%3A%20%20SFBT%20demonstrated%20significant,studies%20researched%20some%20different%20aspects" target="_blank" class="imCssLink">questa umbrella review del 2024</a>.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br>Come prima accennato, gli autori osservano che molti dei concetti portati dalla terapia centrata sulla soluzione provengono dal <strong><em><a href="https://www.brief.org.uk/" target="_blank" class="imCssLink">modello Brief</a></em></strong>, che merita qui un breve approfondimento per punti:</span></div><blockquote><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">- Il fondatore dell’approccio </span><em class="fs12lh1-5 cf1">Brief</em><span class="fs12lh1-5 cf1"> è, citato spesso nel libro, <a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Steve_de_Shazer" target="_blank" class="imCssLink">Steve de Shazer</a>; anche in questo caso, il </span><em class="fs12lh1-5 cf1">Mental Research Institute</em><span class="fs12lh1-5 cf1"> è raccontato come la fucina da cui questo approccio nacque storicamente, a partire dal lavoro seminale di </span><strong class="fs12lh1-5 cf1">Milton Erickson.</strong></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">- Tendenzialmente, come leggiamo anche in questo approfondimento, l’approccio </span><em class="fs12lh1-5 cf1">BRIEF</em><span class="fs12lh1-5 cf1"> sembra non poggiare su alcuna teoria strutturata, il che potrebbe risultare come un aspetto problematico, se non che l’idea di non partire da una teoria strutturata muove da un assunto di base, una visione della psicologia umana radicalmente </span><strong class="fs12lh1-5 cf1"><em>costruttivistica</em></strong><span class="fs12lh1-5 cf1">. Il costruttivismo racconta di una realtà sola e di molti occhiali indossati nel vederla/raccontarla: per cambiare la realtà psicologica di un individuo sarà importante descriverla e spiegarla in modo diverso, ristrutturandola, e partire dalle risorse uniche che il paziente/cliente possiede.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">- Per questo, come prima accennato, le </span><strong class="fs12lh1-5 cf1">domande mirate</strong><span class="fs12lh1-5 cf1"> e una </span><strong class="fs12lh1-5 cf1">descrizione dettagliata dei cambiamenti</strong><span class="fs12lh1-5 cf1"> che una persona vorrebbe compiere, risulteranno secondo questo approccio in un effettivo cambiamento, o nel suo catalizzarlo.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">- Tutto questo lavoro viene mediato dal linguaggio, e il terapeuta in questo caso rappresenta un facilitatore della conversazione, verso quel tipo di “assunzione”. Non solo quindi </span><strong class="fs12lh1-5 cf1">nominare</strong><span class="fs12lh1-5 cf1"> e descrivere in modo puntuale le cose per dare l’abbrivio a un cambiamento, ma anche “</span><em class="fs12lh1-5 cf1">performare il cambiamento</em><span class="fs12lh1-5 cf1">" usando il linguaggio. A questo proposito vengono in mente gli studi sul </span><strong class="fs12lh1-5 cf1">linguaggio performativo</strong><span class="fs12lh1-5 cf1"> di <a href="https://www.libraccio.it/libro/9788821112065/john-langshaw-austin/come-fare-cose-con-le-parole.html?tipo=usato&gad_source=1&gad_campaignid=20614417373&gclid=CjwKCAjwx8nCBhAwEiwA_z__01_tIdpJGDs2G8ZdtNNQh-kBPkfXVslY7ejjf8ghr2dCOYT2vrjIjBoC0YIQAvD_BwE" target="_blank" class="imCssLink">John L. Austin</a>, a sottolineare come il linguaggio possieda un potere “esecutivo”, “performativo” (“</span><em class="fs12lh1-5 cf1">io vi dichiaro marito e moglie”, “chiedo scusa</em><span class="fs12lh1-5 cf1">”). Siamo, come si osserva, in area </span><em class="fs12lh1-5 cf1">manifesting</em><span class="fs12lh1-5 cf1">, ovvero manifestare/descrivere, come si accennava prima, per promuovere un cambiamento a partire dal linguaggio stesso.</span></div></blockquote><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Questo approccio, come si diceva, vuole portare alla luce le <strong>risorse</strong> possedute dal paziente. Uno degli strumenti con cui questo viene fatto, sono le <strong>domande</strong>, e nel libro di Cannistrà e Piccirilli questo viene più volte sottolineato. Sono domande che hanno un loro razionale di utilizzo, che meritano di essere approfondite: elenchiamo qui di seguito, riassunte e spiegate dalla macchina -con alcune fonti cliccabili tra parentesi-, le <strong>cinque principali</strong>, che come si noterà riguardano aspetti peculiari della psicologia e del vissuto del paziente, che tuttavia hanno in comune la volontà di portarl* a focalizzarsi sugli aspetti di cambiamento o di risoluzione dei problemi (torniamo dunque alla definizione: “psicoterapia breve <strong><em>centrata sulla soluzione</em></strong>”). </span></div><div><strong class="fs12lh1-5 cf1"><br></strong></div><div><strong class="fs16lh1-5 cf1">1 - </strong><strong class="fs16lh1-5 cf2">Domanda del miracolo</strong><strong class="cf1"><span class="fs16lh1-5"> (</span><span class="fs16lh1-5"><i>Miracle Question</i></span><span class="fs16lh1-5">)</span></strong></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">La <em>domanda del miracolo</em> è forse la tecnica più nota della SFBT. In pratica il terapeuta chiede al paziente di immaginare che <strong>“stanotte accada un miracolo”</strong> che risolve completamente il problema, e poi di descrivere «cosa sarà diverso quando vi sveglierete domani mattina, cosa noterete come primo segno che il problema è scomparso» (<a href="https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC3125538/#:~:text=,27" target="_blank" class="imCssLink">pmc.ncbi.nlm.nih.gov</a>, <a href="https://link.springer.com/article/10.1007/s10591-024-09725-9#:~:text=The%20Miracle%20Question%20,brought%20you%20here%20is%20solved%3F%E2%80%9D" target="_blank" class="imCssLink">link.springer.com</a>). Ad esempio, in un caso clinico di ansia da esame una terapeuta propose: <em>“Supponiamo che stanotte accada un miracolo e tu riesca ad affrontare l’esame senza sentirti in imbarazzo. Cosa succederebbe di diverso domani? Cosa faresti di diverso, cosa noterebbero gli altri?” (</em><a href="https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC3125538/#:~:text=,27" target="_blank" class="imCssLink">pmc.ncbi.nlm.nih.gov</a>, <a href="https://link.springer.com/article/10.1007/s10591-024-09725-9#:~:text=The%20Miracle%20Question%20,brought%20you%20here%20is%20solved%3F%E2%80%9D" target="_blank" class="imCssLink">link.springer.com</a>). Questa domanda aiuta il paziente a <strong>visualizzare concretamente i propri obiettivi</strong> e i piccoli segnali di cambiamento che indicherebbero il loro raggiungimento (<a href="https://journals.plos.org/plosone/article?id=10.1371/journal.pone.0267107#:~:text=of%20the%20helpful%20information%20they,clear%20goals%2C%20a%20goal%20should" target="_blank" class="imCssLink">journals.plos.org</a>, <a href="https://link.springer.com/article/10.1007/s10591-024-09725-9#:~:text=The%20Miracle%20Question%20,brought%20you%20here%20is%20solved%3F%E2%80%9D" target="_blank" class="imCssLink">link.springer.com</a>). In termini di cambiamento, il miracolo stimola speranza e motivazione, facendo emergere risorse nascoste: definisce una <em>situazione di futuro desiderato</em> che funge da guida per il percorso terapeutico (<a href="https://journals.plos.org/plosone/article?id=10.1371/journal.pone.0267107#:~:text=of%20the%20helpful%20information%20they,clear%20goals%2C%20a%20goal%20should" target="_blank" class="imCssLink">journals.plos.org</a>, <a href="https://link.springer.com/article/10.1007/s10591-024-09725-9#:~:text=The%20Miracle%20Question%20,brought%20you%20here%20is%20solved%3F%E2%80%9D" target="_blank" class="imCssLink">link.springer.com</a>). Ad esempio, un cliente con disturbi dell’umore ha riferito di aver costruito un “video mentale” di una giornata ideale senza crisi depressive, riuscendo poi nella realtà a ripercorrerne alcuni passi (<a href="https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC3125538/#:~:text=,27" target="_blank" class="imCssLink">pmc.ncbi.nlm.nih.gov</a>, <a href="https://link.springer.com/article/10.1007/s10591-024-09725-9#:~:text=The%20Miracle%20Question%20,brought%20you%20here%20is%20solved%3F%E2%80%9D" target="_blank" class="imCssLink">link.springer.com</a>). In termini pratici, la domanda del miracolo permette di spostare l’attenzione dai problemi alle <strong>strategie di successo</strong> (cosa fa il paziente nella vita reale che già somiglia al risultato desiderato) e di stabilire obiettivi concreti (<a href="https://journals.plos.org/plosone/article?id=10.1371/journal.pone.0267107#:~:text=of%20the%20helpful%20information%20they,clear%20goals%2C%20a%20goal%20should" target="_blank" class="imCssLink">journals.plos.org</a>, <a href="https://www.frontiersin.org/journals/psychiatry/articles/10.3389/fpsyt.2023.1068006/full#:~:text=SFBT%20is%20taking%20place%3B%20,features%20are%20still%20considered%20essential" target="_blank" class="imCssLink">frontiersin.org</a>). Una review concettuale recente ribadisce che la domanda del miracolo è un elemento <em>cardine</em> in SFBT (<a href="https://www.frontiersin.org/journals/psychiatry/articles/10.3389/fpsyt.2023.1068006/full#:~:text=SFBT%20is%20taking%20place%3B%20,features%20are%20still%20considered%20essential" target="_blank" class="imCssLink">frontiersin.org</a>) ed è spesso seguita da approfondimenti su comportamenti concreti (ad es. “come farete a realizzare quel cambiamento?” (<a href="https://www.frontiersin.org/journals/psychiatry/articles/10.3389/fpsyt.2023.1068006/full#:~:text=sleeping%20tonight%20a%20miracle%20occurs,%E2%80%9CHow%20will" target="_blank" class="imCssLink">frontiersin.org</a>).</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><em><br></em></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><em>Esempio pratico:</em> in ambito clinico un terapeuta familiare che lavora con coppie in crisi può usare la domanda del miracolo così: <em>“Immagini che stanotte mentre dormi, il vostro problema si risolva: quando vi sveglierete domani, qual è la prima cosa che noterete di diverso nel vostro rapporto?”</em>. Questo porta la coppia a individuare piccoli segnali di armonia o comunicazione migliorata, da replicare.</span></div><div><strong class="fs12lh1-5 cf1"><br></strong></div><div><strong class="fs16lh1-5 cf1">2 - </strong><strong class="fs16lh1-5 cf2">Domanda del domani</strong><strong class="cf1"><span class="fs16lh1-5"> (</span><span class="fs16lh1-5"><i>Tomorrow Question</i></span><span class="fs16lh1-5">)</span></strong></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">La <em>domanda del domani</em> è una variante della Miracle Question, focalizzata a un arco temporale più breve. Chiede al cliente di <strong>immaginare di svegliarsi il giorno dopo</strong> con i propri “migliori desideri” già realizzati, e di descrivere i primissimi segnali che percepirebbe (<a href="https://link.springer.com/article/10.1007/s10591-024-09725-9#:~:text=Tomorrow%20question%20%28Ratner%20et%20al,will%20you%20begin%20to%20notice%3F%E2%80%9D" target="_blank" class="imCssLink">link.springer.com</a>). Ad esempio, Ratner et al. (2012) la formulano così: <em>“Supponi di svegliarti domani mattina con i tuoi migliori obiettivi raggiunti. Che cosa comincerai a notare?” </em>(<a href="https://link.springer.com/article/10.1007/s10591-024-09725-9#:~:text=Tomorrow%20question%20%28Ratner%20et%20al,will%20you%20begin%20to%20notice%3F%E2%80%9D" target="_blank" class="imCssLink">link.springer.com</a>). L’intento è simile a quello del miracolo, ma più centrato su cambiamenti “subito a portata di mano”. Nella pratica clinica o educativa si può usare con studenti: <em>“Se domani ti svegliassi con il compito preparato perfettamente, qual è la prima cosa che noti? Forse ti sentirai più sicuro nell’affrontare la mattina scolastica.”</em> Questo porta lo studente a pensare a comportamenti concreti da adottare da subito. La domanda del domani contribuisce al cambiamento favorendo una mentalità orientata al futuro prossimo e incoraggia la definizione di passi realistici. In termini teorici è riconosciuta come modalità di focalizzazione sul futuro dei pazienti (<a href="https://www.frontiersin.org/journals/psychiatry/articles/10.3389/fpsyt.2023.1068006/full#:~:text=grouped%20to%20aid%20further%20analysis,through%20discussions%20within%20the%20review" target="_blank" class="imCssLink">frontiersin.org</a>) e, come il miracolo, rafforza l’aspettativa di miglioramento. Ad esempio, in ambito scolastico gli psicologi usano questa domanda insieme a scale di progresso per impostare obiettivi brevi (<a href="https://deepblue.lib.umich.edu/handle/2027.42/167610#:~:text=treatment%20effect%20and%20moderator%20analyses,based%20therapists" target="_blank" class="imCssLink">deepblue.lib.umich.edu</a>, <a href="https://www.frontiersin.org/journals/psychiatry/articles/10.3389/fpsyt.2023.1068006/full#:~:text=grouped%20to%20aid%20further%20analysis,through%20discussions%20within%20the%20review" target="_blank" class="imCssLink">frontiersin.org</a>).</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br></span></div><div><strong class="fs16lh1-5 cf1">3 - </strong><strong class="fs16lh1-5 cf2">Domanda della strategia</strong><strong class="cf1"><span class="fs16lh1-5"> (</span><span class="fs16lh1-5"><i>Strategy Question</i></span><span class="fs16lh1-5">)</span></strong></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Le <em>domande di strategia</em> inducono il paziente a riflettere su <strong>come</strong> ha già ottenuto alcuni miglioramenti. Tipicamente si utilizzano dopo che il paziente segnala un piccolo progresso (ad es. “ha mangiato bene questa settimana” o “ha gestito senza crisi un problema al lavoro”). Il terapeuta chiede allora in modo retrospettivo: <em>“Come hai fatto? Come hai gestito quella situazione?” (</em><a href="https://www.brief.org.uk/resources/a-to-z-of-s-f-practice-part-3/s-is-for-scales-part-2.html#:~:text=4,They%20are%20not" target="_blank" class="imCssLink">brief.org.uk</a>). Invece di pianificare azioni future, queste domande valorizzano i passi già compiuti: ad esempio, <em>“Sei riuscito a dormire due notti senza insonnia – come credi di essere riuscito a farlo?”</em>. Scorrendo su una scala di cambiamento, il terapeuta può chiedere: <em>“Supponiamo che le cose migliorino di un gradino – come potrai accorgertene? Cosa noterai diverso?” (</em><a href="https://www.brief.org.uk/resources/a-to-z-of-s-f-practice-part-3/s-is-for-scales-part-2.html#:~:text=4,They%20are%20not" target="_blank" class="imCssLink">brief.org.uk</a>). L’obiettivo è “far sparire” l’enfasi sulle azioni specifiche e mettere in luce l’agente del cambiamento. Gli studi descrivono che in SFBT si privilegiano le domande retrospettive (<em>how did you do that?</em>) piuttosto che proiettive (<em>how will you do that?</em>), per sottolineare la spontaneità del processo di guarigione (<a href="https://www.brief.org.uk/resources/a-to-z-of-s-f-practice-part-3/s-is-for-scales-part-2.html#:~:text=4,They%20are%20not" target="_blank" class="imCssLink">brief.org.uk</a>). I benefici clinici delle strategy questions sono la presa di consapevolezza delle proprie strategie efficaci, l’aumento dell’autoefficacia e la pianificazione implicita dei passi successivi. Ad esempio, in un follow-up terapeutico con un paziente ansioso si può chiedere: <em>“Hai affrontato con successo una situazione che di solito ti spaventava. Cosa hai fatto di diverso?”</em> per aiutare il paziente a interiorizzare il proprio successo.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br></span></div><div><strong class="fs16lh1-5 cf1">4 - </strong><strong class="fs16lh1-5 cf2">Domanda dell’identità</strong><strong class="cf1"><span class="fs16lh1-5"> (</span><span class="fs16lh1-5"><i>Identity Question</i></span><span class="fs16lh1-5">)</span></strong></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Le <em>domande dell’identità</em> invitano il paziente a riflettere su <strong>chi è diventato</strong> o su quali qualità personali ha messo in campo per raggiungere un risultato. Ad esempio, dopo che il paziente ha realizzato un miglioramento (anche piccolo), il terapeuta può chiedere: <em>“Cosa dice di te il fatto che tu sia riuscito a far questo? Cosa hai imparato di te stesso lungo questo percorso?” (</em><a href="https://www.scsha.net/assets/session%207.pdf#:~:text=%E2%97%8B%20Strategy%20questions%3A%20How%20did,How%20will%20you%20know%20when" target="_blank" class="imCssLink">scsha.net</a>). Queste domande aiutano a consolidare la percezione di sé positivamente: il paziente riconosce di essere capace, coraggioso, resiliente, ecc. In termini di cambiamento, potenziano l’autostima e ridefiniscono l’identità del paziente al di là del problema. Ad esempio, un adolescente che ha ricostruito un’amicizia compromessa potrebbe sentirsi chiedere: <em>“Quali qualità tue hanno permesso questo cambiamento? Cosa significa per te?”</em>, vedendosi come una persona paziente o empatica. Questo rafforza la motivazione interna, perché il paziente si riconosce “già in azione” come la persona che vorrebbe diventare. Se ne sottolinea anche l’importanza in ambito educativo: secondo alcuni manuali SFBT, insegnanti o counselor scolastici che lavorano con ragazzi con difficoltà enfatizzano queste domande per far emergere le loro competenze nascoste (<a href="https://deepblue.lib.umich.edu/bitstream/handle/2027.42/167610/Franklin%20et%20al.%202020.pdf?sequence=1&isAllowed=y#:~:text=%28e,opposed%20to%20past%20or%20present" target="_blank" class="imCssLink">deepblue.lib.umich.edu</a>, <a href="https://www.scsha.net/assets/session%207.pdf#:~:text=%E2%97%8B%20Strategy%20questions%3A%20How%20did,How%20will%20you%20know%20when" target="_blank" class="imCssLink">scsha.net</a>).</span></div><div><strong class="fs12lh1-5 cf1"><br></strong></div><div><strong class="fs16lh1-5 cf1">5 - </strong><strong class="fs16lh1-5 cf2">Domanda del coping</strong><strong class="cf1"><span class="fs16lh1-5"> (</span><span class="fs16lh1-5"><i>Coping Question</i></span><span class="fs16lh1-5">)</span></strong></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">La <em>domanda del coping</em> è usata quando il paziente descrive una situazione difficile e lamenta fatica o scoraggiamento, chiedendo “come fai a reggere?”. Un tipico esempio è: <em>“Nonostante tutto quello che stai affrontando, come fai ad andare avanti ogni giorno? Come fai a non mollare?”</em>. Lo scopo è far riconoscere al paziente le proprie strategie di resilienza quotidiana. Anche se il problema persiste, il paziente si accorge di avere gestito la situazione usando risorse proprie. In pratica il terapeuta può dire: <em>“Dopo la nostra ultima seduta, cosa stai già facendo che ti aiuta a non peggiorare la situazione? Quali cose ti fanno andare avanti?” </em>(<a href="https://www.scsha.net/assets/session%207.pdf#:~:text=%E2%97%8B%20If%20nothing%20is%20better,things%20get%20back%20on%20track" target="_blank" class="imCssLink">scsha.net</a>). I vantaggi di questa domanda sono l’incremento della speranza e la consapevolezza di forza personale: il paziente prende coscienza di essere riuscito a <em>sopportare</em> finora grazie a proprie capacità di coping (<a href="https://www.scsha.net/assets/session%207.pdf#:~:text=%E2%97%8B%20If%20nothing%20is%20better,things%20get%20back%20on%20track" target="_blank" class="imCssLink">scsha.net</a>). In alcuni contesti clinici (ad es. assistenza psicologica in situazioni di trauma o malattia cronica) si sottolinea il valore di tale domanda per mobilitare le difese positive del paziente. Ad esempio, un bambino con difficoltà di apprendimento potrebbe sentirsi domandare: <em>“Sai fare qualcosa di utile quando la scuola diventa difficile? Come hai fatto a non arrenderti?”</em>, scoprendo così le piccole strategie che usa involontariamente, e rafforzandosi nell’idea di poter progredire.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><a href="https://www.frontiersin.org/journals/psychiatry/articles/10.3389/fpsyt.2023.1068006/full#:~:text=A%20review%20of%20SFBT%20controlled,Shazer%20and%20Berg%20outlined%20their" target="_blank" class="imCssLink">Qui</a>, infine, un articolo per approndire.</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 15 Jul 2025 06:00:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Le componenti fondamentali del trattamento psicoanalitico secondo Otto Kernberg]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaele Avico]]></author>
			<category domain="https://popmed.info/blog/index.php?category=Psicoterapia"><![CDATA[Psicoterapia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000014"><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Il Professor <strong>Otto Kernberg</strong> è uno dei più importanti psichiatri e psicoanalisti della nostra epoca, forse anche di quelle precedenti. È riuscito ad apportare contributi insuperati alla comprensione delle “organizzazioni patologiche di personalità”, alla teorizzazione delle relazioni oggettuali e in generale alla sistematizzazione della psicoanalisi contemporanea. Tutto ciò senza mai allontanarsi dal mondo reale dei pazienti, mantenendo un approccio alla teorizzazione sufficientemente pragmatico da poter essere effettivamente applicato in contesti reali, e senza mai provocare fratture con la psichiatria biologica o il mondo accademico.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Nel corso della sua carriera è stato Presidente dell’Associazione Internazionale di Psicoanalisi e ancora oggi pratica la psicoanalisi privatamente ed insegna psichiatria all’università Weill Cornell Medicine di New York, supervisionando la formazione dei giovani specializzandi.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Vorremmo qui introdurre i lettori di <em>POPMed</em> a un suo articolo, <a href="https://onlinelibrary.wiley.com/doi/full/10.1002/wps.20368" target="_blank" class="imCssLink">qui</a> raggiungibile.</span></div><div><strong class="fs12lh1-5 cf1"><br></strong></div><div><span class="fs16lh1-5 cf2">Le componenti fondamentali del trattamento psicoanalitico secondo Otto Kernberg</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Nell’articolo “<em>The four basic components of psychoanalytic technique and derived psychoanalytic psychotherapies”</em>, pubblicato nel 2016 sulla rivista World Psychiatry, Kernberg sintetizza efficacemente gli elementi centrali che caratterizzano il trattamento psicoanalitico e le cosiddette psicoterapie “ad orientamento psicoanalitico”, distinguendole da altre forme di trattamento della sofferenza mentale. Quando qualcuno, ad un esame o in una discussione davanti a un bicchiere di vino, vi chiederà che differenza c’è tra la psicoanalisi e la psicoterapia in generale (domanda classica, prima o poi arriva sempre se studiate o lavorate nel contesto “psi”), potrete rispondere come segue, citando il maestro e il suo articolo del 2016.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Seguendo una logica “dal generale al particolare”, pare sensato partire da qui.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">In sostanza ciò che caratterizza il trattamento psicoanalitico si riassume in quattro elementi: <strong>interpretazione, analisi del transfert, </strong></span><strong class="fs12lh1-5 cf1">neutralità tecnica e analisi del controtransfert</strong><span class="fs12lh1-5 cf1">.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br></span></div><blockquote><div><span class="fs12lh1-5 cf1">L’</span><strong class="fs12lh1-5 cf1">interpretazione</strong><span class="fs12lh1-5 cf1"> è la comunicazione verbale, da parte dell’analista, di ciò che l’analista ipotizza sia il conflitto inconscio che domina il funzionamento del paziente. Kernberg sottolinea come questa definizione, piuttosto generica, includa di fatto diversi tipi di intervento verbale/comunicativo. Ad esempio, forme di intervento ascrivibili al contesto “interpretativo” sono la </span><em class="fs12lh1-5 cf1">clarification</em><span class="fs12lh1-5 cf1"> (in cui l’analista cerca di far luce, di mettere ordine, su quello che sta avvenendo nella mente del paziente a livello conscio) e la </span><em class="fs12lh1-5 cf1">confrontation</em><span class="fs12lh1-5 cf1"> (il portare cautamente alla luce aspetti non-verbali del comportamento del paziente). Vi è poi ovviamente l’interpretazione vera e propria, ovvero la comunicazione di ciò che l’analista ritiene sia il significato inconscio ed unitario dell’insieme di esperienze, comportamenti e comunicazioni che paziente mette in atto.</span></div></blockquote><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br></span></div><blockquote><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Il </span><strong class="fs12lh1-5 cf1">transfert</strong><span class="fs12lh1-5 cf1"> è la ripetizione inconscia, nel presente, di un conflitto passato. Kernberg sostiene che la sua analisi sia la fonte principale del “cambiamento” indotto dal trattamento psicoanalitico. Inoltre, l’Autore sottolinea come il transfert operi come una “resistenza” (ovviamente al cambiamento) nella forma di </span><em class="fs12lh1-5 cf1">patterns</em><span class="fs12lh1-5 cf1"> stabili di difesa caratterologica. In tal senso, l’analisi del transfert e la sua interpretazione sono una via possibile alla modificazione del carattere.</span></div></blockquote><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br></span></div><blockquote><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Cosa si intende per </span><strong class="fs12lh1-5 cf1">neutralità tecnica</strong><span class="fs12lh1-5 cf1">? Trattasi della disposizione dell’analista ad approcciarsi al paziente, citando l’Autore, “con naturalezza e sincerità […] nel contesto di comportamenti socialmente appropriati, parte dei quali include che l’analista eviti di riferirsi o focalizzarsi sui propri interessi o problemi”. Kernberg, trattando questo punto, prende le distanze da un approccio “anonimo” sottolineando come sia inevitabile che alcuni elementi personali propri dell’analista emergano nel corso del trattamento, e come questi non siano un male</span><em class="fs12lh1-5 cf1"> tout-court</em><span class="fs12lh1-5 cf1">, ma anzi possano essere a loro volta elementi di analisi del transfert nel contesto della diade paziente-terapeuta. Attenzione però! L’Autore sottolinea anche come le reazioni del paziente ai comportamenti dell’analista non vadano lette costantemente come “reazioni di transfert”!! Esistono infatti anche reazioni “fisiologiche” (</span><em class="fs12lh1-5 cf1">realistic reactions</em><span class="fs12lh1-5 cf1">) che vanno distinte dal transfert, ovvero reazioni emotive a fatti/contesti/situazioni reali in cui il paziente e/o l’analista si possono trovare.</span></div></blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Il</span><strong class="fs12lh1-5 cf1"> controtransfert</strong><span class="fs12lh1-5 cf1"> è oggi definito come un concetto piuttosto allargato: si tratta “semplicemente” dell’insieme delle reazioni emotive dell’analista “momento per momento”. Queste reazioni includono a) reazioni al transfert del paziente; b) reazioni alla realtà della vita del paziente (ad esempio, la compassione per una perdita reale che il paziente può subire); c) reazioni alla realtà della vita dell’analista stesso; d) infine (definizione più ristretta e classica) le reazioni transferali attivate nell’analista dai contenuti espressi dal paziente. In questo sensoi, Kernberg puntualizza come serie difficoltà caratterologiche dell’analista possano portare a “distorsioni croniche” del controtransfert, implicitamente sottolineando il noto fatto che un analista dovrebbe essere “sufficientemente sano”.</span></div></blockquote><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Per chi fosse interessato a proseguire nell’approfondimento del lavoro di Otto Kernberg, rimandiamo anche a <a href="https://www.youtube.com/watch?v=EaUeYXxgebc&t=2s&ab_channel=CentrodiPsicoanalisiRomano" target="_blank" class="imCssLink">questo</a> <strong>video</strong>, commentato in <a href="https://www.ilfogliopsichiatrico.it/2020/07/03/4747-9/" target="_blank" class="imCssLink">questo</a> articolo.</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sun, 15 Jun 2025 14:13:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Solidità scientifica e statistica del fenomeno EMDR]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaele Avico]]></author>
			<category domain="https://popmed.info/blog/index.php?category=Psicoterapia"><![CDATA[Psicoterapia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000013"><div><strong class="fs11lh1-5 cf1">PREMESSA IMPORTANTE:</strong><em class="cf2"> abbiamo chiesto a ChatGPT (PLUS) di elaborare per noi una review della letteratura a proposito dell’EMDR; in particolare abbiamo voluto scoprire cosa la letteratura dice sui </em><strong class="cf2"><em>punti di forza</em></strong><em class="cf2"> e di </em><strong class="cf2"><em>debolezza</em></strong><em class="cf2"> di questo strumento così acclamato dalla comunità psicoterapeutica mondiale. <br><br></em></div><div><span class="cf2"><em>La nostra posizione di partenza è di <span class="fs11lh1-5"><b>scetticismo</b></span>: negli ultimi anni l’EMDR sembra essere divenuto lo strumento principe in psicoterapia, usato per qualunque cosa, su qualunque disturbo. Già questo rende sospetto il razionale di intervento e il principio di funzionamento dello strumento in sé: perché uno strumento usato per rimuovere la componente emotiva di un evento traumatico singolo dovrebbe funzionare per la depressione? La depressione presenta dunque aspetti traumatici? O il trauma condivide con la depressione nuclei psicopatogeni? Il tutto sembra stridere e raccontarci di un processo di elevatura pretestuosa inerente uno strumento senza dubbio utile, ma forse “gonfiato”. In più, con tutto il lavoro delle associazioni di settore che abbiamo osservato negli ultimi anni, il sospetto diviene ancora più forte, portandoci ad alcune domande su quanto non ci si trovi di fronte a un fenomeno -per lo più- di mercato. Alcune questioni sulla stimolazione bilaterale hanno ulteriormente acuito gli interrogativi: nei corsi di formazione scopriamo che “passare più velocemente le dita di fronte agli occhi di un individuo permette un’installazione più rapida del luogo sicuro”, ovvero aiuterebbe ad aumentare il senso di sicurezza, oppure addirittura passarli diagonalmente davanti al volto del paziente porterebbe ad altri vantaggi. Il tutto sembra veramente “magico”: al confronto con quella degli psicologi, la popolazione degli psichiatri (più formata al pensiero critico-scientifico) sembra aver meno accettato le narrazioni sul funzionamento dell’EMDR -forse non a caso. <br>In ogni caso, qui di seguito il mastodontico lavoro fatto dalla “macchina” per noi, con tra parentesi le fonti cliccabili. Abbiamo </em><strong><em>supervisionato e controllato i </em>papers</strong><em> proposti dall’AI, che ha generato una review che ci avrebbe chiesto settimane di lavoro. Di recente è stato pubblicato un documento da parte dell’APA (American Psychological Association), le linee guida ufficiali per il trattamento del PTSD degli USA, che declassa l’EMDR a “seconda scelta” per il PTSD. </em><strong><em><a href="https://www.apa.org/ptsd-guideline" target="_blank" class="imCssLink">Lo si trova qui</a></em></strong><em>. </em>Citiamo anche <a href="https://www.ilfogliopsichiatrico.it/2021/04/04/4322/" target="_blank" class="imCssLink">questo scritto</a> sui correlati morfologici e funzionali dell’EMDR, per chi volesse, a cura di <strong><a href="https://phd.uniroma1.it/web/SILVIA-BUSSONE_nT1528647_IT.aspx" target="_blank" class="imCssLink">Silvia Bussone</a></strong>.</span></div><div><em class="cf2"><br></em></div><div><em class="cf2">Buona lettura!<br><br>PS: per chi se lo chiedesse: sì, noi c’eravamo, in presenza, sulle poltroncine delle aule in cui il corso di formazione sull’EMDR si svolgeva: abbiamo quindi prima “toccato con mano”, e poi “parlato”.</em></div><div><br></div><div><br></div><div><strong class="fs14lh1-5 cf1">Introduzione</strong></div><div><span class="cf2">L’<strong>Eye Movement Desensitization and Reprocessing (EMDR)</strong> è una forma di psicoterapia sviluppata da Francine Shapiro nel 1989 per trattare il <strong>disturbo da stress post-traumatico (PTSD)</strong> e altri disturbi legati a eventi traumatici. Si basa su un protocollo in otto fasi in cui il paziente rievoca ricordi traumatici mentre compie <strong>movimenti oculari ritmici</strong> o altre forme di <strong>stimolazione bilaterale</strong> (ad es. movimenti delle dita, tapping alternato) sotto la guida del terapeuta​ (<a href="https://www.frontiersin.org/journals/psychology/articles/10.3389/fpsyg.2021.644369/full" target="_blank" class="imCssLink">frontiersin.org</a>). L’ipotesi teorica originaria (modello dell’<strong>Elaborazione Adattiva dell’Informazione</strong>, AIP) suggerisce che il trauma resti “bloccato” in reti mnestiche maladattive e che la stimolazione bilaterale aiuti a “sbloccare” e rielaborare questi ricordi, integrandoli con informazioni adattive​ (<a href="https://www.ptsd.va.gov/professional/treat/txessentials/emdr_pro.asp#:~:text=EMDR%20is%20based%20on%20the,difficult%20to%20resolve%20the%20distress" target="_blank" class="imCssLink">ptsd.va.gov​</a>). Sin dalla sua introduzione, l’EMDR ha suscitato <strong>ampio dibattito scientifico</strong>: inizialmente accolto con scetticismo, è poi diventato uno dei trattamenti più studiati per il PTSD. Di seguito analizziamo la <strong>solidità scientifica e statistica</strong> dell’EMDR, includendo i principali <strong>punti di forza</strong> emersi dalla letteratura, i <strong>limiti metodologici</strong> e critiche sull’efficacia, l’<strong>evidenza di efficacia</strong> nel PTSD e in altri disturbi (ansia, depressione, ecc.), e le <strong>controversie</strong> riguardanti il meccanismo d’azione (ruolo dei movimenti oculari, effetto placebo, ecc.).</span></div><div><strong class="cf2"><br></strong></div><div><strong class="fs14lh1-5 cf1">Punti di Forza Scientifici dell’EMDR</strong></div><div><span class="cf2">Numerose ricerche sperimentali <strong>supportano l’efficacia clinica</strong> dell’EMDR, in particolare nel trattamento del PTSD. Ad oggi sono stati condotti decine di studi controllati randomizzati (oltre 35 RCT solo sul PTSD secondo alcuni report) in diversi paesi e popolazioni​ (<a href="https://www.ptsd.va.gov/professional/treat/txessentials/emdr_pro.asp#:~:text=To%20date%2C%20there%20have%20been,month%20protocol.%20RCTs" target="_blank" class="imCssLink">ptsd.va.gov</a>). I risultati convergono nel mostrare che l’EMDR <strong>riduce significativamente i sintomi</strong> post-traumatici rispetto a condizioni di controllo inattive (lista d’attesa o placebo psicologico)​ (<a href="https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/11393607/#:~:text=Eye%20movement%20desensitization%20and%20reprocessing,DeRubeis%20and" target="_blank" class="imCssLink">pubmed.ncbi.nlm.nih.gov</a>). Ad esempio, una meta-analisi su 26 trial clinici controllati ha riscontrato che il trattamento EMDR, rispetto ai controlli, produce <strong>effetti moderati</strong> in riduzione dei sintomi PTSD (Hedges g ≈ 0,66) e concomitanti riduzioni dei sintomi depressivi e ansiosi (g ≈ 0,64) nei pazienti traumatizzati​ (<a href="https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC4125321/#:~:text=The%20meta,525%29%20in%20PTSD%20patients" target="_blank" class="imCssLink">pmc.ncbi.nlm.nih.gov</a>). Un altro lavoro meta-analitico conferma che l’EMDR <strong>riduce la sintomatologia post-traumatica, ansiosa e depressiva</strong> associata al PTSD in misura significativa rispetto al non trattamento. In alcuni casi clinici (soprattutto tra i <strong>traumi singoli non complessi</strong>), l’EMDR può portare a miglioramenti rapidi: <strong>due RCT</strong> hanno osservato che <em>dopo appena tre sedute da 90 minuti</em> di EMDR l’<strong>84–90% dei pazienti con un singolo trauma non soddisfaceva più i criteri del PTSD </strong>(​<a href="https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC3951033/#:~:text=The%20Role%20of%20Eye%20Movement,Most%20recently%2C" target="_blank" class="imCssLink">pmc.ncbi.nlm.nih.gov</a>). Questo dato suggerisce un’efficacia elevata <em>e</em> una <strong>rapidità d’azione</strong> in contesti specifici. Di conseguenza, l’EMDR è stato inserito nelle <strong>linee guida internazionali</strong> come trattamento di prima linea o raccomandato per il PTSD: ad esempio, è raccomandato dalla <strong>International Society for Traumatic Stress Studies (ISTSS)</strong>, dal <strong>National Institute for Health and Care Excellence (NICE)</strong> nel Regno Unito e dalle linee guida del Dipartimento della Difesa/Veterani negli USA​ (<a href="https://www.ptsd.va.gov/professional/treat/txessentials/emdr_pro.asp#:~:text=including%20the%20Veterans%20Affairs%2FDepartment%20of,14" target="_blank" class="imCssLink">ptsd.va.gov</a>). L’<strong>American Psychological Association (APA)</strong> nelle sue linee guida sul PTSD lo classifica come trattamento “fortemente o probabilmente efficace” (sebbene con raccomandazione condizionale)​ (<a href="https://www.ptsd.va.gov/professional/treat/txessentials/emdr_pro.asp#:~:text=including%20the%20Veterans%20Affairs%2FDepartment%20of,14" target="_blank" class="imCssLink">ptsd.va.gov</a>). In sintesi, i <strong>punti di forza</strong> evidenziati dalla letteratura comprendono:</span></div><ul><li><div><strong><span class="cf1">Efficacia comprovata nel PTSD</span><span class="cf2">:</span></strong><span class="cf2"> La </span><strong class="cf2">maggioranza degli studi sperimentali</strong><span class="cf2"> e delle meta-analisi concorda che l’EMDR produce una marcata riduzione dei sintomi PTSD (intrusività, evitamento, iperattivazione) rispetto a nessun trattamento​ (<a href="https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC4125321/#:~:text=The%20meta,525%29%20in%20PTSD%20patients" target="_blank" class="imCssLink">pmc.ncbi.nlm.nih.gov</a>). Gli effetti terapeutici si mantengono nel follow-up in molti studi (tipicamente valutati a 3-6 mesi post-trattamento). Inoltre, </span><strong class="cf2">comparazioni dirette</strong><span class="cf2"> con altre terapie attive indicano che l’EMDR ottiene risultati </span><strong class="cf2">paragonabili</strong><span class="cf2"> ad approcci consolidati. Una meta-analisi (Seidler &amp; Wagner, 2006) di 7 studi, ad esempio, ha rilevato che l’EMDR </span><strong class="cf2">non è inferiore alla terapia cognitivo-comportamentale focalizzata sul trauma (TFCBT)</strong><span class="cf2"> in termini di efficacia nel PTSD​ (<a href="https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC7839656/#:~:text=critics%20contend%20that%20the%20bilateral,therapy%20context%20was%20moderate%20and" target="_blank" class="imCssLink">pmc.ncbi.nlm.nih.gov</a>). Ciò implica che l’EMDR raggiunge benefici clinici simili alle migliori terapie disponibili per il trauma.</span><br></div></li><li><div><strong><span class="cf1">Validità clinica riconosciuta</span><span class="cf2">:</span></strong><span class="cf2"> Oltre alle linee guida citate, l’Organizzazione Mondiale della Sanità e varie associazioni professionali hanno riconosciuto l’EMDR come trattamento basato sull’evidenza per il PTSD. È ampiamente utilizzato in clinica da terapeuti formati, anche in contesti come servizi per veterani, centri anti-violenza, interventi su catastrofi, ecc. Il fatto che più enti indipendenti abbiano valutato positivamente l’evidenza sull’EMDR conferisce solidità scientifica al metodo.</span><br></div></li><li><div><strong><span class="cf1">Miglioramento anche di sintomi co-occorrenti</span><span class="cf2">:</span></strong><span class="cf2"> Diversi studi notano che il miglioramento dei sintomi post-traumatici con EMDR spesso si accompagna a </span><strong class="cf2">riduzioni di altri sintomi psicologici</strong><span class="cf2"> (es. ansia generalizzata, depressione, somatizzazioni). Una meta-analisi ha documentato cali significativi, oltre che nel PTSD, anche nei punteggi di </span><strong class="cf2">depressione</strong><span class="cf2"> e </span><strong class="cf2">ansia</strong><span class="cf2"> dopo EMDR ​(<a href="https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC4125321/#:~:text=The%20meta,525%29%20in%20PTSD%20patients" target="_blank" class="imCssLink">pmc.ncbi.nlm.nih.gov</a>). Questo suggerisce un effetto terapeutico trasversale sul benessere emotivo del paziente traumatizzato, aumentandone la validità clinica globale.</span><br></div></li><li><div><strong><span class="cf1">Possibile maggiore efficienza terapeutica</span><span class="cf2">:</span></strong><span class="cf2"> Alcune evidenze indicano che l’EMDR potrebbe ottenere risultati equivalenti ad altre terapie in un </span><strong class="cf2">minor numero di sedute</strong><span class="cf2">. In un confronto, ad esempio, l’EMDR ha prodotto gli stessi benefici della terapia espositiva tradizionale ma in circa 6 sedute contro 10​ (<a href="https://www.researchgate.net/publication/222533594_Science_and_pseudoscience_in_the_development_of_Eye_Movement_Desensitization_and_Reprocessing_Implications_for_clinical_psychology#:~:text=Science%20and%20pseudoscience%20in%20the,and%20that%20there%20was" target="_blank" class="imCssLink">researchgate.net</a>). Anche se questi dati vanno interpretati con cautela, la prospettiva di una terapia efficace in tempi più brevi è un punto di forza potenziale, soprattutto per pazienti che faticano a tollerare trattamenti prolungati su traumi. Inoltre, a differenza di alcuni protocolli di esposizione, l’EMDR </span><strong class="cf2">richiede poco lavoro a casa</strong><span class="cf2"> (homework) da parte del paziente, risultando più “user-friendly” per alcuni.</span><br></div></li></ul><div><span class="cf2"><br></span></div><div><span class="cf2">In sintesi, l’EMDR è sostenuto da un corpo consistente di ricerca che ne attesta la <strong>validità ed efficacia clinica</strong>, almeno per il trattamento del PTSD. Le sue prestazioni risultano comparabili ad approcci evidence-based affermati (come le terapie cognitive ed esposizioni prolungate) (<a href="https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC7839656/#:~:text=critics%20contend%20that%20the%20bilateral,therapy%20context%20was%20moderate%20and" target="_blank" class="imCssLink">pmc.ncbi.nlm.nih.gov</a>), consolidandone il ruolo come <strong>strumento terapeutico di provata efficacia</strong>.</span></div><div><strong class="cf2"><br></strong></div><div><strong class="fs14lh1-5 cf1">Limiti metodologici e critiche dell’approccio EMDR</strong></div><div><span class="cf2">Nonostante i successi empirici, la letteratura ha evidenziato anche vari <strong>limiti metodologici e statistici</strong> riguardo all’EMDR, e il dibattito critico rimane aperto su alcuni fronti. Di seguito i principali punti critici:</span></div><ul><li><div><strong><span class="cf1">Qualità degli studi e bias</span><span class="cf2">:</span></strong><span class="cf2"> Alcuni autori hanno sottolineato che soprattutto le ricerche iniziali negli anni ‘90 soffrivano di campioni piccoli, gruppi di controllo inadeguati o altri difetti metodologici​ (<a href="https://www.ptsd.va.gov/professional/treat/txessentials/emdr_pro.asp#:~:text=To%20date%2C%20there%20have%20been,month%20protocol.%20RCTs" target="_blank" class="imCssLink">ptsd.va.gov</a>). Ciò portò a risultati contrastanti sulla rapidità ed efficacia dell’EMDR nelle prime fasi di studio​ (<a href="https://www.ptsd.va.gov/professional/treat/txessentials/emdr_pro.asp#:~:text=To%20date%2C%20there%20have%20been,month%20protocol.%20RCTs" target="_blank" class="imCssLink">ptsd.va.gov</a>). Sebbene la qualità della ricerca sia molto migliorata negli ultimi anni (con trial più rigorosi), resta una certa eterogeneità. Una </span><strong class="cf2">meta-analisi del 2023</strong><span class="cf2"> che ha applicato criteri di inclusione molto restrittivi (solo studi RCT di alta qualità) ha rilevato che le </span><strong class="cf2">dimensioni d’effetto medie dell’EMDR</strong><span class="cf2"> risultavano </span><em class="cf2">più piccole</em><span class="cf2"> di quanto riportato altrove, sia nella riduzione dei sintomi PTSD sia di ansia e depressione, e che </span><strong class="cf2">nessun dato di metaregressione confermava un effetto robusto</strong><span class="cf2">​ (<a href="https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/37882423/#:~:text=Results%3A%20%20The%20effect%20sizes,regression%20analysis" target="_blank" class="imCssLink">pubmed.ncbi.nlm.nih.gov</a>). Gli autori concludono che molti studi esistenti </span><strong class="cf2">“mancano di sufficiente qualità metodologica per essere generalizzati alla pratica clinica”</strong><span class="cf2">​ (<a href="https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/37882423/#:~:text=Conclusions%3A%20%20Although%20the%20study,extrapolated%20to%20the%20clinical%20field" target="_blank" class="imCssLink">pubmed.ncbi.nlm.nih.gov</a>). In altri termini, persiste un </span><em class="cf2">rischio di bias</em><span class="cf2"> (ad es. aspettative dell’operatore, non cecità dei valutatori, publishing bias) che potrebbe aver sopravvalutato l’efficacia in alcuni studi. Questo richiede cautela nell’interpretare alcuni risultati troppo positivi e indica bisogno di ulteriori ricerche rigorose.</span><br></div></li><li><div><strong><span class="cf1">Confronti con altre terapie</span><span class="cf2">:</span></strong><span class="cf2"> Una critica ricorrente è che </span><strong class="cf2">l’EMDR non risulta più efficace di altre forme di psicoterapia traumi-focused</strong><span class="cf2">, il che solleva dubbi sulla sua “unicità”. Ad esempio, già nel 2001 una meta-analisi influente (Davidson &amp; Parker) concluse che l’EMDR </span><em class="cf2">“non appare più efficace di altre tecniche espositive”</em><span class="cf2"> nel trattamento di disturbi d’ansia o trauma​ (<a href="https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/11393607/#:~:text=and%20EMDR%20showed%20an%20effect,the%20eye%20movements%20integral%20to" target="_blank" class="imCssLink">pubmed.ncbi.nlm.nih.gov</a>). In particolare, in quel lavoro </span><strong class="cf2">non emergevano differenze significative</strong><span class="cf2"> tra EMDR e esposizione tradizionale (desensibilizzazione sistematica, terapia espositivo-immaginativa, ecc.), suggerendo che l’</span><strong class="cf2">elemento attivo principale</strong><span class="cf2"> potrebbe essere comune a entrambi (ossia l’esposizione ai ricordi traumatici in un contesto sicuro)​ (<a href="https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/11393607/#:~:text=and%20EMDR%20showed%20an%20effect,to%20its%20name%2C%20are%20unnecessary" target="_blank" class="imCssLink">pubmed.ncbi.nlm.nih.gov</a>). Coerentemente, come citato, studi più recenti hanno confermato che EMDR e CBT-trauma hanno </span><strong class="cf2">efficacia sovrapponibile </strong><span class="cf2">​(<a href="https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC7839656/#:~:text=Seidler%20and%20Wagner%20compared%20the,to%20elucidate%20its%20mechanism%20of" target="_blank" class="imCssLink">pmc.ncbi.nlm.nih.gov</a>). Questa equivalenza non è un “difetto” in sé (dimostra anzi che l’EMDR funziona tanto quanto trattamenti consolidati), ma i critici osservano che ciò mette in questione la necessità dei suoi elementi peculiari: se </span><strong class="cf2">fare EMDR o fare un’altra terapia dà esiti simili</strong><span class="cf2">, l’EMDR non rappresenterebbe un progresso clinico </span><em class="cf2">superiore</em><span class="cf2"> ma solo </span><em class="cf2">alternativo</em><span class="cf2">. Alcuni detrattori spingono questo argomento oltre, sostenendo che l’EMDR sia </span><strong class="cf2">essenzialmente una riformulazione di tecniche già note</strong><span class="cf2"> (esposizione + rilassamento) arricchita da un rituale di movimenti oculari che le conferisce un’</span><strong class="cf2">aura innovativa</strong><span class="cf2"> senza aggiungere vera efficacia. Questa posizione critica fu particolarmente forte negli anni ‘90, quando l’EMDR fu persino bollato da alcuni come “pseudoscienza” perché la rapida popolarità superò le evidenze iniziali​ (<a href="https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/11748598/#:~:text=outcome%20studies,from%20the%20research%20review%20literature" target="_blank" class="imCssLink">pubmed.ncbi.nlm.nih.gov</a>). Oggi, con evidenze più solide, pochi mettono in dubbio che l’EMDR sia </span><em class="cf2">efficace</em><span class="cf2">; piuttosto il dibattito è se sia </span><strong class="cf2">speciale o necessario</strong><span class="cf2"> rispetto ad altri approcci.</span><br></div></li><li><div><strong><span class="cf1">Il ruolo controverso dei movimenti oculari</span><span class="cf2">:</span></strong><span class="cf2"> L’aspetto più dibattuto è se i </span><strong class="cf2">movimenti oculari (o altre stimolazioni bilaterali)</strong><span class="cf2"> siano effettivamente un componente essenziale del trattamento o un elemento accessorio. Shapiro e i terapeuti EMDR sostengono che la </span><strong class="cf2">bilateralità attentiva</strong><span class="cf2"> sia cruciale per facilitare l’elaborazione del trauma; tuttavia, </span><em class="cf2">dati contrastanti</em><span class="cf2"> sono emersi dai cosiddetti </span><strong class="cf2">studi di smantellamento</strong><span class="cf2"> (</span><em class="cf2">dismantling studies</em><span class="cf2">), che confrontano l’EMDR completo con versioni senza movimenti oculari. Diversi esperimenti clinici hanno suggerito che la </span><strong class="cf2">rievocazione del trauma da sola (senza movimenti oculari)</strong><span class="cf2"> produce benefici terapeutici comparabili all’EMDR standard. La meta-analisi di Davidson &amp; Parker (2001) non trovò alcun </span><strong class="cf2">incremento di efficacia aggiunto dai movimenti oculari</strong><span class="cf2">, concludendo che </span><em class="cf2">“le evidenze suggeriscono che i movimenti oculari… sono non necessari”</em><span class="cf2">​ (<a href="https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/11393607/#:~:text=comparisons,to%20its%20name%2C%20are%20unnecessary" target="_blank" class="imCssLink">pubmed.ncbi.nlm.nih.gov</a>). Questi risultati, replicati in alcuni studi, alimentarono l’ipotesi che l’elemento curativo fosse l’esposizione/riconsolidamento del ricordo traumatico, mentre il movimento o stimolo bilaterale fungeva da </span><em class="cf2">placebo o espediente</em><span class="cf2"> per focalizzare l’attenzione del paziente. In risposta a queste critiche, altri ricercatori hanno prodotto evidenze a favore della componente oculare: una successiva meta-analisi (Lee &amp; Cuijpers, 2013) su 15 trial ha invece trovato un </span><strong class="cf2">effetto moderato e significativo</strong><span class="cf2"> dovuto specificamente ai movimenti oculari nell’EMDR​ (<a href="https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC7839656/#:~:text=superior%20in%20efficacy,73" target="_blank" class="imCssLink">pmc.ncbi.nlm.nih.gov</a>). Ciò significa che nei gruppi EMDR completo i pazienti mostravano riduzioni dei sintomi maggiori che nelle condizioni di controllo identiche ma </span><em class="cf2">senza</em><span class="cf2"> movimenti oculari, suggerendo che questi ultimi qualcosa apportino. La </span><strong class="cf2">controversia</strong><span class="cf2"> però non è del tutto risolta, perché alcuni di questi studi pro-oculomotori includevano misure soggettive o compiti di laboratorio più che esiti clinici a lungo termine​ (<a href="https://www.ptsd.va.gov/professional/treat/txessentials/emdr_pro.asp#:~:text=Research%20is%20ongoing%20to%20understand,report%20measures%20%2823" target="_blank" class="imCssLink">ptsd.va.gov</a>). Ad esempio, la meta-analisi di Lee &amp; Cuijpers (2013) includeva studi in cui si misurava il disagio soggettivo durante il ricordo, anche in popolazioni non-PTSD (<a href="https://www.ptsd.va.gov/professional/treat/txessentials/emdr_pro.asp#:~:text=Research%20is%20ongoing%20to%20understand,report%20measures%20%2823" target="_blank" class="imCssLink">ptsd.va.gov</a>). In sintesi, la letteratura non è unanime: </span><strong class="cf2">permane un dibattito</strong><span class="cf2"> sul fatto che i movimenti oculari siano </span><em class="cf2">indispensabili</em><span class="cf2"> o se l’EMDR funzionerebbe ugualmente come terapia di esposizione/imaginativa anche senza di essi.</span><br></div></li><li><div><strong><span class="cf1">Critiche teoriche e di coerenza del modello</span><span class="cf2">:</span></strong><span class="cf2"> Sul piano teorico, l’EMDR è stato accusato di non poggiare (almeno inizialmente) su un modello scientifico pienamente validato. Il modello AIP di Shapiro – che ipotizza un sistema innato di elaborazione delle informazioni che può “incepparsi” dopo un trauma e che viene riattivato dalla stimolazione bilaterale – è affascinante ma considerato </span><strong class="cf2">difficile da verificare empiricamente</strong><span class="cf2">. Alcuni elementi (come l’idea di “memorie non elaborate” stoccate in forma stato-dipendente) non sono facilmente osservabili né unici all’EMDR. Critici hanno definito il modello teorico </span><em class="cf2">vago</em><span class="cf2"> o </span><em class="cf2">non necessario</em><span class="cf2">, sostenendo che l’efficacia dell’EMDR possa essere spiegata con principi già noti (desensibilizzazione tramite esposizione graduale, attivazione di ricordi e ristrutturazione cognitiva, effetto placebo delle procedure ritualizzate, ecc.). In uno </span><strong class="cf2">studio critico del 2002</strong><span class="cf2">, ad esempio, si concludeva che la confusione attorno all’EMDR deriva in parte dalla </span><em class="cf2">“mancanza di un modello validato in grado di spiegare in modo convincente gli effetti del metodo EMDR”</em><span class="cf2">​ (<a href="https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/11748598/#:~:text=outcome%20studies,from%20the%20research%20review%20literature" target="_blank" class="imCssLink">pubmed.ncbi.nlm.nih.gov</a>). D’altro canto, i sostenitori notano che sono stati proposti </span><strong class="cf2">numerosi modelli</strong><span class="cf2"> integrativi (psicologici, neurobiologici) per spiegare l’EMDR​ (<a href="https://www.frontiersin.org/journals/psychology/articles/10.3389/fpsyg.2021.644369/full#:~:text=The%20underlying%20mechanisms%20of%20action,Romero%20et%20al.%2C%202018" target="_blank" class="imCssLink">frontiersin.org</a>). La </span><strong class="cf2">teoria del riflesso di orientamento</strong><span class="cf2"> suggerisce che la stimolazione bilaterale provoca una sequenza di orientamento e successivo rilassamento neurofisiologico che favorisce la desensibilizzazione emotiva (<a href="https://www.frontiersin.org/journals/psychology/articles/10.3389/fpsyg.2021.644369/full#:~:text=The%20first%20psychological%20model%20is,by%20an%20attention%20attracting%20stimulus" target="_blank" class="imCssLink">​frontiersin.org</a>). La </span><strong class="cf2">teoria della memoria di lavoro (working memory)</strong><span class="cf2">, attualmente molto accreditata, postula che impegnare la memoria di lavoro con un compito (p.es. seguire con gli occhi uno stimolo in movimento) mentre si richiama un ricordo doloroso ne riduce la vividezza e l’intensità emotiva, poiché la memoria ha risorse limitate (​<a href="https://www.emdria.org/resource/how-eye-movements-affect-unpleasant-memories-support-for-a-working-memory-account-behaviour-research-and-therapy/#:~:text=an%20interhemispheric,%E2%80%9D" target="_blank" class="imCssLink">emdria.org</a>). Questo concetto è supportato da esperimenti di laboratorio: per esempio, Gunter &amp; Bodner (2008) hanno mostrato che i movimenti oculari riducono in modo significativo la vividezza e il disagio associato a ricordi spiacevoli </span><em class="cf2">solo</em><span class="cf2"> se il ricordo viene mantenuto a mente durante la stimolazione (dimostrando l’importanza del carico di memoria di lavoro), e che anche altri compiti distraenti producono effetti simili proporzionali alla quantità in cui tassano la memoria di lavoro ​(<a href="https://www.emdria.org/resource/how-eye-movements-affect-unpleasant-memories-support-for-a-working-memory-account-behaviour-research-and-therapy/#:~:text=%E2%80%9CEye%20movement%20desensitization%20and%20reprocessing,reflex%20account.%20In%20Experiment%202" target="_blank" class="imCssLink">emdria.org​</a>). Questi risultati </span><strong class="cf2">supportano il modello della memoria di lavoro</strong><span class="cf2"> e contraddicono l’idea che l’effetto sia solo un riflesso di rilassamento o un particolare effetto neurofisiologico dei movimenti oculari (​<a href="https://www.emdria.org/resource/how-eye-movements-affect-unpleasant-memories-support-for-a-working-memory-account-behaviour-research-and-therapy/#:~:text=%E2%80%9CEye%20movement%20desensitization%20and%20reprocessing,reflex%20account.%20In%20Experiment%202" target="_blank" class="imCssLink">emdria.org</a>). Sono state avanzate anche analogie neurobiologiche tra EMDR e le fasi di sonno REM (in cui i movimenti oculari rapidi accompagnano l’elaborazione mnestica nel cervello), ma le evidenze in merito sono preliminari. In breve, a livello di </span><strong class="cf2">coerenza teorica</strong><span class="cf2">, l’EMDR soffre dell’assenza di un consenso sul meccanismo esatto: </span><em class="cf2">funziona, ma non c’è pieno accordo sul perché</em><span class="cf2">. Questo però non è raro in psicoterapia (molti trattamenti efficaci precedono la piena spiegazione neuroscientifica del loro funzionamento). La diatriba ha tuttavia alimentato negli anni ‘90 accuse reciproche tra ricercatori: alcuni </span><em class="cf2">revisioni critiche</em><span class="cf2"> sostengono che i detrattori dell’EMDR abbiano in passato riportato selettivamente i dati per minimizzarne l’evidenza, mentre dall’altro lato i fautori abbiano talvolta promosso l’EMDR con enfasi eccessiva prima di una completa conferma scientifica​ (<a href="https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/11748598/#:~:text=outcome%20studies,from%20the%20research%20review%20literature" target="_blank" class="imCssLink">pubmed.ncbi.nlm.nih.gov</a>). Fortunatamente, l’attuale dibattito è più focalizzato su aspetti tecnici (componenti attive, meccanismi) che non sull’efficacia di fondo, ormai assodata.</span><br></div></li><li><div><strong><span class="cf1">Problemi di replicabilità e generalizzazione</span><span class="cf2">:</span></strong><span class="cf2"> Nel contesto della </span><em class="cf2">replication crisis</em><span class="cf2"> scientifica, è lecito chiedersi se gli effetti dell’EMDR siano replicabili da diversi team e in diversi setting. A questo proposito, i risultati principali – l’efficacia nel ridurre sintomi PTSD – sono stati replicati in numerosi studi indipendenti nel mondo (USA, Europa, Asia, ecc.), confermando che non si tratta di un effetto peculiare di un singolo gruppo di ricerca. Tuttavia, alcune </span><em class="cf2">sfumature</em><span class="cf2"> non sono sempre coerenti: ad esempio, l’entità esatta del beneficio varia tra studi (alcuni trovano effetti molto grandi, altri mediocri); inoltre l’EMDR sembra funzionare meglio in alcune condizioni (</span><strong class="cf2">traumi singoli</strong><span class="cf2">) rispetto ad altre (traumi multipli complessi, di cui diremo oltre). Vi è poi la questione delle </span><strong class="cf2">popolazioni cliniche differenti</strong><span class="cf2">: la maggior parte degli studi è su adulti con PTSD da traumi singoli; meno ricerche sono disponibili su bambini, adolescenti, pazienti con traumi multipli o comorbilità gravi, e i risultati in questi sottogruppi sono meno definiti. Ciò significa che l’evidenza più solida è circoscritta a determinati contesti, e l’estensione a </span><em class="cf2">“tutto per tutti”</em><span class="cf2"> richiede prudenza. Ad esempio, quando sono presenti comorbilità importanti (psicosi, dipendenza da sostanze, disturbi dissociativi severi), il protocollo standard EMDR potrebbe necessitare adattamenti e i risultati non sono sempre positivi. Alcuni studi pilota suggeriscono che l’EMDR </span><strong class="cf2">si può applicare in sicurezza</strong><span class="cf2"> anche in pazienti con sintomi psicotici o bipolarità (trattando i traumi correlati), ma i dati sistematici scarseggiano​ (<a href="https://www.ptsd.va.gov/professional/treat/txessentials/emdr_pro.asp#:~:text=Research%20With%20Comorbidities" target="_blank" class="imCssLink">ptsd.va.gov</a>).</span><br></div></li><li><div><strong><span class="cf1">Altri limiti pratici</span><span class="cf2">:</span></strong><span class="cf2"> L’EMDR richiede che il paziente </span><strong class="cf2">tolleri la rievocazione</strong><span class="cf2"> dei ricordi traumatici durante le sedute; sebbene siano previste tecniche di stabilizzazione (fase di preparazione) per mitigare l’angoscia, non tutti i pazienti riescono a seguire il protocollo (p.es. persone con gravissima instabilità emotiva potrebbero dissociarsi o scompensare durante la rievocazione). Dunque, come per l’esposizione, c’è una percentuale di drop-out o di persone per cui la tecnica non è indicata in prima battuta. Sul piano statistico, inoltre, molti studi EMDR si concentrano sull’esito a breve termine; c’è bisogno di </span><strong class="cf2">follow-up più lunghi</strong><span class="cf2"> per confermare che i benefici persistano negli anni e per confrontare eventuali tassi di ricaduta rispetto ad altre terapie. Infine, l’EMDR è un trattamento che richiede </span><strong class="cf2">formazione specifica</strong><span class="cf2"> e supervisione; se non applicato correttamente (bassa fedeltà al protocollo), i risultati possono essere inferiori – un fattore che complica l’eterogeneità degli studi (alcuni fallimenti potrebbero dipendere dall’inesperienza dei terapeuti più che dal metodo in sé).</span><br></div></li></ul><div><span class="cf2"><br></span></div><div><span class="cf2">In conclusione, le critiche all’EMDR sottolineano che, pur avendo una solida efficacia di base, restano <strong>questioni aperte</strong> riguardo ai suoi componenti specifici, al meccanismo d’azione e all’ambito ottimale di applicazione. Dal punto di vista scientifico, questo è normale nel processo di validazione di un trattamento relativamente giovane. L’importante è riconoscere tali limiti e affrontarli con ulteriori ricerche rigorose, più che considerare l’EMDR come una panacea infallibile. La <strong>consistenza delle prove</strong> a favore dell’EMDR per il PTSD è comunque robusta, il che mitiga in parte le critiche più estreme (ad esempio, oggi quasi nessuno sostiene più seriamente che l’EMDR sia “solo placebo”). Le discussioni attuali mirano piuttosto a <strong>ottimizzare</strong> la tecnica (es. capire quando è più indicata, se altre forme di stimolazione funzionano meglio dei movimenti oculari, come integrarla con altri interventi, ecc.) e a <strong>estenderne</strong> o delimitarne con esattezza il campo di validità clinica.</span></div><div><strong class="cf2"><br></strong></div><div><strong class="fs14lh1-5 cf1">Efficacia documentata dell’EMDR in vari disturbi psicologici</strong></div><div><span class="cf2">L’EMDR è nato per il trattamento del PTSD, ma è stato successivamente applicato (in via sperimentale o clinica) a una varietà di altri disturbi psicologici. In questa sezione esaminiamo l’efficacia documentata dell’EMDR in: <strong>PTSD</strong>, <strong>disturbi d’ansia</strong> (fobie, panico, disturbo d’ansia generalizzato), <strong>depressione</strong> e <em>altri disturbi</em> (somatoformi, dissociativi, ecc.), evidenziando i contesti in cui funziona meglio in base alla letteratura disponibile.</span></div><div><span class="cf2"><br></span></div><div><strong class="fs12lh1-5 cf1">EMDR nel Disturbo da Stress Post-Traumatico (PTSD)</strong></div><div><span class="cf2">Il PTSD è il terreno d’elezione dell’EMDR e quello su cui si concentra la maggior parte delle ricerche. Le evidenze possono essere sintetizzate come segue:</span></div><ul><li><div><strong><span class="cf1">Efficacia elevata su sintomi PTSD</span><span class="cf2">:</span></strong><span class="cf2"> Come già riportato, meta-analisi e RCT indicano che l’EMDR produce </span><em class="cf2">significative riduzioni</em><span class="cf2"> dei sintomi nucleari del PTSD (flashback, incubi, ipervigilanza, evitamento) rispetto a controlli inattivi​ (</span><span class="cf2"><a href="https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC4125321/#:~:text=The%20meta,525%29%20in%20PTSD%20patients" target="_blank" class="imCssLink">pmc.ncbi.nlm.nih.gov</a></span><span class="cf2">). L’entità dell’effetto varia da moderata a grande a seconda dei confronti. Ad esempio, confrontato con lista d’attesa o supporto standard, l’EMDR tende ad avere </span><strong class="cf2">ampi effetti</strong><span class="cf2"> (molti pazienti passano da PTSD positivo a sub-soglia). Alcuni studi riportano percentuali di risposta clinica notevoli: ad esempio, in uno studio classico su traumatizzati civili, dopo 3 mesi di EMDR il </span><strong class="cf2">90% non soddisfaceva più i criteri PTSD</strong><span class="cf2"> (vs 12% del gruppo di controllo in lista)​ (<a href="https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC3951033/#:~:text=The%20Role%20of%20Eye%20Movement,Most%20recently%2C" target="_blank" class="imCssLink">pmc.ncbi.nlm.nih.gov</a>). Percentuali di remissione simili sono state replicate in soggetti con traumi singoli. Naturalmente, in traumi multipli o complessi la percentuale di remissione completa è più bassa, ma comunque l’</span><strong class="cf2">improvement sintomatologico medio è significativo</strong><span class="cf2">.</span></div></li><li><div><strong><span class="cf1">Confronti con altre terapie trauma-focused</span><span class="cf2">:</span></strong><span class="cf2"> Gli studi comparativi indicano che l’EMDR è </span><strong class="cf2">altrettanto efficace</strong><span class="cf2"> di altre terapie riconosciute per il PTSD. In particolare, </span><em class="cf2">nessuna differenza significativa</em><span class="cf2"> è emersa rispetto alla </span><strong class="cf2">Prolonged Exposure (PE)</strong><span class="cf2"> o alla </span><strong class="cf2">Cognitive Processing Therapy (CPT)</strong><span class="cf2"> – due forme di terapia cognitivo-comportamentale tra le più accreditate per PTSD ​(<a href="https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC7839656/#:~:text=Seidler%20and%20Wagner%20compared%20the,to%20elucidate%20its%20mechanism%20of" target="_blank" class="imCssLink">pmc.ncbi.nlm.nih.gov</a>). Ad esempio, un ampio trial controllato su pazienti con PTSD cronico non ha trovato differenze cliniche tra 8 sedute di EMDR e 8 sedute di esposizione prolungata: entrambi i gruppi hanno ridotto i sintomi in modo comparabile e mantenuto i miglioramenti al follow-up. Analogamente, la meta-analisi di Seidler &amp; Wagner​ (<a href="https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC7839656/#:~:text=Seidler%20and%20Wagner%20compared%20the,related%20to%20the%20bilateral%20stimulation" target="_blank" class="imCssLink">pmc.ncbi.nlm.nih.gov</a>) citata sopra confermò la </span><em class="cf2">parità di efficacia</em><span class="cf2"> EMDR vs TFCBT. Questi dati implicano che l’EMDR funziona </span><strong class="cf2">almeno quanto</strong><span class="cf2"> i migliori trattamenti disponibili. Va notato che l’</span><strong class="cf2">alleanza terapeutica</strong><span class="cf2"> e il confronto empatico di contenuti traumatici sono elementi comuni a tutte queste terapie, e possono contribuire in larga parte al miglioramento.</span><br></div></li><li><div><strong><span class="cf1">Rapidità di azione</span><span class="cf2">:</span></strong><span class="cf2"> Come accennato nei punti di forza, alcuni studi suggeriscono che l’EMDR possa </span><strong class="cf2">ridurre i sintomi PTSD in meno sedute</strong><span class="cf2"> rispetto ad altre terapie. Per esempio, un vecchio studio di Rothbaum e colleghi ha osservato miglioramenti marcati dopo </span><strong class="cf2">sole 3 sedute</strong><span class="cf2"> di EMDR in vittime di trauma singolo acuto, un risultato difficilmente ottenibile in 3 settimane di terapia standard (​<a href="https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/9260344/" target="_blank" class="imCssLink">pmc.ncbi.nlm.nih.gov</a>). Questo ha portato a sperimentare protocolli </span><strong class="cf2">EMDR intensivi</strong><span class="cf2"> (ad es. 5 giorni consecutivi di sedute multiple): i risultati preliminari indicano una riduzione accelerata dei sintomi, mantenendo la sicurezza per il paziente (​<a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S2468749924001029#:~:text=,engagement%20while%20affecting%20meaningful%20change" target="_blank" class="imCssLink">sciencedirect.com</a>). Tuttavia, al di fuori dei traumi semplici, spesso servono più sedute: mediamente nei manuali si parla di ~8–12 sedute per traumi complessi. In ogni caso, la possibilità che </span><em class="cf2">in certi contesti</em><span class="cf2"> l’EMDR risolva un PTSD in poche settimane rappresenta un aspetto clinicamente rilevante (meno sofferenza prolungata per il paziente, minor costo in termini di tempo/risorse).</span><br></div></li><li><div><strong><span class="cf1">Efficacia in diverse popolazioni e tipi di trauma</span><span class="cf2">:</span></strong><span class="cf2"> L’EMDR è stato applicato con successo nel PTSD derivante da svariate tipologie di eventi: traumi di guerra e combattimento, aggressioni sessuali, incidenti stradali, disastri naturali, eventi traumatici di infanzia, traumi cumulativi da abuso, ecc. La maggior efficacia si osserva di solito in caso di </span><strong class="cf2">trauma singolo e recente</strong><span class="cf2"> (pazienti senza lunga storia traumatica precedente). Nei </span><strong class="cf2">traumi multipli o complessi</strong><span class="cf2"> (es. vittime di abusi prolungati nell’infanzia) l’EMDR può comunque aiutare, ma spesso va integrato in un percorso terapeutico più lungo, includendo fasi preparatorie di stabilizzazione emotiva. Studi su veterani e militari – popolazione spesso con traumi multipli – mostrano che l’EMDR è efficace anche in questi casi, ma l’outcome è variabile e può servire più tempo​ (<a href="https://www.ptsd.va.gov/professional/treat/txessentials/emdr_pro.asp#:~:text=Most%20research%20on%20EMDR%20has,military%20service%20members%20is%20needed" target="_blank" class="imCssLink">ptsd.va.gov</a>). In bambini e adolescenti con PTSD, revisioni (es. meta di Moreno-Alcazar 2017) indicano che l’EMDR </span><strong class="cf2">è efficace quanto la TFCBT adattata all’età</strong><span class="cf2"> nel ridurre i sintomi, se somministrato da terapeuti formati in setting adeguati. Questo ha portato a usare EMDR anche con minori vittime di violenza o calamità, con risultati positivi sebbene la ricerca in età evolutiva sia meno ampia rispetto agli adulti.</span><br></div></li><li><div><strong><span class="cf1">Miglioramento di sintomi associati</span><span class="cf2">:</span></strong><span class="cf2"> Oltre ai sintomi cardinali del PTSD, il trattamento EMDR spesso migliora anche aspetti come </span><strong class="cf2">ansia generalizzata, depressione secondaria, senso di colpa, vergogna e disagio psicologico generale</strong><span class="cf2">. Una meta-analisi ha quantificato questo effetto “collaterale” benefico: nei pazienti con PTSD trattati con EMDR si osserva una riduzione media dei sintomi depressivi di circa g = 0,64 e dei sintomi d’ansia di g = 0,64 rispetto al baseline o controlli​ (<a href="https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC4125321/#:~:text=The%20meta,525%29%20in%20PTSD%20patients" target="_blank" class="imCssLink">pmc.ncbi.nlm.nih.gov</a>). In altri termini, il paziente non solo supera il trauma, ma spesso riporta un miglioramento dell’umore e della qualità di vita complessiva. Ciò rende l’EMDR particolarmente utile quando il PTSD si accompagna a depressione, come spesso accade.</span><br></div></li></ul><div><span class="cf2"><strong><br></strong></span></div><div><strong><span class="cf1">Contesti in cui l’EMDR funziona meglio nel PTSD</span><span class="cf2">:</span></strong><span class="cf2"> La letteratura suggerisce che l’EMDR dà i suoi risultati migliori quando: (a) il paziente presenta un trauma singolo ben definito (es. incidente, aggressione) piuttosto che traumi complessi cumulativi; (b) il PTSD non è cronicissimo da decenni (anche se vi sono studi su PTSD cronici con successo, una latenza minore dal trauma facilita il lavoro); (c) il paziente non ha gravi disturbi dissociativi o abuso di sostanze attivi che interferiscono (queste condizioni non precludono l’EMDR, ma richiedono attenzione e spesso un trattamento integrato); (d) il terapeuta può seguire il protocollo standard completo in un setting sicuro e con paziente stabilizzato. In situazioni di </span><strong class="cf2">emergenza e post-crisi</strong><span class="cf2">, l’EMDR è stato sperimentato in forma </span><strong class="cf2">brevi interventi</strong><span class="cf2"> (EMDR Early Intervention) per prevenire lo sviluppo di PTSD acuto: ad esempio, protocolli abbreviati di 1-3 sedute subito dopo un trauma collettivo (terremoto, attacco terroristico) hanno mostrato riduzione dei sintomi intrusivi e dell’ansia acuta nei sopravvissuti​ (<a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S0022395624002140#:~:text=Efficacy%20of%20EMDR%20for%20early,up" target="_blank" class="imCssLink">sciencedirect.com</a>, ​<a href="https://onlinelibrary.wiley.com/doi/full/10.1002/jts.23012#:~:text=State%20of%20the%20science%3A%20Eye,in%20treating%20PTSD%20symptoms" target="_blank" class="imCssLink">onlinelibrary.wiley.com</a>), suggerendo un ruolo anche nella prevenzione secondaria. In definitiva, per il PTSD l’EMDR rappresenta un trattamento </span><strong class="cf2">altamente efficace</strong><span class="cf2">, raccomandato e supportato da forti evidenze sperimentali, specialmente indicato per traumi singoli ma applicabile con opportuni adattamenti anche a traumi complessi.</span></div><div><strong class="cf2"><br></strong></div><div><strong class="fs12lh1-5 cf1">EMDR nei disturbi d’ansia e correlati</strong></div><div><span class="cf2">Dopo il PTSD (che fino al DSM-IV era classificato tra i disturbi d’ansia), l’EMDR è stato applicato a varie condizioni d’ansia <strong>non direttamente post-traumatiche</strong>, quali <strong>fobie specifiche</strong>, <strong>disturbo di panico</strong>, <strong>disturbo d’ansia generalizzato (GAD)</strong>, <strong>disturbo ossessivo-compulsivo (DOC)</strong> e perfino disturbi da stress non traumatico (es. ansia da prestazione). Trattandosi di ambiti meno tradizionali per l’EMDR, gli studi sono in numero minore, ma i risultati iniziali sono promettenti in alcuni casi:</span></div><ul><li><div><strong><span class="cf1">Efficacia nelle fobie e attacchi di panico</span><span class="cf2">:</span></strong><span class="cf2"> L’EMDR è stato testato in fobie specifiche (per es. fobia del volo, fobia dentistica) e nel disturbo di panico con/senza agorafobia. L’idea è che, anche in assenza di un trauma singolo evidente, spesso queste paure debilitanti originano da </span><strong class="cf2">esperienze stressanti o sensazioni somatiche terrorizzanti memorizzate</strong><span class="cf2"> (es. un attacco di panico iniziale molto intenso, o un episodio di soffocamento). L’EMDR viene adattato per elaborare tali </span><em class="cf2">“ricordi di paura”</em><span class="cf2"> alla base dell’ansia. Una meta-analisi del 2020 (Yunitri et al.) ha esaminato </span><strong class="cf2">17 RCT</strong><span class="cf2"> sull’uso dell’EMDR in vari disturbi d’ansia (inclusi panico, fobie e ansia generalizzata). I risultati indicano che l’EMDR è </span><strong class="cf2">efficace nel ridurre i sintomi d’ansia</strong><span class="cf2"> in senso ampio: rispetto ai controlli, si sono ottenuti miglioramenti con dimensioni d’effetto </span><em class="cf2">moderate o grandi</em><span class="cf2"> su diverse misure​ (</span><span class="cf2"><a href="https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/32058073/#:~:text=Results%3A%20%20A%20total%20of,the%20number%20of%20weekly%20sessions" target="_blank" class="imCssLink">pubmed.ncbi.nlm.nih.gov</a></span><span class="cf2">). Nello specifico, l’EMDR ha portato a una </span><strong class="cf2">riduzione significativa dei sintomi d’ansia generale</strong><span class="cf2"> (g ≈ 0,71), dei sintomi di panico (g ≈ 0,62) e delle fobie (g ≈ 0,45) rispetto alle condizioni di controllo, oltre a ridurre sintomi somatici correlati all’ansia (es. tensioni corporee, reazioni comportamentali di evitamento)​ (</span><span class="cf2"><a href="https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/32058073/#:~:text=Results%3A%20%20A%20total%20of,the%20number%20of%20weekly%20sessions" target="_blank" class="imCssLink">pubmed.ncbi.nlm.nih.gov</a></span><span class="cf2">). Questi effetti erano più marcati negli studi che confrontavano l’EMDR a controlli passivi (lista d’attesa o trattamento usuale) e un po’ meno (ma comunque presenti) rispetto a controlli attivi (es. psicoterapia di supporto)​ (</span><span class="cf2"><a href="https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/32058073/#:~:text=Results%3A%20%20A%20total%20of,the%20number%20of%20weekly%20sessions" target="_blank" class="imCssLink">pubmed.ncbi.nlm.nih.gov</a></span><span class="cf2">). Tali dati suggeriscono che, </span><em class="cf2">in media</em><span class="cf2">, l’EMDR può alleviare significativamente disturbi d’ansia </span><em class="cf2">anche non dovuti a trauma</em><span class="cf2">.</span><br></div></li><li><div><strong><span class="cf1">Vantaggi potenziali rispetto ad altre terapie</span><span class="cf2">:</span></strong><span class="cf2"> Nel trattamento di fobie, la terapia di elezione è l’</span><strong class="cf2">esposizione graduale</strong><span class="cf2">. L’EMDR potrebbe offrire un percorso alternativo per pazienti che non tollerano l’esposizione diretta. Ad esempio, in caso di fobia del volo, alcuni case report mostrano che poche sedute di EMDR focalizzate sul ricordo peggiore di volo o sulle immagini anticipatorie catastrofiche possono ridurre la paura al punto da permettere al paziente di volare (​</span><span class="cf2"><a href="https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/32058073/#:~:text=PubMed%20pubmed.ncbi.nlm.nih.gov%20%20Our%20meta,panic%2C%20phobia%2C%20and%20behavioural%2Fsomatic%20symptoms" target="_blank" class="imCssLink">pubmed.ncbi.nlm.nih.gov</a></span><span class="cf2">). Un vantaggio qualitativo riportato è che l’EMDR, includendo elementi di rilassamento e ristrutturazione cognitiva, può essere percepito come </span><strong class="cf2">meno stressante</strong><span class="cf2"> durante la seduta rispetto a dover affrontare subito lo stimolo fobico “dal vivo”. Nel disturbo di panico, l’EMDR è stato confrontato con la terapia cognitivo-comportamentale ottenendo risultati simili in alcuni piccoli trial. Una particolarità osservata in uno studio è che l’EMDR avrebbe ridotto più rapidamente l’ansia anticipatoria e alcuni trigger somatici del panico rispetto alla CBT standard, forse perché va a desensibilizzare direttamente le memorie degli attacchi di panico iniziali e le sensazioni corporee ad essi associate (​</span><span class="cf2"><a href="https://www.frontiersin.org/journals/psychology/articles/10.3389/fpsyg.2021.644369/full#:~:text=%28Ostacoli%20et%20al,of%20patients%20with%20Unipolar%20Primary" target="_blank" class="imCssLink">frontiersin.org</a></span><span class="cf2">).</span><br></div></li><li><div><strong><span class="cf1">Limiti e considerazioni</span><span class="cf2">:</span></strong><span class="cf2"> Non tutti gli studi su EMDR e ansia sono positivi. In particolare, nel </span><strong class="cf2">disturbo ossessivo-compulsivo (DOC)</strong><span class="cf2"> i risultati sono stati contrastanti. Uno studio controllato (Marsden et al., 2018) che aggiungeva EMDR a una terapia standard per DOC non ha trovato benefici significativi aggiuntivi​ (</span><span class="cf2"><a href="https://www.frontiersin.org/journals/psychology/articles/10.3389/fpsyg.2021.644369/full#:~:text=match%20at%20L673%20the%20study,on%20OCD%2C%20no%20significant" target="_blank" class="imCssLink">frontiersin.org</a></span><span class="cf2">). Forse perché nel DOC i “traumi” che alimentano le ossessioni sono meno evidenti o perché il meccanismo ossessivo richiede interventi specifici (esposizione con prevenzione della risposta). Anche nelle </span><strong class="cf2">dipendenze</strong><span class="cf2"> (disturbo da uso di sostanze) l’EMDR è stato provato, specie per traumi che spesso coesistono nei pazienti con dipendenza: uno studio (Markus et al., 2020) su alcolismo non ha riscontrato benefici aggiuntivi dall’EMDR affiancato al trattamento tradizionale, anzi il gruppo senza EMDR ebbe esiti leggermente migliori (​</span><span class="cf2"><a href="https://www.frontiersin.org/journals/psychology/articles/10.3389/fpsyg.2021.644369/full#:~:text=match%20at%20L673%20the%20study,on%20OCD%2C%20no%20significant" target="_blank" class="imCssLink">frontiersin.org</a></span><span class="cf2">). Ciò evidenzia che l’EMDR </span><em class="cf2">non è una panacea</em><span class="cf2"> per qualsiasi disturbo d’ansia o correlato – funziona meglio quando c’è un </span><strong class="cf2">ricordo o esperienza chiave</strong><span class="cf2"> su cui lavorare. Negli stati d’ansia puri senza un nucleo memorizzato specifico (es. ansia generalizzata dovuta a preoccupazioni diffuse), l’EMDR può comunque essere adattato (focalizzando le “peggiori esperienze” di preoccupazione, o ricordi di origine di uno schema di ansia), ma le evidenze sono ancora scarse.</span><br><br></div></li></ul><div><span class="cf2">In sintesi, l’EMDR nei disturbi d’ansia ha mostrato <strong>risultati incoraggianti soprattutto in fobie e panico</strong>, con effetti paragonabili alle terapie standard in alcuni studi (​<a href="https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/32058073/#:~:text=Results%3A%20%20A%20total%20of,the%20number%20of%20weekly%20sessions" target="_blank" class="imCssLink">pubmed.ncbi.nlm.nih.gov</a>). <em>Funziona meglio</em> quando l’ansia è collegata a <strong>specifici ricordi traumatici o paurosi</strong> (ad es. il primo attacco di panico, l’esperienza spaventosa scatenante la fobia) su cui si può intervenire con la desensibilizzazione. In assenza di ciò, il suo ruolo è meno chiaro. In ogni caso, date le basi empiriche limitate finora, <strong>sono necessarie ulteriori ricerche</strong> per esplorare l’uso dell’EMDR in disturbi d’ansia diversi dal PTSD, specialmente con follow-up a lungo termine​ (<a href="https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/32058073/#:~:text=Conclusions%3A%20%20Our%20meta,term%20efficacy%20on%20anxiety%20disorders" target="_blank" class="imCssLink">pubmed.ncbi.nlm.nih.gov</a>).</span></div><div><strong class="cf2"><br></strong></div><div><strong class="fs12lh1-5 cf1">EMDR nella depressione</strong></div><div><span class="cf2">Tradizionalmente, la <strong>depressione maggiore</strong> viene trattata con terapia farmacologica e/o psicoterapia (es. cognitivo-comportamentale, interpersonale). L’EMDR non è un trattamento di prima linea “standard” per la depressione <em>in assenza di trauma</em>: tuttavia, negli ultimi anni è aumentato l’interesse per il suo utilizzo in casi di depressione <em>che ha radici in eventi avversi o traumi psicologici</em>. Molte persone con depressione, infatti, riportano nella loro storia esperienze negative (perdite, abusi, fallimenti) che possono essere trattate come “target” con EMDR. Cosa dice la letteratura sulla depressione?</span></div><ul><li><div><strong><span class="cf1">Efficacia nel ridurre i sintomi depressivi</span><span class="cf2">:</span></strong><span class="cf2"> Una recente meta-analisi del 2024 (Seok &amp; Kim) ha esaminato </span><strong class="cf2">25 RCT</strong><span class="cf2"> in cui l’EMDR era impiegato per trattare la depressione (maggiore o distimia), confrontato con cure usuali o liste d’attesa ​(</span><span class="cf2"><a href="https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC11433385/#:~:text=evaluate%20the%20efficacy%20of%20EMDR,75%29%2C%20with%20moderate%20heterogeneity%20being" target="_blank" class="imCssLink">pmc.ncbi.nlm.nih.gov</a></span><span class="cf2">, ​</span><span class="cf2"><a href="https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC11433385/#:~:text=significant%20predictor%20of%20EMDR%E2%80%99s%20effectiveness%2C,multimodal%20treatment%20plans%20and%20primary" target="_blank" class="imCssLink">pmc.ncbi.nlm.nih.gov</a></span><span class="cf2">). I risultati hanno mostrato che l’EMDR ha un effetto significativo sulla riduzione dei sintomi depressivi, con una dimensione d’effetto complessiva </span><em class="cf2">medio-grande</em><span class="cf2">, indicativo di un netto miglioramento rispetto ai controlli (</span><span class="cf2"><a href="https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC11433385/#:~:text=Results%3A%20The%20results%20show%20that,cases%2C%20and%20highlights%20its%20potential" target="_blank" class="imCssLink">pmc.ncbi.nlm.nih.gov</a></span><span class="cf2">). Interessante, l’analisi ha rilevato che l’</span><strong class="cf2">EMDR tende ad essere più efficace nei casi di depressione grave</strong><span class="cf2"> rispetto a quelli con depressione moderata (</span><span class="cf2"><a href="https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC11433385/#:~:text=Results%3A%20The%20results%20show%20that,cases%2C%20and%20highlights%20its%20potential" target="_blank" class="imCssLink">​pmc.ncbi.nlm.nih.gov</a></span><span class="cf2">). Ciò potrebbe essere dovuto al fatto che nelle depressioni più severe spesso vi sono traumi o schemi negativi profondi su cui l’EMDR può agire, mentre nelle forme più lievi-intermedie i sintomi sono più legati a stressori attuali o squilibri neurochimici. La meta-analisi conclude che l’EMDR </span><em class="cf2">“è efficace nel trattare la depressione, specialmente nei casi gravi”</em><span class="cf2"> e ne sottolinea il potenziale come intervento non farmacologico aggiuntivo​ (</span><span class="cf2"><a href="https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC11433385/#:~:text=cases,resistant%20depression%2C%20could%20significantly%20improve" target="_blank" class="imCssLink">pmc.ncbi.nlm.nih.gov</a></span><span class="cf2">).</span><br></div></li><li><div><strong><span class="cf1">Confronti con altre terapie per depressione</span><span class="cf2">:</span></strong><span class="cf2"> Alcuni studi hanno direttamente confrontato EMDR e terapia cognitivo-comportamentale (CBT) nel trattamento della depressione maggiore. I risultati, per quel che si sa finora, suggeriscono </span><strong class="cf2">esiti simili</strong><span class="cf2">. Ad esempio, uno studio citato da Seok et al. riporta che l’EMDR ha ridotto i sintomi depressivi </span><strong class="cf2">nella stessa misura della CBT</strong><span class="cf2"> sia alla fine del trattamento sia a 6 mesi di follow-up​ (<a href="https://www.mdpi.com/2077-0383/13/18/5633#:~:text=depression,while%20both%20therapies%20reduced%20depressive" target="_blank" class="imCssLink">mdpi.com</a>). Un altro studio (Hofmann et al., 2014) su depressione resistente ha confrontato EMDR con una terapia CBT focalizzata sul trauma: entrambe le terapie hanno ridotto i sintomi depressivi significativamente, ma nell’EMDR i pazienti hanno raggiunto la remissione clinica leggermente più presto durante il trattamento​ (<a href="https://www.frontiersin.org/journals/psychology/articles/10.3389/fpsyg.2021.644369/full#:~:text=etc,Crucially%2C%20we%20also" target="_blank" class="imCssLink">frontiersin.org​</a>, <a href="https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC7839656/#:~:text=Seidler%20and%20Wagner%20compared%20the,related%20to%20the%20bilateral%20stimulation" target="_blank" class="imCssLink">pmc.ncbi.nlm.nih.gov</a>). Tali confronti diretti sono ancora pochi, ma finora indicano che l’EMDR </span><strong class="cf2">non è inferiore alle terapie standard per depressione</strong><span class="cf2">, potendo anzi offrire qualche vantaggio in termini di rapidità per alcuni pazienti. È importante notare che nei protocolli EMDR per depressione spesso si identificano eventi scatenanti (p. es. un lutto, una delusione, un evento di abbandono) e si lavora su quelli come ricordi target. In aggiunta, si elaborano le credenze negative nucleari del paziente depresso (es. “non valgo nulla”, “è colpa mia”) legate a esperienze di vita. Questa </span><strong class="cf2">integrazione di elementi tipici della CBT</strong><span class="cf2"> (ristrutturazione di convinzioni) con il protocollo desensibilizzante EMDR potrebbe spiegare perché risulta comparabile alla CBT classica.</span><br></div></li><li><div><strong><span class="cf1">Applicazioni particolari</span><span class="cf2">:</span></strong><span class="cf2"> L’EMDR è stato sperimentato anche come trattamento </span><em class="cf2">aggiuntivo</em><span class="cf2"> in casi di </span><strong class="cf2">depressione resistente ai farmaci</strong><span class="cf2">. Uno studio italiano (Ostacoli et al., 2018) su pazienti con depressione maggiore farmacoresistente ha testato l’aggiunta di EMDR alla terapia di supporto: i pazienti che ricevevano EMDR mostravano percentuali più alte di remissione dei sintomi depressivi rispetto ai controlli (terapia di supporto da sola), e soprattutto molti di loro raggiungevano la remissione </span><strong class="cf2">già a metà trattamento</strong><span class="cf2"> mentre negli altri avveniva più tardi (<a href="https://www.frontiersin.org/journals/psychology/articles/10.3389/fpsyg.2021.644369/full#:~:text=%28Ostacoli%20et%20al,of%20patients%20with%20Unipolar%20Primary" target="_blank" class="imCssLink">frontiersin.org</a>). Ciò suggerisce che l’EMDR può accelerare la risposta anche in forme di depressione difficili, magari perché affronta aspetti emotivi irrisolti che alimentano la depressione. Alcuni case report segnalano remissioni sorprendenti di depressioni croniche dopo alcune decine di sedute di EMDR, specie quando emergono e si elaborano traumi infantili sottostanti. Ovviamente, questi sono casi individuali e non sostituiscono evidenze sistematiche, ma indicano possibili linee di intervento.</span><br></div></li><li><div><strong><span class="cf1">Limiti nell’ambito depressivo</span><span class="cf2">:</span></strong><span class="cf2"> Nonostante le evidenze promettenti, va detto che l’EMDR </span><em class="cf2">non è universalmente efficace per tutte le depressioni</em><span class="cf2">. Nei pazienti con depressione maggiore </span><em class="cf2">senza</em><span class="cf2"> alcun elemento traumatico o di ricordo doloroso specifico, il razionale per usare EMDR è meno chiaro. Si può comunque applicare la tecnica focalizzandosi sui ricordi “peggiori” dell’episodio depressivo (ad es. il giorno in cui la persona ha toccato il fondo emotivo) per ridurne la carica, oppure su memorie di origine di sentimenti di autosvalutazione. Tuttavia, </span><strong class="cf2">non tutti i pazienti depressi rispondono</strong><span class="cf2">: alcuni studi inclusi nella meta di Seok et al. hanno trovato effetti nulli, e globalmente la </span><strong class="cf2">eterogeneità (moderate heterogeneity)</strong><span class="cf2"> dei risultati suggerisce che fattori moderatori (gravità, presenza di traumi, ecc.) influenzano molto l’esito​(<a href="https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC11433385/#:~:text=Results%3A%20The%20results%20show%20that,cases%2C%20and%20highlights%20its%20potential" target="_blank" class="imCssLink">pmc.ncbi.nlm.nih.gov</a>). Inoltre, quasi tutti gli studi sulla depressione con EMDR hanno focalizzato l’outcome nel breve-medio termine (fino a 6 mesi). Non sappiamo se l’EMDR riduca i tassi di ricaduta depressiva a lungo termine meglio, peggio o uguale alle terapie tradizionali – quest’area richiede ulteriori ricerche di follow-up prolungati. Infine, quando la depressione è accompagnata da ideazione suicidaria acuta o altre urgenze, l’EMDR da solo potrebbe non essere appropriato come primo intervento (bisogna prima mettere in sicurezza il paziente, stabilizzare i sintomi acuti, e poi eventualmente procedere all’EMDR per i fattori scatenanti).</span></div></li></ul><div><span class="cf2"><br></span></div><div><span class="cf2">In conclusione, <strong>l’efficacia dell’EMDR nella depressione</strong> è supportata da crescenti evidenze: sembra funzionare <em>soprattutto</em> nei casi in cui vi siano eventi avversi specifici alla base dello stato depressivo, e può essere utile come integrazione in depressioni resistenti. Le meta-analisi indicano riduzioni significative dei sintomi depressivi con EMDR rispetto ai controlli​ (<a href="https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC11433385/#:~:text=Results%3A%20The%20results%20show%20that,cases%2C%20and%20highlights%20its%20potential" target="_blank" class="imCssLink">pmc.ncbi.nlm.nih.gov</a>) e performance almeno pari alla terapia cognitiva​ (<a href="https://www.mdpi.com/2077-0383/13/18/5633#:~:text=depression,while%20both%20therapies%20reduced%20depressive" target="_blank" class="imCssLink">mdpi.com</a>). Ciò apre prospettive interessanti per utilizzare EMDR in un contesto più ampio che il solo PTSD, pur con la consapevolezza che la depressione è multifattoriale e spesso richiede approcci combinati (psicoterapia + farmacoterapia).</span></div><div><strong class="cf2"><br></strong></div><div><strong class="fs12lh1-5 cf1">EMDR in altri disturbi psicologici</strong></div><div><span class="cf2">Oltre a trauma, ansia e depressione, l’EMDR è stato sperimentato (con vari gradi di evidenza) in molti altri ambiti, talvolta lontani dalla sua applicazione originaria. Una <strong>revisione sistematica del 2021</strong> ha catalogato ben <em>90 studi</em> sull’uso dell’EMDR in condizioni diverse dal PTSD (<a href="https://www.frontiersin.org/journals/psychology/articles/10.3389/fpsyg.2021.644369/full#:~:text=excluding%20those%20centred%20on%20trauma,aphasia" target="_blank" class="imCssLink">frontiersin.org</a>). Ecco alcuni campi esplorati:</span></div><ul><li><div><strong><span class="cf1">Disturbi somatoformi e dolore cronico</span><span class="cf2">:</span></strong><span class="cf2"> Diverse ricerche hanno provato l’EMDR per ridurre dolori di origine psicosomatica o somatizzazioni. Ad esempio, nel </span><strong class="cf2">dolore cronico</strong><span class="cf2"> (come fibromialgia, cefalea tensiva, dolore lombare cronico) alcuni piccoli trial indicano miglioramenti sia del dolore che del disagio emotivo dopo un ciclo di EMDR focalizzato sui “ricordi di dolore” o sulle emozioni legate alla condizione (<a href="https://www.frontiersin.org/journals/psychology/articles/10.3389/fpsyg.2021.644369/full#:~:text=Moreover%2C%20in%20some%20severe%20medical,the%20hypothesised%20mechanisms%20of%20action" target="_blank" class="imCssLink">frontiersin.org</a>). Nel </span><strong class="cf2">disturbo da sintomi somatici</strong><span class="cf2"> e in alcune condizioni psicosomatiche (es. colon irritabile) l’EMDR è stato usato per elaborare eventi di vita stressanti che precedono l’esacerbarsi dei sintomi, con esiti positivi riportati in studi caso-controllo. Tuttavia, molte di queste evidenze sono preliminari e basate su campioni ridotti; servono trial più ampi e controllati per confermare se l’EMDR può diventare un intervento riconosciuto nel dolore cronico.</span><br></div></li><li><div><strong><span class="cf1">Disturbi da uso di sostanze (addiction)</span><span class="cf2">:</span></strong><span class="cf2"> È comune che persone con dipendenze presentino traumi non risolti; l’EMDR è stato integrato in alcuni programmi di riabilitazione per affrontare tali traumi. Come accennato, i risultati non sono univoci: se da un lato ci sono casi clinici di successo (pazienti tossicodipendenti che riescono a mantenere l’astinenza dopo aver elaborato traumi con EMDR), dall’altro studi controllati come Markus et al. 2020 non hanno trovato differenze aggiungendo EMDR al trattamento usuale per alcolismo​ (<a href="https://www.frontiersin.org/journals/psychology/articles/10.3389/fpsyg.2021.644369/full#:~:text=match%20at%20L673%20the%20study,on%20OCD%2C%20no%20significant" target="_blank" class="imCssLink">frontiersin.org</a>). L’ipotesi è che l’EMDR possa aiutare in </span><em class="cf2">sottogruppi</em><span class="cf2"> di pazienti (quelli con chiara componente post-traumatica che guida l’uso di sostanze), mentre sia inutile in altri.</span><br></div></li><li><div><strong><span class="cf1">Disturbi dell’alimentazione</span><span class="cf2">:</span></strong><span class="cf2"> Anche in anoressia, bulimia e binge eating sono stati tentati approcci EMDR, partendo dal presupposto che spesso vi sono traumi di fondo (ad es. abuso sessuale nell’infanzia, bullismo sull’aspetto fisico) che contribuiscono allo sviluppo del disturbo alimentare. Alcuni case series riportano miglioramenti su vergogna, disgusto corporeo e perfino sui sintomi alimentari dopo aver trattato i traumi con EMDR. Tuttavia, non esistono ancora RCT solidi che dimostrino un effetto dell’EMDR sui parametri centrali dei disturbi alimentari (peso, condotte compensatorie, etc.), quindi al momento va considerato solo un intervento complementare sperimentale.</span><br></div></li><li><div><strong><span class="cf1">Disturbi di personalità</span><span class="cf2">:</span></strong><span class="cf2"> L’EMDR è stato utilizzato nel trattamento di aspetti di alcuni disturbi di personalità, in particolare il </span><strong class="cf2">disturbo borderline</strong><span class="cf2">, dove spesso sono presenti traumi multipli nell’anamnesi. Inserito in un contesto terapeutico più ampio (ad es. in combinazione con la terapia dialettico-comportamentale), l’EMDR può aiutare a ridurre la reattività emotiva legata a ricordi di abbandono o abuso che alimentano la disregolazione affettiva borderline. Alcuni studi pilota hanno visto diminuzione di sintomi dissociativi e impulsività in pazienti borderline trattati con EMDR sulle memorie traumatiche. Naturalmente, il disturbo di personalità implica problematiche identitarie complesse che l’EMDR da solo non può risolvere, ma può essere uno </span><em class="cf2">strumento aggiuntivo</em><span class="cf2"> utile nella fase di elaborazione del trauma in questi pazienti.</span><br></div></li><li><div><strong><span class="cf1">Disturbi dissociativi</span><span class="cf2">:</span></strong><span class="cf2"> In pazienti con </span><strong class="cf2">disturbo dissociativo complesso</strong><span class="cf2"> (come il disturbo dissociativo dell’identità, DID), l’uso dell’EMDR è avanzato ma deve essere cauto e altamente specializzato, a causa del rischio di decompensazione dissociativa durante la rievocazione del trauma. Alcuni esperti utilizzano l’EMDR “a distanza” (tecniche titrate) per elaborare gradualmente i traumi senza sopraffare il paziente dissociativo. Ci sono resoconti positivi in letteratura, ma mancano studi controllati dati i numeri esigui di tali pazienti.</span><br></div></li><li><div><strong><span class="cf1">Psicosi e trauma correlato</span><span class="cf2">:</span></strong><span class="cf2"> Accumulano evidenze che una percentuale di pazienti con schizofrenia o disturbi psicotici abbia traumi pregressi (abusi, traumi dell’infanzia) che peggiorano l’outcome. Studi iniziali (es. van den Berg et al., 2015) hanno usato l’EMDR in pazienti con </span><strong class="cf2">psicosi stabile e PTSD</strong><span class="cf2">: i risultati mostrano che è fattibile e riduce i sintomi post-traumatici senza esacerbare la sintomatologia psicotica, anzi a volte con leggeri benefici sull’umore e sulle allucinazioni. Un RCT su pazienti con </span><strong class="cf2">psicosi e PTSD</strong><span class="cf2"> ha confrontato EMDR, esposizione e waiting list, trovando che sia EMDR che esposizione migliorarono il PTSD in egual modo rispetto alla lista (<a href="https://www.ptsd.va.gov/professional/treat/txessentials/emdr_pro.asp#:~:text=Research%20With%20Comorbidities" target="_blank" class="imCssLink">​ptsd.va.gov</a>). Questo indica che anche nei pazienti gravi l’EMDR può essere utilizzato in sicurezza, sebbene non sembri avere vantaggi particolari sulle alternative.</span><br></div></li><li><div><strong><span class="cf1">Altri contesti vari</span><span class="cf2">:</span></strong><span class="cf2"> La revisione del 2021 menziona applicazioni positive perfino in ambiti come </span><strong class="cf2">disfunzioni sessuali psicogene</strong><span class="cf2"> (trattando insuccessi o traumi sessuali pregressi), </span><strong class="cf2">ansia da prestazione</strong><span class="cf2"> (sportivi o artisti che superano blocchi legati a esperienze di fallimento grazie all’EMDR), </span><strong class="cf2">disturbi del sonno</strong><span class="cf2"> (incubi post-traumatici ridotti con EMDR), e </span><strong class="cf2">neurodegenerativi</strong><span class="cf2"> (alcuni casi di pazienti con demenza che hanno ridotto agitazione trattando ricordi traumatici remoti). Si tratta per ora di casi isolati o serie molto piccole, che però suggeriscono come l’EMDR – inteso come metodologia di desensibilizzazione di ricordi stressanti – abbia una versatilità notevole. In situazioni mediche, è stato usato quando </span><strong class="cf2">lo stress psicologico ostacola cure mediche</strong><span class="cf2"> (per es., un paziente oncologico troppo ansioso per sottoporsi a chemioterapia può trarre beneficio da EMDR per gestire la paura, facilitando così il proseguimento del trattamento medico)​ (<a href="https://www.frontiersin.org/journals/psychology/articles/10.3389/fpsyg.2021.644369/full#:~:text=disorders%2C%20disorders%20of%20adult%20personality%2C,pathological%20situations%20invite%20for%20translational" target="_blank" class="imCssLink">frontiersin.org</a>).</span><br></div></li></ul><div><span class="cf2"><strong><br></strong></span></div><div><strong><span class="cf1">Sintesi sulle altre applicazioni</span><span class="cf2">:</span></strong><span class="cf2"> Nel complesso, l’EMDR al di fuori del PTSD offre </span><strong class="cf2">una prospettiva terapeutica aggiuntiva</strong><span class="cf2"> in molti disturbi, soprattutto quando essi hanno radici in esperienze di vita stressanti o traumatiche.</span></div><div><strong class="cf2"><br></strong></div><div><strong class="fs14lh1-5 cf1">Controversie sul meccanismo d’azione dell’EMDR</strong></div><div><span class="cf2">L’EMDR, pur essendo ormai riconosciuto efficace, resta una terapia “atipica” per via dell’elemento dei movimenti oculari/bilaterali. Ciò ha generato negli anni numerose <strong>controversie scientifiche sul suo meccanismo d’azione</strong>. Ricapitoliamo le principali teorie e dibattiti:</span></div><ul><li><div><strong class="cf1">Movimenti oculari: gimmick o componente fondamentale?</strong><span class="cf2"> La domanda più annosa è se i movimenti oculari (o alternativi) </span><em class="cf2">siano realmente necessari</em><span class="cf2"> per ottenere il beneficio terapeutico. Come già discusso, alcuni studi clinici non hanno riscontrato differenze tra fare EMDR con o senza movimenti oculari ​(<a href="https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/11393607/#:~:text=and%20EMDR%20showed%20an%20effect,to%20its%20name%2C%20are%20unnecessary" target="_blank" class="imCssLink">pubmed.ncbi.nlm.nih.gov</a>), suggerendo che la terapia funzionerebbe per l’esposizione e la rielaborazione cognitiva, indipendentemente dalla stimolazione bilaterale. In tal caso, i movimenti oculari sarebbero un </span><em class="cf2">“gimmick”</em><span class="cf2"> – un elemento distintivo ma non attivo, il cui effetto sarebbe perlopiù un </span><strong class="cf2">effetto placebo</strong><span class="cf2"> o di </span><em class="cf2">distraibilità</em><span class="cf2"> generica. Effettivamente, l’idea di dover muovere gli occhi per superare un trauma fu accolta con scetticismo inizialmente anche perché suonava inusuale e priva di una spiegazione immediata nei canoni psicologici tradizionali. I critici più severi dell’EMDR (soprattutto fine anni ‘90) insinuavano che l’intera terapia fosse un placebo sofisticato: il setting, la focalizzazione sul trauma e i movimenti oculari creerebbero un’esperienza intensa che </span><em class="cf2">convince</em><span class="cf2"> il paziente di star elaborando qualcosa, portando miglioramento attraverso aspettative positive e suggestione. </span><strong class="cf2">Tuttavia, l’ipotesi del “solo placebo” oggi non è sostenibile</strong><span class="cf2">, perché </span><strong class="cf2">molti studi controllati</strong><span class="cf2"> hanno trovato l’EMDR superiore a condizioni di placebo o trattamento non specifico (<a href="https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/11393607/#:~:text=Eye%20movement%20desensitization%20and%20reprocessing,DeRubeis%20and" target="_blank" class="imCssLink">pubmed.ncbi.nlm.nih.gov</a>). Ad esempio, l’EMDR in studi randomizzati batte chiaramente il semplice supporto psicologico non specifico o la lista d’attesa, quindi l’effetto non è spiegabile con la mera aspettativa. Inoltre, la terapia dell’esposizione tradizionale (senza movimenti oculari) ottiene miglioramenti simili, e nessuno la definisce un placebo – segno che c’è un nucleo di efficacia reale condiviso.</span><br></div></li></ul><div><span class="cf2"><br></span></div><div><span class="cf2">La posizione attuale di molti esperti è che i movimenti oculari <strong>non sono un placebo puro</strong>, ma abbiano effettivamente un ruolo <em>facilitante</em> la rielaborazione, anche se non del tutto indispensabile. In altre parole, <strong>l’EMDR probabilmente funziona <em>anche</em> senza movimenti oculari</strong>, grazie all’esposizione e agli altri ingredienti, ma i movimenti (o la stimolazione bilaterale) possono <em>accelerare o potenziare</em> il processo. Questo è coerente con la meta-analisi di Lee &amp; Cuijpers (2013) che ha trovato un <strong>vantaggio aggiuntivo moderato</strong> con i movimenti oculari​ (<a href="https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC7839656/#:~:text=superior%20in%20efficacy,73" target="_blank" class="imCssLink">pmc.ncbi.nlm.nih.gov</a>). Inoltre, i <strong>riscontri sperimentali di laboratorio</strong> rafforzano l’idea che i movimenti oculari producano effetti psicologici specifici: come visto, numerosi studi (Andrade et al. 1997; Kavanagh et al. 2001; Gunter &amp; Bodner 2008; van den Hout et al. 2011, etc.) mostrano che fare movimenti oculari mentre si pensa a un ricordo disturbante <strong>ne diminuisce la vividezza e l’emozionalità</strong> significativamente più che pensarlo senza movimenti​ (<a href="https://www.emdria.org/resource/how-eye-movements-affect-unpleasant-memories-support-for-a-working-memory-account-behaviour-research-and-therapy/#:~:text=%E2%80%9CEye%20movement%20desensitization%20and%20reprocessing,reflex%20account.%20In%20Experiment%202" target="_blank" class="imCssLink">emdria.org</a>, <a href="https://www.emdria.org/resource/how-eye-movements-affect-unpleasant-memories-support-for-a-working-memory-account-behaviour-research-and-therapy/#:~:text=an%20interhemispheric,%E2%80%9D" target="_blank" class="imCssLink">emdria.org</a>). Ciò è difficilmente attribuibile a placebo, perché avviene anche in compiti sperimentali con soggetti ignari dello scopo terapeutico. Tali evidenze supportano modelli cognitivi (come la teoria della memoria di lavoro) secondo cui i movimenti oculari <em>interferiscono</em> con la rievocazione mnestica riducendone l’impatto emotivo. È da sottolineare che <strong>non solo i movimenti oculari producono questo effetto</strong>: altri stimoli bilaterali o compiti duali (suoni alternati, tamburellare le dita, contare all’indietro mentre si pensa al trauma) sembrano avere effetto simile. Questo ha portato alcuni a ipotizzare che <em>qualunque forma di doppio compito attentivo</em> funzionerebbe, e che i movimenti oculari siano stati scelti un po’ per caso da Shapiro. Ad esempio, nei Paesi Bassi è stato sviluppato un protocollo chiamato <strong>EMDR 2.0</strong> che usa compiti cognitivi visuo-spaziali più complessi al posto del semplice muovere gli occhi, nel tentativo di aumentare il carico di memoria di lavoro e quindi potenziare l’effetto (i risultati iniziali però non mostrano grandi differenze rispetto ai movimenti oculari standard) ​(<a href="https://onlinelibrary.wiley.com/doi/full/10.1002/jts.23012#:~:text=State%20of%20the%20science%3A%20Eye,to%20the%20bilateral%20eye" target="_blank" class="imCssLink">onlinelibrary.wiley.com</a>). In definitiva, la controversia sui movimenti oculari è passata da “servono o no?” a <strong>“come servono e perché servono”</strong>. La maggior parte dei terapeuti EMDR li utilizza, forti dell’esperienza clinica e delle evidenze sperimentali che suggeriscono un valore aggiunto; qualche terapeuta può ometterli in casi particolari (se il paziente non li tollera) confidando che l’esposizione guidata produca comunque miglioramento, magari con qualche seduta in più. Dal punto di vista scientifico, resta ancora da chiarire se <em>specificamente</em> il movimento oculare abbia proprietà uniche (alcuni studi indicano che il movimento oculare orizzontale attiverebbe entrambi gli emisferi cerebrali – la cosiddetta teoria dell’aumento di comunicazione inter-emisferica – ma i dati non sono conclusivi​ - <a href="https://www.emdria.org/resource/how-eye-movements-affect-unpleasant-memories-support-for-a-working-memory-account-behaviour-research-and-therapy/#:~:text=stationary%20control%20condition,distractor%20task%20while%20attempting%20to" target="_blank" class="imCssLink">emdria.org</a>). Ad oggi, la spiegazione più accreditata del perché i movimenti oculari aiutano è la già citata <strong>teoria della memoria di lavoro</strong>: il carico cognitivo riduce l’intensità del ricordo e facilita l’<strong>immagazzinamento di una versione rielaborata</strong> del ricordo stesso (meno vivida, meno disturbante). Questo è compatibile col modello AIP di Shapiro (il ricordo “riconsolidato” in modo adattivo), pur essendo una spiegazione più meccanicistica a livello di funzioni cognitive.</span></div><div><span class="cf2"><br></span></div><ul><li><div><strong><span class="cf1">EMDR e neurobiologia (sono coinvolti processi fisiologici particolari?)</span><span class="cf2">:</span></strong><span class="cf2"> Alcune ricerche neuroscientifiche hanno tentato di individuare correlati neurofisiologici del processo EMDR. Studi con EEG e neuroimaging mostrano che durante l’EMDR si attivano network cerebrali legati alla memoria episodica e all’elaborazione emozionale (ippocampo, amigdala, corteccia prefrontale) in modo simile a quanto avviene nelle terapie espositive, ma con qualche peculiarità. Ad esempio, un piccolo studio fMRI (Pagani et al., 2012) trovò che dopo un trattamento EMDR i pazienti PTSD mostravano una </span><strong class="cf2">normalizzazione</strong><span class="cf2"> del pattern di attivazione cerebrale in risposta a ricordi traumatici (ridotta iperattività dell’amigdala e aumentata attività nelle aree frontali e dell’ippocampo), indicando un </span><em class="cf2">riequilibrio neurobiologico</em><span class="cf2"> coerente con la riduzione dei sintomi. Un’altra ricerca (Lamprecht et al., 2004) evidenziò cambiamenti nella lateralizzazione emisferica durante la stimolazione bilaterale, ma i risultati sono stati difficili da replicare. In generale, il meccanismo neurobiologico esatto rimane incerto, ma l’ipotesi è che l’EMDR faciliti un processo simile a quello che avviene nel cervello durante il sonno REM (dove memorie emotive vengono elaborate, con movimenti oculari e ridotta amigdala). Questo spunto ha generato la suggestione che l’EMDR sia una sorta di “simulazione da svegli” del sonno REM per il cervello traumatizzato, ma le prove a riguardo non sono ancora forti.</span><br></div></li><li><div><strong class="cf1">Attribuzione del miglioramento: esposizione, ristrutturazione o altro?</strong><span class="cf2"> Un’altra controversia riguarda </span><em class="cf2">quale componente terapeutica, a parte i movimenti oculari, sia davvero responsabile del cambiamento</em><span class="cf2">. Il protocollo EMDR include elementi di diverse tecniche: c’è l’</span><strong class="cf2">esposizione</strong><span class="cf2"> (il paziente si focalizza sul ricordo disturbante, anche se brevemente a intervalli), c’è un elemento di </span><strong class="cf2">ristrutturazione cognitiva</strong><span class="cf2"> (si installa una credenza positiva alternativa al pensiero negativo legato al trauma), c’è un forte accento sulla </span><strong class="cf2">relazione terapeutica sicura</strong><span class="cf2"> e sul rilassamento (fase di preparazione). Perciò alcuni studiosi hanno suggerito che l’EMDR non sia altro che una </span><strong class="cf2">terapia multimodale integrativa</strong><span class="cf2"> e che non ci sia nulla di magico: funziona perché combina in modo coerente fattori terapeutici noti (esposizione + mindfulness + ristrutturazione + relazione). Shapiro stessa nel tempo ha riconosciuto paralleli con altri metodi, ma sostiene che l’EMDR è più della somma delle parti grazie alla sequenza strutturata unica. La ricerca sta cercando di scomporre l’EMDR: ad esempio, uno studio di Maxfield et al. ha provato a rimuovere la parte di “installazione della cognizione positiva” per vedere se serviva – trovando che i risultati clinici cambiavano poco, quindi quella fase potrebbe non essere essenziale di per sé. Altri stanno esplorando se l’ordine delle fasi possa essere flessibile. Questo rientra nelle normali indagini per ottimizzare una terapia. Ad oggi, il </span><em class="cf2">fattore terapeutico considerato sicuramente necessario</em><span class="cf2"> è che il paziente </span><strong class="cf2">attivi il ricordo traumatico</strong><span class="cf2"> (o l’emozione disturbante) e la sperimenti, in dosi controllate, durante la seduta: senza questa attivazione non c’è rielaborazione (infatti l’EMDR non consiste in semplice rilassamento o solo pensiero positivo – deve avvenire una </span><em class="cf2">dessensibilizzazione attraverso il ricordo</em><span class="cf2">). La </span><strong class="cf2">presenza del terapeuta</strong><span class="cf2"> che aiuta a rimanere nel qui-ed-ora e a riorientare (processo chiamato “dual attention”) è anch’essa cruciale. Dunque l’EMDR condivide il </span><em class="cf2">fattore di esposizione</em><span class="cf2"> con altre terapie per il trauma, e su questo c’è accordo. La divergenza rimane sull’apporto unico dei </span><strong class="cf2">“fattori specifici”</strong><span class="cf2"> dell’EMDR, ovvero la stimolazione bilaterale e il protocollo strutturato a fasi. La maggioranza degli studi indica che questi fattori specifici </span><em class="cf2">migliorano</em><span class="cf2"> il trattamento, ma non sono miracolistici da soli.</span><br></div></li><li><div><strong><span class="cf1">Placebo, suggestione e aspettative</span><span class="cf2">:</span></strong><span class="cf2"> Non si può negare che l’EMDR abbia degli aspetti che possono alimentare le </span><strong class="cf2">aspettative positive</strong><span class="cf2"> del paziente: è una terapia relativamente breve, con una procedura ben definita e “diversa dal solito”, presentata spesso come un metodo innovativo che può portare sollievo rapido. Queste caratteristiche possono generare un potente effetto di aspettativa (placebo) nei pazienti che ripongono fiducia nella tecnica. Alcuni detrattori storici di EMDR sostenevano che gran parte del beneficio fosse dovuto a questo – in pratica, il paziente migliorava </span><em class="cf2">perché credeva</em><span class="cf2"> di aver ricevuto una terapia speciale. Come abbiamo discusso, studi controllati con placebo (ad esempio dove il gruppo di controllo riceveva una “terapia dell’attenzione” senza movimenti oculari e senza esposizione prolungata) mostrano che l’EMDR produce miglioramenti superiori, il che confuta l’idea che sia </span><em class="cf2">solo</em><span class="cf2"> suggestione. Tuttavia, l’effetto placebo/aspettativa probabilmente </span><strong class="cf2">contribuisce</strong><span class="cf2"> in parte (come in qualsiasi intervento terapeutico). Un fatto interessante: all’inizio l’EMDR venne criticato anche perché si diffuse tramite organizzazioni dedicate (EMDR Institute, EMDR Europe) che ne promuovevano la formazione quasi in maniera “fideistica”, generando resistenze accademiche. Col tempo, l’EMDR è entrato nei programmi di formazione ufficiale e il tono sensazionalistico si è smorzato; ciò aiuta a ridurre bias ed effetti non specifici. Ad oggi, possiamo dire che l’EMDR ha un effetto placebo probabilmente analogo ad altre psicoterapie (fattori comuni come la speranza indotta, l’effetto terapeuta, etc.), ma non maggiore.</span></div></li></ul><div><span class="cf2"><br></span></div><div><span class="cf2">In conclusione, le <strong>controversie sul meccanismo d’azione</strong> dell’EMDR persistono soprattutto riguardo al ruolo dei movimenti oculari e ai processi psicofisiologici sottostanti. La comunità scientifica, da un lato, ha <em>superato</em> l’epoca in cui si discuteva se l’EMDR “funziona davvero o no” – questo ormai è appurato dalle evidenze; dall’altro, è sano che continui il dibattito su <em>come</em> funzioni. Questo stimola ricerche innovative che potrebbero non solo chiarire l’EMDR, ma anche far progredire la comprensione dei meccanismi della memoria traumatica e della guarigione psicologica. È possibile che in futuro si scopra che l’EMDR condivide meccanismi con altre terapie (ad esempio l’update della memoria attraverso la riconsolidazione) e che i movimenti oculari siano uno dei tanti modi di facilitare questi meccanismi. Per ora, le teorie più accreditate convergono sul fatto che la <strong>ri-attivazione controllata del ricordo traumatico</strong>, in un contesto duale (qui-ed-ora sicuro mentre si rivive il <em>là-e-allora</em> del trauma), unita a una <strong>stimolazione esterna che coinvolge l’attenzione e la neurofisiologia</strong>, produca un’elaborazione accelerata. Che si chiami riflesso di orientamento, elaborazione memoria di lavoro, o simulazione del sonno REM, si tratta di <em>modelli esplicativi</em> che cercano di descrivere la stessa realtà clinica: il paziente riesce a ricordare e “riconnettere” l’esperienza traumatica senza esserne più sopraffatto emotivamente, integrandola in una narrazione non patologica di sé.</span></div><div><span class="cf2"><br></span></div><div><strong class="fs14lh1-5 cf1">Conclusioni</strong></div><div><span class="cf2">Dall’analisi condotta emerge che l’EMDR possiede una <strong>solida base scientifica</strong> per quanto riguarda la sua efficacia clinica, in particolare nel trattamento del PTSD. Numerosi studi sperimentali e meta-analisi attestano risultati positivi, equivalenti a quelli dei trattamenti più accreditati, e le principali linee guida internazionali ne supportano l’utilizzo nel trauma psicologico. Accanto a questi punti di forza, esistono dei <strong>limiti metodologici</strong> da considerare: molti studi hanno piccole dimensioni campionarie o rischi di bias, e permane dibattito sul contributo specifico dei movimenti oculari e sulla piena spiegazione teorica del metodo. Le <strong>critiche</strong> iniziali (che vedevano l’EMDR come non più efficace di altre terapie o addirittura come pseudoscienza) si sono in gran parte ridimensionate di fronte all’evidenza accumulata – oggi l’EMDR è annoverato tra i trattamenti <strong>evidence-based</strong>. Ciò non toglie che la ricerca debba continuare ad approfondire <em>quando, come e perché</em> funziona: ad esempio, servono studi di qualità ancor maggiore, con follow-up più lunghi e su popolazioni diverse, per consolidare i risultati e guidare le applicazioni oltre il PTSD. </span><span class="fs11lh1-5 cf2">Sul piano dell’</span><strong class="fs11lh1-5 cf2">efficacia clinica allargata</strong><span class="fs11lh1-5 cf2">, l’EMDR ha mostrato risultati incoraggianti anche in disturbi d’ansia, depressione e altre condizioni, specie quando queste sono legate a esperienze di vita traumatiche o stressanti. In particolare, funziona ottimamente nei disturbi da trauma (PTSD) e può dare benefici in aree come fobie, attacchi di panico e depressione reattiva, mentre è meno chiaro il suo ruolo in disturbi privi di un nucleo traumatico identificabile (es. DOC puro, alcune forme di depressione endogena, ecc.). In tali contesti, l’EMDR va utilizzato con prudenza e integrato in un trattamento multimodale. </span><span class="fs11lh1-5 cf2">Le </span><strong class="fs11lh1-5 cf2">controversie sul meccanismo</strong><span class="fs11lh1-5 cf2"> – lungi dall’essere un punto debole – rappresentano in realtà uno stimolo scientifico: hanno portato a scoprire fenomeni interessanti (come l’effetto dei compiti duali sui ricordi emotivi) e a migliorare la comprensione dei processi di guarigione dal trauma. Ad oggi, l’interpretazione più plausibile è che l’EMDR agisca attraverso una combinazione di fattori: l’esposizione/ritiro emozionale del ricordo traumatico, la ristrutturazione cognitiva facilitata e la stimolazione bilaterale che </span><em class="fs11lh1-5 cf2">agevola</em><span class="fs11lh1-5 cf2"> la rielaborazione attenuando la tensione emotiva. Non c’è dicotomia esclusiva tra “è solo esposizione” o “sono solo gli occhi che curano”: entrambi gli aspetti, e altri fattori comuni, concorrono al risultato terapeutico.</span></div><div><span class="cf2"><br></span></div><div><span class="cf2">In definitiva, <strong>l’EMDR appare come un trattamento scientificamente fondato ma non miracoloso</strong>, con punti di forza comprovati (efficacia, rapidità in alcuni casi, versatilità) e alcuni limiti e incognite che richiedono ulteriore chiarimento. Per i pazienti con PTSD e traumi, rappresenta un’opzione di prima scelta, spesso preferita da chi fatica con le terapie di esposizione tradizionali. Per altri disturbi, offre speranza soprattutto quando le terapie convenzionali non hanno affrontato il <em>nodo traumatico</em> sottostante. La comunità scientifica continua a <strong>monitorare e affinare</strong> l’uso dell’EMDR, integrandolo nel corpus delle psicoterapie basate sull’evidenza. Come per ogni intervento, il giudizio finale sulla sua efficacia “reale” dipende dall’esito di futuri studi rigorosi e dalla conferma dell’utilità clinica in contesti sempre più ampi. Allo stato attuale, l’EMDR si configura come una <strong>terapia valida e statisticamente efficace</strong>, il cui percorso di consolidamento scientifico è in evoluzione ma già sufficientemente robusto da giustificarne l’ampia applicazione clinica.</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 15 May 2025 06:00:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Conversazioni di Terapia Breve (Cannistrà & F. Hoyt, 2023)]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaele Avico]]></author>
			<category domain="https://popmed.info/blog/index.php?category=recensioni"><![CDATA[recensioni]]></category>
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			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000012"><div><span class="cf1">Il volume "<strong>Conversazioni di di terapia breve</strong>" esplora i temi della psicoterapia breve e “a seduta singola” per via di una trascrizione di un serie di dialoghi, intrattenuti in momenti diversi, tra <strong>Fabio Cannistrà</strong> e uno dei suoi mentori, <strong>Michael Hoyt</strong>. <span class="fs11lh1-5">La </span><strong class="fs11lh1-5">forma intervista</strong><span class="fs11lh1-5"> rappresenta un modo agevole per introdursi a un tema: in questo caso abbiamo la possibilità di sentire raccontata la teoria della psicoterapia breve e la teoria a seduta singola da parte di uno dei suoi </span><em class="fs11lh1-5">originatori</em><span class="fs11lh1-5">, a sua volta in debito verso altri della </span><em class="fs11lh1-5">scuola di Palo Alto</em><span class="fs11lh1-5">, che puntualmente troviamo citati nel testo.</span></span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="cf1">Si ha così l’opportunità di scoprire molti nomi “minori” della teoria della psicoterapia breve, con la possibilità di approfondire i diversi approcci.</span></div><div><span class="cf1">La <strong>scuola di Palo Alto</strong>, e nello specifico un luogo che oggi esiste solo nella forma di fondazione, il <em><a href="https://mri.org/" target="_blank" class="imCssLink">Mental Research Institute</a></em>, ha a partire dagli anni ‘60 ha introdotto sulle scena della psicoterapia mondiale moltissime innovazioni, che sarebbero state destinate a restare. La <strong>psicoterapia sistemica</strong>, la <strong>psicoterapia breve</strong>, quella a <em>seduta singola</em>, la scuola di Nardone in italia, devono tutto agli incredibili anni, fruttuosi, dei “maestri” originatori -che in questo libro troviamo citati più volte; un tratto peculiare di quel gruppo di individui e di coloro che ne hanno raccolto il testimone nella ricerca in psicoterapia, è un’incredibile umiltà intellettuale associata al pragmatismo americano, insieme al coraggio di mettere in discussione l'ortodossia (che in quegli anni era rappresentata dall’Europa e della psicoanalisi). Di quell’umiltà, di quell'apertura e di quel pragmatismo parla anche <strong>Andrea Vallarino</strong> in un suo <a href="https://www.amazon.it/Pensiero-Strategico-Andrea-Vallarino/dp/1387841726" target="_blank" class="imCssLink">volume recentemente pubblicato</a>, in particolare rispetto alla figura di Paul Watzlawick.</span></div><div><span class="cf1"><br></span></div><div><span class="cf1">Nel corso della lettura di “<strong>Conversazioni di terapia breve</strong>” si apprendono molti aspetti della psicoterapia a seduta singola, in primis l’idea che “a seduta singola” non vuol dire che il percorso con un "<em>cliente</em>" (come preferiscono chiamarlo) si limiti effettivamente a un singolo incontro: se mai, l’idea è che una singola seduta possa essere “<strong>autoconclusiva</strong>”, e che si possa lavorare con la persona perché quest'ultima possa trarne giovamento -o un motivo di trasformazione. Viene data estrema importanza al concetto di <strong>empowerment</strong> del paziente, e che un buon parte del lavoro venga fatta dal paziente stesso, con risorse che tocca al terapeuta evocare e promuovere. <span class="fs11lh1-5">In generale troviamo riferimenti a pratiche comuni nelle diverse scuole di psicoterapia breve, con però alcune differenze di razionale di intervento, che Cannistrà (che su POPMed avevamo già intervistato, <a href="https://popmed.substack.com/p/popmed-talks-13-flavio-cannistra" target="_blank" class="imCssLink">qui</a>) non manca di esplicitare. </span><span class="fs11lh1-5">Il rischio di semplificare troppo la complessità del portato del paziente viene fugato qui da un approccio orientato a un "</span><em class="fs11lh1-5">minimalismo clinico</em><span class="fs11lh1-5">” che vuole intervenire con </span><strong class="fs11lh1-5">quello che funziona</strong><span class="fs11lh1-5"> e </span><strong class="fs11lh1-5">dove serve</strong><span class="fs11lh1-5">, in modo </span><strong class="fs11lh1-5">strategicamente orientato</strong><span class="fs11lh1-5">. </span><span class="fs11lh1-5">Si tratta di coinvolgere </span><strong class="fs11lh1-5">attivamente</strong><span class="fs11lh1-5"> il paziente nel lavoro clinico, muovendo da un’</span><strong class="fs11lh1-5">alleanza forte</strong><span class="fs11lh1-5">, e procedendo per </span><strong class="fs11lh1-5">obiettivi,</strong><span class="fs11lh1-5"> il più possibile aderenti alle </span><strong class="fs11lh1-5">risorse</strong><span class="fs11lh1-5"> portate dal paziente. </span><span class="fs11lh1-5"><a href="https://www.ilfogliopsichiatrico.it/?s=vallarino" target="_blank" class="imCssLink">Altrove</a> abbiamo più volte intervistato e coinvolto </span><strong class="fs11lh1-5">Andrea Vallarino</strong><span class="fs11lh1-5">, e chi avesse letto alcuni dei contenuti che lo riguardavano potrà riconoscere nell’approccio di Cannistrà e Hoyt un’uguale </span><strong class="fs11lh1-5">attenzione al presente</strong><span class="fs11lh1-5"> e a quelle che universalmente (in terapia breve) vengono chiamate “</span><strong class="fs11lh1-5">tentate soluzioni</strong><span class="fs11lh1-5">”, nell’idea che il paziente faccia di tutto per migliorare, spesso però complessificando il suo stesso vissuto, e bloccandosi in modalità di pensiero disfunzionale. Si pensi per esempio al <a href="https://www.ilfogliopsichiatrico.it/2020/08/07/3434-3/" target="_blank" class="imCssLink">modello sul controllo</a> per il panico -problema diffusissimo e frequentemente incontrato dagli operatori della salute mentale- ingenerato da stratificazioni di storture cognitive, paradossalmente atte a controllare i sintomi stessi.</span></span></div><div><span class="cf1"><br></span></div><div><span class="cf1">I clinici di Palo Alto, come leggiamo in questo libro, sono stati da sempre dei <strong>fini osservatori della psicologia umana</strong>, nel tentativo di estrarne “modalità patogene” con un approccio estremamente pragmatico: il concetto di <em>tentata soluzione</em> è solo uno dei tanti, ma pensiamo per esempio al problema del <strong>doppio legame</strong>, ai <strong>paradossi legati al ipercontrollo</strong>, alla natura essa stessa paradossale (a volte) della psicologia umana. <span class="fs11lh1-5">Per Cannistrà e Hoyt si tratta di aiutare il paziente e stare meglio, e stare meglio in modo rapido, soprattutto quando fortemente sofferente. </span><span class="fs11lh1-5">La terapia a seduta singola o breve pare adattarsi meglio a situazioni cliniche peculiari, come quando esista un </span><strong class="fs11lh1-5">eccesso di ragionamento</strong><span class="fs11lh1-5">, o la persona si trovi incastrata in </span><strong class="fs11lh1-5">schemi di pensiero</strong><span class="fs11lh1-5"> disfunzionali; leggendo questo volume viene tuttavia complesso immaginare un terapia a seduta singola con un paziente fortemente depresso o melanconico, o ipotizzare un intervento su un disturbo grave di personalità, al di là delle “prescrizioni” che i terapeuti di questa scuola solitamente consegnano al paziente. Con pazienti affetti da disturbi di natura affettiva, come la terminologia classica definisce, ci si potrebbe chiedere il ruolo -come sappiamo centrale- della </span><strong class="fs11lh1-5">relazione</strong><span class="fs11lh1-5"> (al di là della “semplice” alleanza).</span></span></div><div><span class="cf1"><br></span></div><div><span class="cf1">A fine lettura si ha in ogni caso la sensazione che esista un’<strong>apertura</strong> degli autori a una <strong>messa in discussione</strong> e verso un apprendimento “continuo”, cosa di rado presente in libri provenienti da altre scuole di pensiero. <span class="fs11lh1-5">Molto interessante e bella la definizione di </span><strong class="fs11lh1-5"><em>logica</em></strong><span class="fs11lh1-5">, e l’accento sulla distinzione dal concetto di </span><strong class="fs11lh1-5"><em>stretegia</em></strong><span class="fs11lh1-5">: il terpeuta breve e quello a seduta singola si avvarranno di “</span><strong class="fs11lh1-5">logiche</strong><span class="fs11lh1-5">” di intervento -più flessibili e indeterminate delle strategie, ma altrettanto efficaci- in grado appunto di adattarsi alla complessità portata dal cliente.</span></span></div><div><span class="cf1"><br></span></div><div><span class="cf1">Su concessione di Flavio Cannistrà, pubblichiamo <em>in toto</em> un estratto dal volume, che raccoglie <strong>9 logiche di intervento</strong> da applicare in vari casi, una variazione di un articolo già apparso <a href="https://cacuccieditore.it/le-strategie-in-psicoterapia-ricerca-e-innovazione-saladino-9791259650597" target="_blank" class="imCssLink">qui</a>. Anche chi non fosse interessato al tema terapia breve, potrà trarne spunti di interesse e modalità pratiche di intervenire con uno dei suoi pazienti (o su se stesso).</span></div><div><span class="cf1"><br></span></div><div><span class="cf1">[...] </span></div><div><strong><span class="fs11lh1-5"><span class="cf2">RISULTATI: LE NOVE LOGICHE</span></span></strong></div><div><em class="cf1">Il risultato di questo lavoro iniziale è l’identificazione di nove logiche. Di seguito specificheremo alcune delle tecniche sotto ciascuna logica, ma è importante innanzitutto capire che una tecnica può essere inclusa in logiche diverse: infatti, è il modo in cui la tecnica viene utilizzata che fa la differenza. Negli esempi che seguono presenteremo sia tecniche formali che interventi più generici di aiuto nell’illustrare ciascuna logica, precisando che non intendiamo suggerire che un autore citato sia necessariamente il creatore o ideatore di un particolare intervento. Inoltre, non intendiamo dire che la logica/tecnica spiegata nell’esempio sia quella che risolve il problema (benché possa contribuire a farlo): lo scopo degli esempi è meramente esplicativo del funzionamento delle logiche.</em></div><div><em class="cf1"><br></em></div><div><strong><span class="fs11lh1-5"><span class="cf2">Bloccare direttamente le azioni</span></span></strong><em class="cf1">. Lo scopo principale di questa logica è bloccare direttamente uno o più comportamenti particolari che perpetuano il problema. “Direttamente” significa chiedere esplicitamente al paziente di smettere di fare una certa cosa: controllare, chiedere aiuto o consiglio, cercare una risposta (pensarci, chiedere ad altri o consultare diversi media), parlare del problema, aiutare qualcuno, dare suggerimenti. Molti interventi mirano a bloccare un determinato comportamento e quelli che rientrano in questa logica hanno lo scopo di bloccarlo attraverso una diretta richiesta di cessazione. Altre tecniche potrebbero invece bloccare il comportamento considerato problematico senza chiedere direttamente di farlo. </em><em class="fs11lh1-5 cf1">Ecco alcuni esempi di bloccare direttamente le azioni:</em></div><ul><li><div><em class="cf1">Il comportamento ipocondriaco è mantenuto dal continuo andare da medici e specialisti per accertare un presunto problema. Nella terapia breve strategica (Nardone, 1996) si chiede quindi ai pazienti di sospendere qualsiasi visita medica.</em></div></li><li><div><em class="cf1">Il comportamento ritualistico di certe ossessioni e compulsioni spesso comporta l’intervento di persone presenti, che aiutano così a far persistere il problema. Quest’ultime devono quindi essere avvertite di smettere di aiutare (Pietrabissa et al.,2016).</em></div></li></ul><ul><li><div><em class="cf1">Il terapeuta può anche chiedere ad altri di interrompere determinati comportamenti in</em></div></li><li><div><em class="cf1">modo da aiutare il paziente. «Ad esempio, il gruppo di terapia strategica modello breve MRI potrebbe aiutare la famiglia della persona depressa a smettere di aggravare la situazione interrompendo gli sforzi (da parte della famiglia) ‘per tirarla su di morale’» (de Shazer, 1982, p. 60). A sua volta, questa «‘interruzione della cura’ può aiutare la persona depressa a diventare meno depressa o addirittura aiutarla a smettere di essere depressa del tutto» (de Shazer, 1982, pp. 28-29).</em></div></li></ul><div><strong><em class="cf1"><br></em></strong></div><div><strong><span class="fs11lh1-5"><span class="cf2">Creare avversione</span></span></strong><em class="cf1">. Questa logica include quelle tecniche volte a stimolare nel paziente un’avversione verso qualcosa, come un comportamento, una forma di interazione o relazione e così via, in modo da portare a interrompere spontaneamente quel comportamento o impedirne l’attuazione. Il terapeuta non chiede direttamente al cliente di smettere di fare qualcosa o di cambiare le sue percezioni, ma può utilizzare vari interventi per persuaderlo a farlo. </em><em class="fs11lh1-5 cf1">Alcuni esempi di creare avversione sono:</em></div><ul><li><div><em class="cf1">Una ordalia potrebbe essere usata come un particolare esempio di questa logica. Nel discutere come trattare l’insonnia, Martiny (1989) ha scritto che «un compito assegnato può essere utilizzato per rendere più desiderabile dormire piuttosto che svolgerlo» (p. 130). Lo scopo di assegnare un’“ordalia” (Haley, 1984; Hoyt, 2019a) è di rendere più spiacevole eseguire il comportamento sintomatico di quanto lo sia lasciarlo andare.</em></div></li><li><div><em class="cf1">La cosiddetta tecnica del come peggiorare (Fisch et al., 1982; Nardone &amp; Watzlawick, 1993) è un altro esempio in cui il terapeuta chiede al cliente di pensare a tutte le cose che può fare per peggiorare (anziché migliorare) una determinata situazione/problema/sintomo e così via. In questo modo, la tecnica viene utilizzata per creare un’avversione ai comportamenti/pattern ad essa correlati in modo che il cliente li interrompa spontaneamente. La “Nightmare Question” di Ruess (1997) (“Immagina che quando ti sveglierai le cose vanno peggio!”) è un ottimo esempio. Austin (2019) descrive come una madre abbia messo una foto dei figli nell’armadietto dove teneva la sua scorta di cocaina, in modo che non potesse continuare a dire a se stessa che i bambini non fossero coinvolti e quindi non influenzati dal suo abuso di droghe; Hoyt (2019a) riferisce anche di aver suggerito a un uomo, che stava avendo dei flirt con l’idea del divorzio, a visitare la pancake house locale di domenica mattina, per vedere tutti i padri e i bambini infelici mentre facevano colazione durante le loro visite del fine settimana, dato che «comunque è questa la direzione in cui [il paziente] si stava dirigendo».</em></div></li><li><div><em class="cf1">La tecnica della ristrutturazione, che porta a «dare una nuova struttura alla visione del mondo concettuale e/o emozionale del soggetto e porlo in condizione di considerare i ‘fatti’ che esperisce da un punto di vista tale da permettergli di affrontare meglio la situazione» (Watzlawick et al., 1974, tr. it. pp. 101-102), potrebbe essere utilizzata per creare avversione se un comportamento fosse visto come qualcosa di indesiderabile (vedi anche Paoli, 2014).</em></div></li></ul><div><strong><em class="cf1"><br></em></strong></div><div><strong><span class="fs11lh1-5"><span class="cf2">Creare consapevolezza</span></span></strong><em class="cf1">. Questa serie di interventi è utile per aiutare il cliente a prendere consapevolezza di qualcosa, che generalmente potrebbe essere una risorsa o un punto di forza positivo/utile oppure un comportamento/atteggiamento problematico. Gli interventi mirati ad attivare i punti di forza del cliente (Soo-Hoo, 2018, 2019) rientrano in questo tipo di logica. Nel richiamare la consapevolezza a comportamenti o atteggiamenti problematici, il terapeuta non intende necessariamente creare antipatia verso qualcosa con l’idea di interromperlo. La ristrutturazione è un esempio di tecnica che può facilmente rientrare in più logiche a seconda dell’utilizzo che ne viene fatto. Ancora una volta, ciò che determina la categorizzazione di una tecnica in una logica piuttosto che in un’altra è l’intenzione del terapeuta, il fine che si propone di raggiungere con quella tecnica, in quel momento. </em><em class="fs11lh1-5 cf1">Come ha notato Soo-Hoo, mentre Duncan e colleghi (2009) hanno scoperto che il 30% della differenza dei risultati in riguardo al trattamento potrebbe essere attribuito a “fattori di relazione”, hanno anche scoperto che il 40% era correlato a “fattori del cliente” come per esempio la sua forza, le sue risorse e la sua motivazione (perlomeno non immediatamente): questa logica potrebbe infatti essere utilizzata anche per rendere qualcuno consapevole dei comportamenti (positivi / negativi) degli altri. </em><em class="fs11lh1-5 cf1">Il terapeuta può creare consapevolezza in maniera più o meno diretta, ad esempio può richiamare direttamente l’attenzione su risorse positive o comportamenti disfunzionali, oppure può utilizzare un approccio socratico all'osservazione (Cannistrà, 2018b), oppure infine può usare metafore, aforismi o storie (Lankton &amp; Lankton, 1983). </em><em class="fs11lh1-5 cf1">Alcuni esempi di creare consapevolezza includono:</em></div><ul><li><div><em class="cf1">Quando un terapeuta ricava delle informazioni sugli hobby e gli interessi di un cliente (come parte della tecnica dell’utilizzazione - Battino &amp; South, 2005; Erickson, 1980; Short et al., 2005); quando un terapeuta di TBCS intraprende il solution talk (si veda Furman &amp; Ahola, 1992; Walter &amp; Peller, 1992); quando, à la Insoo Kim Berg, chiede: “Wow, come hai fatto?!”; o quando i terapeuti MRI Schlanger e Krohner dichiarano:m“I nostri clienti sono capaci e forti”.</em></div></li><li><div><em class="cf1">I complimenti sono usati spesso nella TBCS anche per creare consapevolezza su cose specifiche. Ad esempio, «evidenziano le azioni che il [paziente] ha già intrapreso per raggiungere una soluzione […] inquadrano la responsabilità e il merito del cambiamento come un risultato del [paziente] stesso. In un clima favorevole, il supporto e i complimenti si combinano per dare [ai pazienti] un senso di auto efficacia, emancipazione e motivazione» (Burg &amp; Mayhall, 2002, p. 83).</em></div></li><li><div><em class="cf1">La ricerca delle eccezioni (de Shazer et al., 1986), un’altra caratteristica della TBCS, corrisponde a una serie di domande e/o prescrizioni tra le sedute «progettate per scoprire cosa succede quando il problema non si verifica e come il [paziente contribuisca a questa eccezione» (p. 215). Questo intervento può essere utilizzato per aiutare il cliente ad essere più consapevole di “cosa funziona” (cioè, cosa i clienti e/o il loro ambiente stanno facendo che risulta essere utile).</em></div></li></ul><div><strong><em class="cf1"><br></em></strong></div><div><strong><span class="fs11lh1-5"><span class="cf2">Evocare nuove risorse</span></span></strong><em class="cf1">. Questa logica include tecniche progettate per creare o amplificare risorse, capacità e abilità nel cliente, introducendo cambiamenti (piccoli o grandi) nelle loro percezioni e comportamenti, spesso con l’idea di iniziare a fare o a guardare qualcosa in un modo nuovo, in modo tale che sembra che stiano creando qualcosa dove prima non c’era niente. Il terapeuta può indirizzare il cliente a farlo oppure il cliente stesso può provare a suscitarlo in un modo più indiretto. </em><em class="fs11lh1-5 cf1">Alcuni esempi di evocare nuove risorse sono:</em></div><ul><li><div><em class="cf1">la tecnica della “domanda del miracolo” (de Shazer, 1988), con cui si chiede al cliente di immaginare un futuro senza problemi e di implementare i comportamenti che il cliente immagina porterebbero a tale futuro. A volte, il terapeuta può chiedere direttamente al cliente di fare qualcosa come se il miracolo fosse già accaduto, mentre altre volte può semplicemente chiedergli di notare cose nuove, diverse o semplicemente “migliori” che accadranno nei giorni successivi (Ratner, George, E Iveson, 2012).</em></div></li><li><div><em class="cf1">La tecnica della scala (Berg &amp; de Shazer, 1993) può funzionare in maniera simile. Un modo per usarla è quando il terapeuta chiede ai clienti di notare, fra una seduta e un’altra, tutte le cose che diranno loro di trovarsi su un gradino più alto della scala rispetto a quello su cui sono attualmente. Come hanno scritto Keeney e Keeney (2019): «I professionisti sono anche chiamati ad aiutare i clienti a creare qualcosa di straordinario da quello che può sembrare ‘un niente’… ogni seduta è un’opportunità per svelare il mistero del senso della vita in maniera più vasta, che rimane nascosto quando è contenuto all’interno di strutture impoverite e contesti ridotti» (p. 142).</em></div></li><li><div><em class="cf1">Molti interventi “come se” (Watzlawick, 1987) seguono questa logica. Il terapeuta chiede al cliente di fare / immaginare / parlare di qualcosa come se fosse presente una particolare condizione (per esempio, agire come se meritasse l’amore degli altri; come se sentisse più fiducia in sé stesso etc.) con l’idea di produrre nuovi comportamenti e/o nuovi significati.</em></div></li></ul><div><strong><em class="cf1"><br></em></strong></div><div><span class="fs11lh1-5"><span class="cf2"><strong>I</strong></span><span class="cf2"><strong>ncrementare per ridurre</strong></span></span><em class="fs11lh1-5 cf1">. Molte tecniche e interventi di terapia breve sono progettati per chiedere al cliente di fare qualcosa di più (ad esempio, un particolare comportamento) con il preciso intento di ridurlo eventualmente. Questo è lo scopo generale degli interventi paradossali, in cui «il comportamento che il cliente vuole cambiare o eliminare è prescritto o incoraggiato dal terapeuta» (Weeks &amp; L’Abate, 1982, p. 6). Negli scritti del Brief Therapy Center di Palo Alto (Fisch et al.,1982; Fisch &amp; Schlanger, 1999; Watzlawick et al., 1974; vedi anche Loriedo &amp; Vella, 1992, e Nardone e Watzlawick, 1993) c’è un uso frequente di interventi paradossali, ossia una categoria di interventi che il terapeuta fa con l’idea (la logica) di aumentare per ridurre un comportamento, un sentimento, un sintomo e così via. Rosen (1982) ha scritto che «Haley ha anche sottolineato che le caratteristiche principali della terapia ericksoniana includono ‘incoraggiare la resistenza’, ‘fornire un’alternativa peggiore’…‘amplificare una deviazione’ e ‘prescrivere il sintomo’» (p. 33). L’idea del terapeuta è di «annullare una cosa accrescendola sino al punto di rottura. Alimentare per ridurre. Provocare per inibire» (Nardone, 2003, p. 71), a volte con il proposito di «rendere volontarie le reazioni spontanee che vogliamo annullare» (ibid.), altre volte perché «si esibisce una cosa per celarla» (p. 75). </em><em class="fs11lh1-5 cf1">Alcuni esempi di incrementare per ridurre sono:</em></div><ul><li><div><em class="cf1">La tecnica della peggiore fantasia (Haley, 1985; Nardone &amp; Watzlawick, 1993) in cui si chiede al cliente con attacchi di panico di provare ad aumentare la sensazione di ansia, ottenendo come risulta una sua conseguente riduzione. Weakland e colleghi (1974) scrissero: «Con i nostri pazienti sottolineiamo praticamente di continuo l’importanza di ‘andare piano’ al termine della seduta e, quando ci portano un miglioramento in quella successiva, reagiamo con sguardo preoccupato e affermiamo: ‘Penso che le cose si stiano muovendo un po’ troppo velocemente’. Facciamo la stessa cosa anche in modo più implicito, enfatizzando la necessità di raggiungere piccoli obiettivi o sottolineando i possibili svantaggi di un miglioramento. ‘Vorresti essere più produttivo a lavoro, ma sei pronto a gestire il problema dell’invidia dei tuoi colleghi?’. Tali avvertimenti promuovono paradossalmente un rapido miglioramento, riducendo l’ansia per il cambiamento e aumentando il desiderio del paziente di andare avanti per contrastare l’apparente ed eccessiva cautela del terapeuta» (p. 161).</em></div></li><li><div><em class="cf1">Hoyt e Cannistrà (2019) descrivono un caso esemplare in cui a qualcuno viene chiesto di aumentare (pensandoci sempre di più) immagini ossessive come un modo per ridurle completamente.</em></div></li></ul><div><strong><em class="cf1"><br></em></strong></div><div><span class="fs11lh1-5"><b><span class="cf2">Piccoli cambiamenti. </span></b></span><i class="cf1">Questa logica include quelle tecniche volte a risolvere un problema implementando piccoli cambiamenti, incrementali o decrementali. Si tratta di un tipo di intervento molto tipico in diversi approcci di terapia brevi. Milton Erickson, per esempio, ha dichiarato: «Vorrei far migliorare [il problema] molto gradualmente. Non appena ottenuto il minimo cambiamento, la strada sarebbe aperta per un cambiamento più ampio» (come citato in Haley, 1973, p. 291). Ugualmente, Haley (1982) ha scritto: «il piccolo cambiamento porta invariabilmente a uno più grande. Come ha detto Erickson, se vuoi ottenere un grande </i><em class="fs11lh1-5 cf1">cambiamento dovresti chiederne uno piccolo» (p. 23). Al MRI, Weakland e colleghi (1974), hanno similmente affermato: «In generale, sosteniamo che il cambiamento può essere ottenuto più facilmente se l’obiettivo è ragionevolmente piccolo e chiaramente indicato. Una volta che il paziente ha sperimentato un piccolo ma definitivo cambiamento nella natura apparentemente monolitica del problema, l’esperienza lo porterà ad ulteriori cambiamenti auto-indotti, sia rispetto al problema che, spesso, anche in altre aree della sua vita» (p. 150). </em><em class="fs11lh1-5 cf1">Le ragioni per seguire questa logica possono essere molteplici: la richiesta del paziente è composta da diversi passaggi, da affrontare uno alla volta; risultati troppo rapidi o troppo grandi possono spaventarlo o metterlo in una condizione sfavorevole; o, più genericamente, il terapeuta ha delle ragioni per cui deve procedere lentamente. Chiedere ai pazienti di fare </em><em class="fs11lh1-5 cf1">qualcosa che non richieda uno sforzo eccessivo produce quindi cambiamenti in maniera graduale, come per esempio evidenzia anche Yakpo (1997) nel trattamento della depressione, dove sottolinea l’importanza di chiedere al cliente di fare dei piccoli passi, suddividendo attività complesse in piccoli comportamenti. </em><em class="fs11lh1-5 cf1">Alcuni esempi di piccoli cambiamenti sono:</em></div><ul><li><div><em class="cf1">La tecnica delle piccole violazioni (Nardone &amp; Portelli, 2005, 2013), utilizzata ad esempio con il disturbo ossessivo-compulsivo, consiste nel chiedere al cliente di fare volontariamente piccole violazioni, inserire piccole differenze nei suoi rituali o comportamenti compulsivi, al fine di sovvertirli e produrre un cambiamento graduale;</em></div></li><li><div><em class="cf1">Chiedere a un cliente insicuro, che ha difficoltà a esporsi per paura di ricevere un rifiuto, di mettersi ogni giorno nella situazione di ricevere da qualcuno un “no” di modeste dimensioni, al fine di renderlo “immune”.</em></div></li></ul><div><strong><em class="cf1"><br></em></strong></div><div><span class="cf2"><strong><span class="fs11lh1-5">Rafforzare la relazione</span></strong></span><span class="cf2"><span class="fs11lh1-5">.</span></span><i class="cf1"> Alcuni interventi di questo genere sono essenzialmente progettati per rafforzare l’alleanza terapeutica, sebbene molti altri possano raggiungere questo risultato come “effetto collaterale”. Questa è l’unica delle nove logiche che non intende produrre direttamente un risultato terapeutico; tuttavia, è essenziale in tutti quei casi in cui senza una forte relazione il cliente non farebbe quanto prescritto. L’intenzione del terapeuta potrebbe essere quella di aumentare la fiducia o la speranza del paziente verso la terapia, la sua efficacia o le capacità del terapeuta. Potrebbe anche essere quella di rassicurare il cliente sul fatto che la terapia è “un luogo sicuro”, ad esempio assicurando a un adolescente che tutto ciò che viene detto rimarrà in quella stanza. La relazione/alleanza terapeutica, che si compone di diverse parti (Norcross, 2011), è uno dei fattori più importanti per determinare l’efficacia della terapia e di questa tecnica sugli interventi. </i><em class="fs11lh1-5 cf1">Alcuni esempi di rafforzare la relazione sono:</em></div><ul><li><div><em class="cf1">La tecnica del caro dottore (Nardone, Verbitz, &amp; Milanese, 1999/2005) che chiede al cliente di scrivere ogni sera una lettera al terapeuta parlando di sé, dei suoi problemi, della sua giornata e di qualsiasi altra cosa è nella sua mente. Esistono molte tecniche di scrittura (ad esempio, “i diari”) che vengono utilizzate per migliorare l’alleanza terapeuta-cliente.</em></div></li><li><div><em class="cf1">Assumere una posizione one-down (Watzlawick, Beavin, &amp; Jackson, 1967) potrebbe essere fatto intenzionalmente per migliorare la relazione (Fisch et al., 1982; vedi Hoyt, 2019b). John Weakland del Mental Research Institute (MRI) è stato un vero maestro al riguardo: «mettendosi one-down, Weakland disarma e mette a loro agio le persone altamente critiche, sospettose e supponenti» (Green, 1995, p. 232).</em></div></li><li><div><em class="cf1">L’umorismo potrebbe essere utilizzato per rafforzare la relazione, favorendo il rilassamento e il comfort del paziente (o, seguendo una logica diversa, per trasmettere un messaggio e creare così consapevolezza – vedi Hoyt &amp; Andreas, 2015).</em></div></li></ul><div><strong><em class="cf1"><br></em></strong></div><div><span class="fs11lh1-5 cf2"><b>Spostare l’attenzione.</b></span><i class="cf1"> Molte tecniche sono progettate per spostare l’attenzione del paziente e in generale questa categoria include tecniche che chiedono ai pazienti di fare una certa cosa impedendo loro (“distraendoli”) di farne un’altra che terrebbe in vita il problema. Il terapeuta può usare questa tecnica quando pensa che chiedere direttamente ai clienti di fare qualcosa possa essere troppo per loro. </i><em class="fs11lh1-5 cf1">Alcuni esempi di spostare l’attenzione sono:</em></div><ul><li><div><em class="cf1">Un evento casuale pianificato (Watzlawick, 1997) può essere utilizzato quando un terapeuta chiede al cliente di fare qualcosa con l’idea di ottenere un altro risultato, concentrandosi sul dito per raggiungere la luna, o con l’idea di «solcare le acque all’insaputa del cielo» (Nardone, 2003, p. 36).</em></div></li><li><div><em class="cf1">Quando Erickson (Rosen, 1982) chiese a un cliente che aveva paura di attraversare la strada di inviargli una cartolina stava spostando la sua attenzione su un compito che poteva svolgere (inviare una cartolina), permettendogli in questo modo di compiere qualcosa che aveva grandi difficoltà a fare (cioè attraversare la strada).</em></div></li><li><div><em class="cf1">La tecnica del diario di bordo (vedi Nardone &amp; Watzlawick, 1993), in cui alla persona in stato di ansia acuta viene chiesto di compilare un diario in quel preciso momento: questo sposta l’attenzione dal monitoraggio delle risposte fisiologiche (battito cardiaco accelerato, tremori, sudorazione etc.), la quale non farebbe altro che aumentare tali risposte, a un compito completamente diverso (compilare un diario), consentendo così alle risposte fisiologiche di normalizzarsi autonomamente.</em></div></li></ul><div><strong><em class="cf1"><br></em></strong></div><div><strong><span class="fs11lh1-5 cf2">Esprimere ed elaborare</span></strong><span class="fs11lh1-5 cf2">.</span><i><span class="cf1"> Quest’ultima categoria comprende tutte quelle tecniche che mirano ad esprimere e/o elaborare una particolare esperienza nei casi in cui il problema è mantenuto della ritenzione continua ed eccessiva di aspetti legati ad essa (ad esempio, sentimenti di rabbia o dolore inespressi). Le tecniche che seguono questa logica portano all’emergenza di vari sentimenti: l’intenzione del terapeuta non è di rendere il cliente più consapevole (logica del creare consapevolezza), né di “interpretare” qualcosa, ma piuttosto di aiutarlo ad affrontare e far elaborare quelle esperienze che danno vita a pensieri, azioni e sentimenti molto intensi. </span></i><em class="fs11lh1-5 cf1">Alcuni esempi di esprimere ed elaborare sono:</em></div><ul><li><div><em class="cf1">Le lettere di rabbia (Cagnoni &amp; Milanese, 2009), in cui alla persona con sfoghi incontrollabili viene chiesto di scrivere quotidianamente delle lettere indirizzate all’oggetto della sua rabbia, con il risultato di ridurre la stessa e i comportamenti impulsivi.</em></div></li><li><div><em class="cf1">Una tecnica simile è il romanzo criminale (Cagnoni &amp; Milanese, 2009) spesso utilizzato per il disturbo da stress post-traumatico, in cui viene chiesto al cliente di riscrivere la scena del trauma.</em></div></li><li><div><em class="cf1">Budman e Gurman (1988) suggeriscono il regrieving, ovvero «un ‘rivivere’ il lutto in modi fortemente emotivi, ad esempio scorrendo le fotografie del defunto, visitando luoghi significativi, come la tomba di un caro o il luogo di un trauma, o usare l’ipnosi per incoraggiare regressione temporale fino al momento del trauma o ancor prima di esso» (p. 88).</em></div></li></ul><div><span class="cf1"><br></span></div><div><span class="cf1">Per chi volesse comprare il libro, <a href="https://www.amazon.it/Conversazione-terapia-breve-Michael-Hoyt/dp/8892882554" target="_blank" class="imCssLink">qui il <strong>link ad Amazon</strong></a>. <a href="https://www.ilfogliopsichiatrico.it/2022/10/06/4408/" target="_blank" class="imCssLink">Qui</a> altro a tema “tecniche”.</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 15 Apr 2025 06:00:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Introduzione al concetto di neojacksonismo (in relazione al trauma)]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaele Avico]]></author>
			<category domain="https://popmed.info/blog/index.php?category=Psicoterapia"><![CDATA[Psicoterapia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000011"><div><span class="cf1">Diversi lavori hanno negli ultimi anni messo l’accento su una domanda: <em>perché non si parla di <b>Janet</b>, nella teoria sul trauma</em>? </span><em class="fs11lh1-5 cf1">Dove va collocato l'apporto di <b>Pierre Janet</b> nelle teorie che tentano di spiegare la genesi di un disturbo psichiatrico?</em></div> &nbsp;<div><span class="cf1"><br></span></div><div><span class="cf1">Sappiamo che la psicoanalisi freudiana -già dagli inizi- era un modello teorico che metteva l’idea del <strong>trauma al centro</strong>: le risposte delle pazienti isteriche del tempo, sarebbero state originate da fallimenti nel processo di rimozione che Freud aveva pensato come messo in atto <em><b>attivamente</b></em> dai pazienti. Il problema erano le <em>reminiscenze</em> degli eventi traumatici, che in seguito Freud aveva connesso ai temi della sessualità -intesa in senso ampio. </span><span class="fs11lh1-5 cf1">Come <a href="https://www.ilfogliopsichiatrico.it/2020/04/21/3535-4/" target="_blank" class="imCssLink">qui</a> avevamo già scritto, Janet aveva invece concettualizzato la nascita di un disturbo come un </span><strong class="fs11lh1-5 cf1">fallimento dei processi di sintesi</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> da parte delle funzioni mentali: a differenza di Freud, dunque, la risposta a un evento avrebbe indotto nella mente di un individuo uno </span><strong class="fs11lh1-5 cf1">sconvolgimento</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> che </span><strong class="fs11lh1-5 cf1">non sarebbe stato in grado di "sintetizzare"</strong><span class="fs11lh1-5 cf1">, di elaborare psicologicamente.</span></div> &nbsp;<div><u class="cf1"><br></u></div><div><span class="cf1">La differenza sostanziale che ha fatto ri-prendere in considerazione il lavoro di Janet, rivalutandolo al punto di farlo diventare il <strong>“padre” della moderna psicotraumatologia</strong>, era forse che tra i vari meccanismi in grado di corrompere il normale funzionamento della mente di un individuo, non ci fosse nulla di attivo o “intenzionale”; non c’era un voler rimuovere eventi “scabrosi” spingendoli in zone non accessibili alla coscienza (come nella rimozione freudiana): c’era invece una <strong>risposta</strong> “naturale” ad un evento in primo luogo ambientale successo all’<strong>esterno</strong> dell'individuo, oppure attivato dall’esterno e “ingigantito” internamente al punto da divenire dominante e traumatico in senso psicologico.</span></div> &nbsp;<div><span class="cf1"><br></span></div><div><span class="cf1">Negli ultimi anni il pensiero di Janet ha sempre più trovato diffusione, in ragione della sua affinità con un’idea di mente molto moderna, spinta da ricercatori del calibro di Damasio o <strong>Panksepp</strong>, e delle a sua compatibilità con teoria altrettanto moderne come la <strong>teoria dell’attaccamento</strong> di Bowlby. </span><span class="fs11lh1-5 cf1">Negli ultimi anni, la psicoanalisi si è aperta a influssi provenienti da altre discipline, maggiormente “neuro”: è da poco stato pubblicato un lavoro (che <a href="https://www.ilfogliopsichiatrico.it/2024/04/09/2346/" target="_blank" class="imCssLink">qui</a> abbiamo recensito) a proposito della </span><strong class="fs11lh1-5 cf1">memoria procedurale </strong><span class="fs11lh1-5 cf1">e degli</span><strong class="fs11lh1-5 cf1"> automatismi</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> da essa innescati all’interno della vita dell’individuo, un’idea di </span><strong class="fs11lh1-5 cf1">inconscio “non rimosso”</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> in grado di contenere in sé le memorie relazionali più antiche e più potenti nell'influenzare la vita dell'individuo nel suo svilupparsi. </span><span class="fs11lh1-5 cf1">Questo modo di pensare all’</span><strong class="fs11lh1-5 cf1">architettura della mente</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> rientra nella cornice di una visione” gerarchica" dell'organo mente-cervello, che viene da alcuni studiosi chiamata visione "</span><strong class="fs11lh1-5 cf1">neo-jacksoniana</strong><span class="fs11lh1-5 cf1">".</span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1"><br></span></div> &nbsp;<div><span class="cf1">Per tentare di spingere questa visione delle cose, l'<strong>AISTED</strong> ha da poco messo insieme un gruppo di lavoro a tema, <a href="https://www.aisted.it/psicopatologia" target="_blank" class="imCssLink">qui raggiungibile</a>.</span></div> &nbsp;<div><span class="cf1">Se chiediamo a <em><b>ChatGpt 4o</b></em> di fornire una descrizione breve del concetto di <em><b>neo-jacksonismo</b></em>, possiamo farci un’idea di come in questa prospettiva venga pensata la malattia mentale. Vediamo come ce la sintetizza l’AI:</span></div> &nbsp;<div><em class="cf1"><br></em></div><blockquote><div><em class="cf1">“La <b>concezione neo-jacksoniana del cervello</b> rappresenta un modello teorico che si ispira alle idee del neurologo britannico John Hughlings Jackson (1835–1911) e che è stato successivamente sviluppato da studiosi come <b>Henri Ey</b>. Questo approccio interpreta l'organizzazione e il funzionamento del sistema nervoso centrale in termini gerarchici ed evolutivi, enfatizzando la stratificazione delle funzioni neurologiche.</em></div><div><em><b class="cf1">Principi fondamentali della concezione neo-jacksoniana:</b></em></div><div><span class="cf1"><br></span></div><div><b><span class="fs11lh1-5 cf2">1. </span></b><em class="fs11lh1-5 cf1"><b>Organizzazione gerarchica:</b> Il cervello è strutturato in livelli funzionali sovrapposti, dove le aree più antiche e primitive governano funzioni basilari e istintive, mentre le aree più recenti e evolute controllano funzioni cognitive superiori e comportamenti complessi. Ad esempio, le strutture sottocorticali sono responsabili di risposte automatiche, mentre la neocorteccia gestisce processi cognitivi avanzati.</em></div><div><span class="fs11lh1-5"><b><span class="cf2">2.</span></b></span><span class="cf1"> </span><em class="cf1"><b>Evoluzione filogenetica:</b> Questa teoria suggerisce che, nel corso dell'evoluzione, nuove strutture cerebrali si siano aggiunte a quelle preesistenti senza sostituirle. Pertanto, le funzioni delle strutture più antiche sono integrate e modulate da quelle più recenti, creando un sistema complesso e interconnesso.</em></div><div><span class="fs11lh1-5"><b><span class="cf2">3.</span></b></span><span class="cf1"> </span><em class="cf1"><b>Integrazione e disintegrazione:</b> Secondo Jackson, le funzioni cerebrali superiori esercitano un controllo inibitorio su quelle inferiori. In caso di danno o compromissione delle strutture superiori, si verifica una "dissoluzione" delle funzioni, portando a una predominanza delle attività più primitive e automatiche. Questo concetto è stato applicato per comprendere fenomeni come le crisi epilettiche, dove la perdita di controllo corticale può causare manifestazioni motorie involontarie.</em></div><div><span class="fs11lh1-5"><b><span class="cf2">4.</span></b></span><span class="cf1"> </span><em class="cf1"><b>Modello evolutivo del cervello:</b> La concezione neo-jacksoniana è affine alla teoria del "cervello tripartito" proposta da Paul MacLean, che suddivide il cervello in tre componenti: il "cervello rettiliano" (complesso R), responsabile delle funzioni istintive; il sistema limbico, associato alle emozioni; e la neocorteccia, sede delle funzioni cognitive superiori.</em></div><div><em><b class="cf1"><br></b></em></div><div><em><b class="cf1">Implicazioni cliniche:</b></em></div><div><em class="cf1">Questa visione ha influenzato la comprensione di diverse condizioni neurologiche e psichiatriche. Ad esempio, nella schizofrenia, si osserva una "dissoluzione" delle funzioni cognitive superiori, con una conseguente emergenza di comportamenti più primitivi. Inoltre, ha fornito una base teorica per interpretare i disturbi dissociativi e le risposte al trauma, evidenziando come la compromissione delle funzioni integrative superiori possa portare a una frammentazione dell'esperienza cosciente. </em><em class="fs11lh1-5 cf1">In sintesi, la concezione neo-jacksoniana offre un quadro interpretativo che integra aspetti evolutivi, anatomici e funzionali del cervello, fornendo una chiave di lettura per comprendere sia il normale funzionamento neurologico sia le sue alterazioni patologiche.”</em></div></blockquote><div><span class="cf1"><br></span></div><div><span class="cf1"> Tendenzialmente ognuno di noi sperimenta quotidianamente il fenomeno per cui nella nostra mente si sviluppano pensieri in linea con una certa emozione sperimentata, come se il <strong>pensiero stesso fosse un sottoprodotto</strong> del funzionamento cerebrale nel suo complesso, un <strong>epifenomeno</strong> degli aspetti emotivi che -nell’ottica del cervello tripartito, appunto- vi soggiacciono. Tra il pensiero e l’emotività sembrerebbe prevalere, entro questa visione delle cose, l’<em>emotività</em> -e con essa le strutture <strong>più arcaiche</strong> della nostra mente. </span></div><div><span class="cf1"><br></span></div> &nbsp;<div><span class="cf1">Nei pazienti gravi, per esempio affetti da psicosi, esisterebbe in questa visione della psicopatologia un’<strong>alterazione delle funzioni di sintesi</strong> e una <em>sospensione/bypass</em> dei dispositivi psichici in grado di <em>tradurre/simbolizzare/cognitivizzare</em> contenuti emotivi maggiormente grezzi, il che genererebbe una regressione del pensiero del paziente a <strong>forme infantili</strong>, dominate dalla <em>condensazione</em> (per usare un concetto freudiano), dalla <em>confabulazione</em>, come succede nei bambini piccoli (che di fatto non hanno ancora sviluppato aree del cervello in grado di comunicare ed elaborare quei vissuti, così intensi); ma lo vediamo anche quando siamo in balia di emozioni troppo forti, come appunto dopo un evento traumatico: la nostra mente non è in grado “<em><a href="https://www.ilfogliopsichiatrico.it/2019/03/12/6398/" target="_blank" class="imCssLink">cognitivizzare</a></em>” i contenuti emotivi che la abitano, che si presentano alla coscienza come non elaborati, poco gestibili, invadendo lo schermo della coscienza in modo incontrollato e vivido: anche qui, nella prospettiva neo-jacksoniana, sarebbero le aree più profonde del cervello a essere coinvolte, e diventerebbe impossibile per l’individuo <strong>regolare</strong> uno stato di attivazione così potente, caratterizzato da risposte inevitabili in quanto pienamente animali, "istintuali" (pensiamo appunto al <a href="https://www.ilfogliopsichiatrico.it/2025/03/05/9332/" target="_blank" class="imCssLink">trauma</a>). </span><span class="fs11lh1-5 cf1">Se ci spingiamo in fondo a questa concezione del complesso cervello-mente, possiamo ipotizzare che l'intero sistema sia mosso da </span><strong class="fs11lh1-5 cf1">meccanismi giustificati</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> in senso evoluzionistico, e che le varie </span><strong class="fs11lh1-5 cf1">forme di psicopatologia</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> possano trovare una spiegazione plausibile se osservate da un punto di vista anche solamente evoluzionistico, come afferma Marco del Giudice <a href="https://www.youtube.com/watch?v=V0-YcD4P3Eg&t=15s" target="_blank" class="imCssLink">qui</a>, inserite in uno schema esplicativo di agile utilizzo (come appunto il modello neojacksoniano).</span></div> &nbsp;<div> &nbsp;</div><div><span class="cf1"><br></span></div><div><span class="cf1">Negli ultimi anni, grande promotore di questo modello di mente-cervello fu Giovanni Liotti e più recentemente <a href="https://scholar.google.it/citations?hl=it&user=O1Ayp6kAAAAJ&view_op=list_works&sortby=pubdate" target="_blank" class="imCssLink">Benedetto Farina</a>. Un autore da approfondire per chi vi si volesse addentrare è <strong>Russell Meares</strong>, per esempio con questo <strong><a href="https://psychiatryonline.org/doi/10.1176/ajp.156.12.1850" target="_blank" class="imCssLink">fondamentale articolo del 1999</a></strong>. Oppure, <a href="https://www.ilfogliopsichiatrico.it/2025/02/04/5256/" target="_blank" class="imCssLink">Henri Ey</a>.</span></div><div> &nbsp;</div></div>]]></description>
			<pubDate>Sat, 15 Mar 2025 07:00:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Intervista a Mangiasogni]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaele Avico]]></author>
			<category domain="https://popmed.info/blog/index.php?category=Interviste"><![CDATA[Interviste]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000010"><span class="cf1">Ciao Valerio, apprezziamo molto il tuo lavoro e vorremmo porti alcune domande per delineare meglio il tuo intento divulgativo e approfondire alcuni concetti che affronti. Partiamo:</span><div><br></div><div><b class="fs11lh1-5 cf2">Per cominciare, potresti presentarti e raccontarci di cosa ti sei occupato negli ultimi anni?</b></div><div><b class="fs11lh1-5 cf2"><br></b></div><blockquote><div><span class="fs11lh1-5 cf1"><i>Certo. Mi chiamo Valerio, e sono nato nel 1993 a Portogruaro, in provincia diVenezia. Dopo tanti anni tra band giovanili e politica locale, a gennaio 2019 ho deciso di aprire la pagina Instagram Mangiasogni, che nel frattempo è diventata il luogo dove condivido storie illustrate su tanti temi che mi appassionano, alcune di taglio più intimo e introspettivo, altre più di critica sociale e politica.</i></span></div></blockquote><div><br></div><div><span class="fs11lh1-5"><b><span class="cf2">Seguiamo il tuo lavoro da tempo e notiamo come spesso racconti il passaggio all’età adulta e l’abbrutimento imposto dal tardo capitalismo. Cosa ti ha spinto a esplorare sempre più a fondo queste tematiche?</span></b></span></div><div><span class="cf3"><br></span></div><blockquote><div><span class="fs11lh1-5 cf1"><i>Direi che è stata un’evoluzione spontanea. Quando ho iniziato, nel 2019, ero un neolaureato 25enne che aveva appena trovato il lavoro “da adulti”, e volevo raccontare quello: il passaggio da una certa spensieratezza adolescenziale all’età adulta, con tutto ciò che ne deriva in termini di nuove responsabilità, solitudine, compressione del tempo libero. Poi, disegnando e scrivendo sempre di più, e ricevendo feedback dalle persone che iniziavano a seguirmi, ho iniziato a chiedermi come mai così tanti miei coetanei avvertissero la stessa sensazione di smarrimento. E così ho provato ad ampliare lo sguardo, non più solo alle emozioni che ciascuno prova in determinati momenti della storia o della propria vita, ma alle cause sistemiche alla radice di questa situazione.</i></span></div></blockquote><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf2"><b>Abbiamo recensito <a href="https://www.ilfogliopsichiatrico.it/2023/08/08/4683/" target="_blank" class="imCssLink">qui</a> il tuo libro: ci racconti come è nato e qual è stato l’intento che ti ha spinto a scriverlo?</b></span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf3"><br></span></div><blockquote><div><span class="fs11lh1-5 cf1"><i>Il libro nasce da un desiderio sempre più forte di poter raccontare storie e mandare messaggi in modo diverso dall’iper-velocità e superficialità tipica dei social media. Oggi questo è un tema sempre più caldo, ma a me tormenta già da molto: le storie che condivido sui social sono spesso lunghe, complesse, fin troppo ricche di testo, e hanno sempre tradito una mia insofferenza a quel modo di raccontare, acuita poi dallo spostamento verso la dimensione del reel o short-form content. E così è nato “Niente come prima”, la storia di Edoardo e Rebecca: un romanzo per dire cose che avrei potuto dire in un saggio o un libro non-fiction, ma che volevo vivessero attraverso le vite e i dialoghi di due 25enni di oggi, non diversi da noi, dal nostro vicino, dal collega di lavoro, dal figlio o la figlia.</i></span></div></blockquote><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><span class="cf2"><b class="fs11lh1-5">Negli ultimi tempi abbiamo percepito un tono sempre più critico nei confronti della content economy e del tuo rapporto con l’algoritmo di Instagram, insomma, delle dinamiche che regolano il lavoro dei creator. Ci racconti la tua esperienza?</b></span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf3"><br></span></div><blockquote><div><span class="fs11lh1-5 cf1"><i>Inizierei dicendo che il mio rapporto con l’algoritmo è sempre stato conflittuale. Ho avuto delle belle soddisfazioni, è vero, ma per i temi che ho sempre trattato, e il modo con cui lo faccio, sono stato spesso penalizzato con shadowban e ripercussioni simili. Diciamo che mi è sempre stato chiaro che la pagina di Mangiasogni non è veramente mia, ma è uno spazio gentilmente concessomi da altri, che hanno un potere assoluto di vita e di morte. Questo è stato ancora più evidente quando dall’alto è stato imposto lo spostamento verso i video. Il modello è chiaramente quello della Burnout Economy, dove i creator devono postare tantissimo, sempre, sempre meglio, inseguendo ogni trend, per non finire nel dimenticatoio. Per questo ho iniziato a sentire l’esigenza di spazi che fossero più miei, come i libri, il sito, la newsletter, gli eventi nel mondo reale.</i></span></div></blockquote><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><b class="fs11lh1-5 cf2">Hai parlato recentemente di un progressivo allontanamento dal mondo delle piattaforme. Cosa intendi esattamente e cosa ti ha portato a sviluppare questa posizione sempre più polemica nel tuo lavoro divulgativo?</b></div><div><span class="fs11lh1-5 cf3"><br></span></div><blockquote><div><span class="fs11lh1-5"><i><span class="cf1">Il tema mi ha appassionato sempre di più man mano che mi addentravo nelle contraddizioni dell’economia dell’attenzione. Come utente ho iniziato a soffrire il modo in cui spendevo il mio tempo, perso tra contenuti senz’anima e spesso privi di ogni valore, e questo ha imposto delle riflessioni anche sulla mia attività da Creator. L’economia dei social media vive dell’attività dei Creator, che con il loro lavoro sperano di avere bei numeri, collaborazioni, inviti a podcast… se loro non creassero non ci sarebbe nulla da vedere, e i proprietari delle piattaforme dovrebbero inventarsi altro per catturare il nostro tempo. Una cosa che secondo me hanno già visto anche loro: Connor Hayes di Meta ha annunciato che un obiettivo chiave della sua azienda sarà introdurre utenti e Creator che in realtà saranno bot AI. Probabilmente così riusciranno a prevenire possibili fughe dei Creator. Per tutti questi motivi, che secondo me vengono ancora prima delle collocazioni politiche dei vertici aziendali dopo le varie elezioni, penso sia sempre più necessario ricominciare a immaginare internet oltre e dopo le piattaforme. Parliamo di una delle infrastrutture più importanti della storia umana, ed è un peccato lasciarla nelle mani di pochissime, potentissime, miliardarissime mani. Questo passaggio però richiede uno sforzo congiunto di Creator e utenti: i Creator devono avere il coraggio di vedere un mondo oltre, gli utenti devono avere la forza di uscire da una fruizione di contenuti gratuita, iper-accessibile, frenetica e “brainrottante”</span></i></span></div></blockquote><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5"><b><span class="cf2">Restando in tema di piattaforme e Internet, oggi assistiamo a una polarizzazione estrema: da un lato gli apocalittici, dall’altro gli entusiasti. Tu dove ti collochi? E quale ruolo credi abbia l’infrastruttura mediatica in cui siamo immersi nel determinare lo stato mentale e il benessere psicologico degli individui? Alcuni sostengono che lo strumento sia neutrale e che tutto dipenda dall’uso che ne fa il singolo. Sei d’accordo?</span></b></span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf3"><br></span></div><blockquote><div><span class="cf1"><i class="fs11lh1-5">Tra quei due estremi, direi gli apocalittici! La trasformazione a cui stiamo assistendo non va assolutamente sottovalutata. Le nostre vite ormai sono diventate ibride, con la componente online che ha avuto un ruolo sempre più importante fino a quasi diventare centrale. Internet è così ben inserito nelle nostre vite che ci accorgiamo della sua esistenza solo quando manca, per qualche motivo. Non possiamo non prenderci cura di questo aspetto e di tutto ciò che vi ruota attorno. Lo ripeto perché è importante: ad oggi internet è centralizzato, a scopo di lucro, nelle mani di pochissimi, che in questo momento storico hanno anche tutti la stessa collocazione politica. Quindi no, non sono d’accordo sul fatto che lo strumento sia neutrale. Lo strumento è nelle salde mani di corporation a scopo di lucro, che fanno dell’estrazione di tempo, attenzione e dati personali il loro core business, che premiano i creator in base a quanto riescono a tenere le persone incollate sullo schermo, spesso usando indignazione, rabbia e polarizzazione come esche per portarci e tenerci sugli schermi. Non c’è niente di neutrale in tutto questo, e per quanto sicuramente l’utente possa responsabilizzarsi verso condotte più virtuose e consapevoli, di certo le piattaforme social non sono esenti da responsabilità.</i></span></div></blockquote><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><b class="fs11lh1-5 cf2">Ci racconti come ti prendi cura della tua salute mentale?</b></div><div><span class="fs11lh1-5 cf3"><br></span></div><blockquote><div><span class="fs11lh1-5 cf1"><i>Innanzitutto, compatibilmente con i ritmi del lavoro e della vita, provo ad avere attenzione per le mie energie e il mio tempo, coltivando gli affetti e provando a non sovraccaricarmi troppo - non ci riesco spesso, anzi. In questo, anche il rapporto con i device fa la sua parte: ho già eliminato le serie TV e il binge watching dalla mia vita, e spero di avere presto un rapporto migliore con lo smartphone, magari per passare più tempo all’aperto. Su questo sto sperimentando sempre più spesso l’utilizzo di un cosiddetto dumb phone, ovvero un vecchio Nokia del 2008 di mio fratello, o lo sviluppo di un PC che possa solo accendersi e scrivere, sostanzialmente una macchina da scrivere digitale e portatile. Poi ovviamente ho seguito un percorso di terapia, un’esperienza che consiglio a chiunque ne abbia la possibilità, e che spero possa essere prestissimo per tutte le tasche.</i></span></div></blockquote><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><b class="fs11lh1-5 cf2">Per concludere, ci suggeriresti alcuni spunti di riflessione? Libri, film o qualsiasi altra cosa che pensi possa arricchire chi ci segue.</b></div><div><span class="fs11lh1-5 cf3"><br></span></div><blockquote><div><span class="fs11lh1-5 cf1"><i>Sicuramente consiglierei “Scansatevi dalla luce”, di James Williams, che fornisce un’interessante panoramica sull’economia dell’attenzione. Sempre come libro c’è “Riavviare il sistema” di Valerio Bassan, bella riflessione sulla storia di internet e la sua trasformazione nel tempo, con l’avvento delle piattaforme - non solo social, ma anche streaming, delivery ecc… in generale poi anche YouTube ha valide risorse sul punto, magari anche sul concetto di enshittification, legato proprio all’evoluzione delle piattaforme una volta che queste hanno preso pieno controllo di internet.</i></span></div></blockquote><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf2"><b>Grazie mille! </b></span><span class="fs11lh1-5 cf1"><i>Grazie a voi!</i></span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sat, 15 Feb 2025 07:00:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Lavorare con le fotografie in psicoterapia]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaele Avico]]></author>
			<category domain="https://popmed.info/blog/index.php?category=Psicoterapia"><![CDATA[Psicoterapia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000000F"><blockquote></blockquote><strong class="fs11lh1-5"><span class="cf1">Judy Weiser e il lavoro con il lutto in psicoterapia</span></strong><br><blockquote></blockquote><span class="fs11lh1-5 cf2">La </span><strong class="fs11lh1-5 cf2">psicoterapia online</strong><span class="fs11lh1-5 cf2"> negli ultimi due anni ha trovato un boom mai visto prima; nell’aprile del 2020, il centro medico Santagostino di Milano arrivava a erogare quasi </span><span class="fs11lh1-5 cf2"><a href="https://psiche.santagostino.it/psicologia-digitale-santagostino-ecdp/" target="_blank" class="imCssLink">18000 colloqui di psicoterapia mensili</a></span><span class="fs11lh1-5 cf2">, numero oggi presumibilmente aumentato, se non raddoppiato. </span><span class="fs11lh1-5 cf2">Lavorare online presenta punti di differenza dal Setting tradizionale, con aspetti per certi versi “implementati” rispetto al normale “ambiente” di lavoro: </span><span class="fs11lh1-5 cf2">ne abbiamo scritto diffusamente <a href="https://www.ilfogliopsichiatrico.it/2022/01/10/3451/" target="_blank" class="imCssLink">qui</a></span><span class="fs11lh1-5 cf2">. </span><span class="fs11lh1-5 cf2">Uno degli strumenti che lo psicoterapeuta può adottare nel lavorare online, è il </span><strong class="fs11lh1-5 cf2">lavoro tramite fotografie</strong><span class="fs11lh1-5 cf2">. </span><span class="fs11lh1-5 cf2">In questo articolo cercheremo di raccogliere alcuni spunti che possano aiutarci a capire in che modo e perché adottare questo strumento terapeutico con pazienti online (ma non solo). </span><span class="fs11lh1-5 cf2">Come primo punto da notare, occorre distinguere tra <strong>fotografia terapeutica</strong> e <strong>fototerapia. </strong></span><span class="fs11lh1-5 cf2">Nel caso della</span><span class="fs11lh1-5 cf2"> </span><strong class="fs11lh1-5"><span class="cf1">fotografia terapeutica</span></strong><span class="fs11lh1-5 cf2"> </span><span class="fs11lh1-5 cf2">parliamo di uno strumento di espressione di un individuo che desideri usare la fotografia come “strumento” di espressione di sé, e usi le sue stesse fotografie come modo per comprendere meglio aspetti della propria personalità.</span><span class="fs11lh1-5 cf2"> </span><span class="fs11lh1-5 cf2"><a href="http://www.psychiatryonline.it/node/5980" target="_blank" class="imCssLink">Qui</a> un esempio</span><span class="fs11lh1-5 cf2">. La fotografia terapeutica pone interrogativi su due piani:</span><span class="fs11lh1-5 cf2"> </span><strong class="fs11lh1-5 cf2">come</strong><span class="fs11lh1-5 cf2"> </span><span class="fs11lh1-5 cf2">la persona usa la macchina fotografica, e</span><span class="fs11lh1-5 cf2"> </span><strong class="fs11lh1-5 cf2">cosa</strong><span class="fs11lh1-5 cf2"> </span><span class="fs11lh1-5 cf2">fotografa. Lo</span><span class="fs11lh1-5 cf2"> </span><strong class="fs11lh1-5 cf2">stile di fotografia</strong><span class="fs11lh1-5 cf2">, così come il contenuto della foto in sé, può portare alla luce parti del mondo interno dell’individuo non necessariamente simbolizzabili solamente attraverso la parola.</span><span class="fs11lh1-5 cf2"> </span><strong class="fs11lh1-5 cf2">L’arte,</strong><span class="fs11lh1-5 cf2"> </span><span class="fs11lh1-5 cf2">per dirla attraverso il lavoro di Massimo Recalcati,</span><span class="fs11lh1-5 cf2"> </span><strong class="fs11lh1-5 cf2"><a href="https://www.ilfogliopsichiatrico.it/2021/01/02/9197/" target="_blank" class="imCssLink">lavora con i “resti”</a></strong><span class="fs11lh1-5 cf2">, quella parte cioè dell’esperienza dell’individuo non simbolizzabile per via verbale. In questo senso, possiamo interpretare l’atto artistico creativo, come appunto quello della fotografia, come un puro “esprimersi” della parte più nascosta della personalità di un individuo, che la parola non riuscirebbe a rappresentare/simbolizzare in modo efficace. </span><span class="fs11lh1-5 cf2">La</span><span class="fs11lh1-5 cf2"> </span><strong class="fs11lh1-5"><span class="cf1">fototerapia</span></strong><strong class="fs11lh1-5 cf2">,</strong><span class="fs11lh1-5 cf2"> </span><span class="fs11lh1-5 cf2">invece, è uno</span><span class="fs11lh1-5 cf2"> </span><strong class="fs11lh1-5 cf2">strumento da integrare al lavoro di psicoterapia solamente verbale</strong><span class="fs11lh1-5 cf2">. In questo caso, le fotografie vengono usate come spunto per riflettere su aspetti lasciati “fuori” dal normale lavoro di psicoterapia.</span><br><blockquote></blockquote><span class="fs11lh1-5 cf2"><br></span><blockquote></blockquote><span class="fs11lh1-5 cf2">Qui di seguito prenderemo alcuni spunti trovati in rete a proposito della fototerapia, basandoci sul lavoro di <strong>Judy Weiser</strong>, la personalità più conosciuta al mondo in questo ambito. </span><span class="fs11lh1-5 cf2">Judy Weiser lavora da moltissimi anni con le fotografie (</span><span class="fs11lh1-5 cf2">il <a href="https://www.academia.edu/3173919/PhotoTherapy_Photography_as_a_Verb" target="_blank" class="imCssLink">primo lavoro</a> a sua firma risale al 1975</span><span class="fs11lh1-5 cf2">) , e ha creato un centro di ricerca/sperimentazione sull’uso delle fotografie in ambito clinico, raggiungibile <a href="https://phototherapy-centre.com/" target="_blank" class="imCssLink">qui</a></span><span class="fs11lh1-5 cf2">. </span><span class="fs11lh1-5 cf2">Vediamo alcuni aspetti su come le </span><strong class="fs11lh1-5 cf2">fotografie</strong><span class="fs11lh1-5 cf2"> possano essere </span><strong class="fs11lh1-5 cf2">integrate al lavoro di psicoterapia</strong><span class="fs11lh1-5 cf2">: 1) </span><span class="fs11lh1-5 cf2">come primo punto, nel sito di Judy Weiser leggiamo come le due modalità di lavoro (fotografia terapeutica e fototerapia) possano essere usate anche insieme, una in modo complementare all’altra; il lavoro di fototerapia fatto in seduta, per esempio, potrebbe spingere un individuo a effettuare in autonomia degli scatti fotografici per esprimere parti di sé o rappresentazioni relative alla propria storia, anche al di fuori del contesto della psicoterapia; 2) </span><span class="fs11lh1-5 cf2">il sito contiene</span><span class="fs11lh1-5 cf2"> </span><span class="fs11lh1-5 cf2"><a href="https://phototherapy-centre.com/who-is-doing-what-where/#Therapeutic-Photography" target="_blank" class="imCssLink">numerosi riferimenti</a></span><span class="fs11lh1-5 cf2"> </span><span class="fs11lh1-5 cf2">a persone che, nel mondo, lavorano con la fototerapia e con la fotografia terapeutica; scopriamo una moltitudine di fotografi o psicologi impegnati su molteplici ambiti della clinica, dal</span><span class="fs11lh1-5 cf2"> </span><span class="fs11lh1-5 cf2"><a href="https://www.youtube.com/watch?v=vIv42BGPVd4&ab_channel=drmikesimmons" target="_blank" class="imCssLink">lutto</a></span><span class="fs11lh1-5 cf2">, ai DCA, alle malattie gravi; 3) </span><span class="fs11lh1-5 cf2">la fototerapia è da considerarsi una variante dell’arte-terapia,</span><span class="fs11lh1-5 cf2"> </span><span class="fs11lh1-5 cf2">come <a href="https://phototherapy-centre.com/wp-content/uploads/2014/11/phototherapy_compared_with_art_therapy.pdf" target="_blank" class="imCssLink">qui</a> argomentato</span><span class="fs11lh1-5 cf2">, con alcuni vantaggi peculiari, per esempio il mantenimento di una certa “oggettività” nell’uso di fotografie (per esempio anche relativamente all’immagine di sè in foto), cosa che nella “semplice” arteterapia non sarebbe possibile (essendo totalmente soggettiva, direttamente in contatto con la parte più creativa e pre-cognitiva, non verbale di sè); in entrambi i casi si tratta di pescare nella</span><span class="fs11lh1-5 cf2"> </span><strong class="fs11lh1-5 cf2">realtà metaforica</strong><span class="fs11lh1-5 cf2">, ricca di immagini del</span><span class="fs11lh1-5 cf2"> </span><strong class="fs11lh1-5 cf2">mondo interno non mediato dalla parola</strong><span class="fs11lh1-5 cf2">. La fototerapia, inoltre, non richiede nessuna particolare preparazione iniziale, cosa che invece accade nell’ambito generale dell’arteterapia; 4) </span><span class="fs11lh1-5 cf2">come osservato dalla stessa Weiser nel sito, lavorare con le foto significa tracciare una</span><span class="fs11lh1-5 cf2"> </span><strong class="fs11lh1-5 cf2">linea immaginaria a collegare i diversi momenti vissuti dalla persona</strong><span class="fs11lh1-5 cf2">, ritratti dalle fotografie; allo stesso modo, è possibile che le fotografie parlino anche degli “scopi” dell’individuo, delle sue</span><span class="fs11lh1-5 cf2"> </span><strong class="fs11lh1-5 cf2">“traiettorie” di vita</strong><span class="fs11lh1-5 cf2">; <a href="https://phototherapy-centre.com/italian/" target="_blank" class="imCssLink">nell’introduzione al suo sito</a></span><span class="fs11lh1-5 cf2">, la Weiser osserva come ciò che un soggetto trae da una fotografia, è in realtà soggettivo, “estremamente”</span><span class="fs11lh1-5 cf2"> </span><strong class="fs11lh1-5 cf2">proiettivo;</strong><span class="fs11lh1-5 cf2"> </span><span class="fs11lh1-5 cf2">è come se, in un certo senso, la fotografia si ponesse come uno stimolo ambiguo e ricco, da cui l’individuo trarrà considerazioni sue personali, in grado di raccontarci qualcosa a proposito del suo mondo interno, in modo estremamente personale e intimo. Nei suoi workshop, Judy Weiser usa un set di fotografie molto vecchio, in bianco e nero, tra le quali chiede ai partecipanti di</span><span class="fs11lh1-5 cf2"> </span><strong class="fs11lh1-5 cf2">isolare</strong><span class="fs11lh1-5 cf2"> </span><span class="fs11lh1-5 cf2">una o più fotografie per lui/lei rappresentativa: passa poi all’”</span><strong class="fs11lh1-5 cf2">analisi della scelta</strong><span class="fs11lh1-5 cf2">”, per capire insomma per quale motivo e su cosa sia stata basata la scelta stessa, nell’idea appunto che sia un’azione totalmente proiettiva, basata su “eventi interni” (</span><span class="fs11lh1-5 cf2">si veda <a href="https://www.fotocultura.eu/blogw/2015/05/29/lesuberanza-dellombra-un-libro-tra-psicoanalisi-e-fotografia/" target="_blank" class="imCssLink">qui</a> per approfondire</span><span class="fs11lh1-5 cf2">); 5) </span><span class="fs11lh1-5 cf2">altro elemento importante da cogliere nel sito, la questione</span><span class="fs11lh1-5 cf2"> </span><strong class="fs11lh1-5 cf2">dell’autoscatto,</strong><span class="fs11lh1-5 cf2"> </span><span class="fs11lh1-5 cf2">da intendere come “evento” in grado di raccontarci a riguardo dell’</span><strong class="fs11lh1-5 cf2">auto-rappresentazione del soggetto</strong><span class="fs11lh1-5 cf2"> </span><span class="fs11lh1-5 cf2">che lo esegue.</span><br><blockquote></blockquote><span class="fs11lh1-5 cf2"><br></span><blockquote></blockquote><span class="fs11lh1-5 cf2">Immergendoci nei riferimenti del sito di Judy Weiser, e effettuando ricerche su google, troviamo un </span><strong class="fs11lh1-5 cf2">articolo di Dario Castellaneta</strong><span class="fs11lh1-5 cf2"> (</span><span class="fs11lh1-5"><a href="https://sites.units.it/eserfilo/art409/castellaneta409.pdf" target="_blank" class="imCssLink">qui</a></span><span class="fs11lh1-5 cf2"> scaricabile per intero) che sintetizza in modo efficace le modalità con cui in psicoterapia si possa lavorare con le fotografie, in particolare categorizzando </span><strong class="fs11lh1-5 cf2">5 tipologie di fotografia</strong><span class="fs11lh1-5 cf2"> da usare in terapia. Leggiamo dall’articolo di Castellaneta:</span><br><blockquote></blockquote><span class="fs11lh1-5 cf2"><br></span><blockquote></blockquote><b class="fs14lh1-5"><span class="cf1">1</span></b><br><span class="fs11lh1-5 cf2">Le immagini adoperate dalla tecnica di fototerapia sono di cinque tipi diversi, così come li ha definiti Weiser. Per prima cosa al cliente viene chiesto di mostrare le foto che fanno parte di una sua selezione personale. Quasi tutti custodiscono album di famiglia o piccole raccolte di immagini fotografiche, dalle foto di classe ai ricordi di viaggio ecc. Questo</span><span class="fs11lh1-5 cf2"> </span><strong class="fs11lh1-5 cf2">primo gruppo di fotografie</strong><span class="fs11lh1-5 cf2"> </span><span class="fs11lh1-5 cf2">funziona come un rapido innesco del processo di rievocazione. Davanti a queste immagini ci viene chiesto normalmente di descriverne l’occasione, di ricordare gli eventi che le hanno accompagnate, di esprimere giudizi sulle persone e le cose rappresentate, stimolando l’apertura di un racconto autobiografico a cui ci si lascia andare con facilità. Mostrare le proprie foto di famiglia può servire alla ridefinizione della propria identità, permettendo di includere interpretazioni che vadano al di là della posa e della facciata. Spesso infatti le foto di famiglia sono costruite secondo criteri che esprimono spazialmente le relazioni sociali e di potere interne alla struttura della parentela: la coppia dei genitori e i membri più anziani in centro con ai lati i figli maggiori e in basso quelli più piccoli, collocate più in disparte, o distanti sullo sfondo, le persone che non fanno parte della famiglia biologica. Questa attività di descrivere le proprie foto è anche un gioco abbastanza comune nella vita quotidiana, dove tuttavia si addice più felicemente a chi ha intenzione di trasmettere un particolare messaggio, di tipo storico generazionale, oppure di costume e di appartenenza sociale. Pure, una tale attività presuppone negli altri una notevole capacità di ascolto il più delle volte simulata. Quello dell’album di famiglia è a tutti gli effetti un gioco linguistico che funziona bene entro limiti precisi, e cioè che i partecipanti siano effettivamente imparentati. La richiesta di giocare questo gioco di fronte all’analista farà emergere parole e atmosfere diverse.</span><blockquote></blockquote><span class="fs11lh1-5 cf2"><br></span><blockquote></blockquote><b class="fs14lh1-5 cf1">2</b><br><span class="fs11lh1-5 cf2">Un</span><span class="fs11lh1-5 cf2"> </span><strong class="fs11lh1-5 cf2">secondo gruppo di foto</strong><span class="fs11lh1-5 cf2"> </span><span class="fs11lh1-5 cf2">che vanno selezionate sono quelle scattate di propria mano. Queste serviranno a sollecitare interrogativi in direzione introspettiva e potranno chiarire i motivi inconsci che hanno portato a scattare una foto in quel particolare istante, o far luce sull’esigenza inconscia soddisfatta da una certa inquadratura. Il semplice fatto di avere avuto con sé la macchina fotografica quel giorno e non un altro, il semplice gesto di portare l’obiettivo agli occhi, sono già di per sé elementi significativi. In questo tipo di foto il coinvolgimento emotivo può essere più o meno alto e variamente ricco di contenuti simbolici che sarà compito dell’analista portare in superficie. A questo livello comincia a divenire importante l’interpretazione di istanze di censura e di controllo, che però si rivelano cruciali in un terzo tipo di scatti: quelli che ritraggono la persona del cliente.</span><blockquote></blockquote><span class="fs11lh1-5 cf2"><br></span><blockquote></blockquote><b class="fs14lh1-5 cf1">3</b><br><span class="fs11lh1-5 cf2">Questo</span><span class="fs11lh1-5 cf2"> </span><strong class="fs11lh1-5 cf2">terzo gruppo</strong><span class="fs11lh1-5 cf2"> </span><span class="fs11lh1-5 cf2">includerà autoscatti, fotoritratti e fototessere, in cui il volto è in primo piano e l’atteggiamento di chi è in posa comunica il sentimento destato davanti all’obiettivo. Roland Barthes ha così descritto nel suo libro</span><span class="fs11lh1-5 cf2"> </span><em class="fs11lh1-5 cf2">La </em><span class="fs11lh1-5 cf2">c</span><em class="fs11lh1-5 cf2">amera chiara </em><span class="fs11lh1-5 cf2">quel senso di ansia e di timore che lo coglie allorché</span><span class="fs11lh1-5 cf2"> </span><em class="fs11lh1-5 cf2">subisce </em><span class="fs11lh1-5 cf2">una fotografia: «in quel momento io vivo una micro-esperienza della morte».5 Dall’osservazione di foto in cui il soggetto è ripreso a sua insaputa emergono i tratti di sé più nascosti, espressioni e gesti che, non essendo controllati al momento dello scatto, offrono indizi e appigli per l’interpretazione. Il fatto che questi ritratti accidentali siano piuttosto rari aggiunge un carattere di sorpresa e di fascinazione verso la propria immagine. In essi non si manifesta quella resistenza narcisistica implicata dal</span><span class="fs11lh1-5 cf2"> </span><em class="fs11lh1-5 cf2">primo piano</em><span class="fs11lh1-5 cf2">. È noto che quando un fotografo va in cerca di un’espressione il più possibile naturale sul viso dei suoi modelli, spesso lo fa scaricando numerosi rullini. Questo senz’altro aumenta la possibilità di buona riuscita, perché quando il soggetto si abitua alla macchina fin quasi a dimenticarsene allora le sue difese cadono. In questi casi la naturalezza è un effetto ottenuto a prezzo di artifici messi in atto dal fotografo: se riesce a distrarre i suoi modelli, a farli pensare ad altro, a metterli a proprio agio, è anche in grado di dirigerli come farebbe un regista con i propri attori.</span><blockquote></blockquote><span class="fs11lh1-5 cf2"><br></span><blockquote></blockquote><b class="fs14lh1-5 cf1">4</b><br><span class="fs11lh1-5 cf2">Un</span><span class="fs11lh1-5 cf2"> </span><strong class="fs11lh1-5 cf2">quarto genere di fotografie</strong><span class="fs11lh1-5 cf2"> </span><span class="fs11lh1-5 cf2">utilizzato durante le sedute analitiche è costituito da foto scattate su indicazione del terapista. Si tratta di foto il cui tema può venir imposto oppure concordato, ma sempre scelto all’interno di un ventaglio offerto dall’analista. Le fotografie fatte seguendo questo ordine avranno valore di prove, l’analista ne ricaverà elementi di discussione mettendo in rilievo figure ricorrenti, suggerendo motivi e esplicitando altre eventuali linee di indagine, più difficilmente percorribili attraverso la sola verbalizzazione. La foto supera facilmente le difese di un soggetto che rifiuta il dialogo, permettendo al terapista di rivolgere domande intorno alle foto scattate dal paziente evitando di farlo sentire sotto esame. In questi casi ciò che più conta è l’aderenza a un tema predefinito, e non tanto la padronanza di una tecnica. Prioritario è l’interessamento verso un particolare problema, la focalizzazione dell’attenzione verso un aspetto del mondo e la possibilità di esprimersi attraverso un canale che non richiede più di tanto impegno o manualità. Questo rapporto di committenza tra l’analista e il suo cliente comprende l’uso attivo della fotografia, trasforma lo spettatore in autore, e spesso si conclude con il lavoro in camera oscura e con l’esposizione delle foto al pubblico – cosa che in qualche caso può risultare un avviamento alla fotografia professionale. Va anche detto che la fototerapia incoraggiando un uso artistico della macchina fotografica, mentre ottiene una preziosa testimonianza sulla personalità dell’autore, d’altra parte stuzzica la sua vanità e ne aumenta l’autostima.</span><blockquote></blockquote><span class="fs11lh1-5 cf2"><br></span><blockquote></blockquote><b class="fs14lh1-5 cf1">5</b><br><span class="fs11lh1-5 cf2">La</span><span class="fs11lh1-5 cf2"> </span><strong class="fs11lh1-5 cf2">quinta e ultima tecnica di fototerapia</strong><span class="fs11lh1-5 cf2"> </span><span class="fs11lh1-5 cf2">si basa sulle foto facenti parte di una collezione ad hoc. Questo lavoro è supportato dalla convinzione comportamentista nell’impossibilità di un accesso ai fatti psichici se non tramite un’interfaccia. L’uso delle immagini fotografiche come test proiettivo presuppone l’esistenza di una sorta di codice e di un sistema di corrispondenze tra le immagini e il loro significato. Le fotografie sono qui usate per formare le lettere di un alfabeto aperto, in cui le immagini si scartano via via fin che si trova quella giusta, come in una selezione naturale dei simboli. La volontà di formalizzare un insieme di segni trova nella fotografia un nuovo terreno, e rappresenta una sfida alle possibilità comunicative dell’uomo oltre il linguaggio. <br></span><span class="fs11lh1-5 cf2"><br></span><blockquote></blockquote><span class="fs11lh1-5 cf2">Un aspetto peculiare del lavoro con le foto, riguarda il <strong>lavoro con il lutto</strong>. </span><span class="fs11lh1-5 cf2">Il “lavoro del lutto” contempla un lavoro di disinvestimento libidico progressivo, che il soggetto esegue su “oggetti di memoria” relativi a persone decedute/che ha perso. Nel suo celebre “</span><em class="fs11lh1-5 cf2">Lutto e melanconia</em><span class="fs11lh1-5 cf2">“, Freud spiega come per compiere il </span><strong class="fs11lh1-5 cf2">lavoro del lutto</strong><span class="fs11lh1-5 cf2"> debba essere effettuato uno spostamento di investimento libidico su un altro oggetto che non sia l’oggetto perso. Una sorta di </span><strong class="fs11lh1-5 cf2">ricollocazione libidica</strong><span class="fs11lh1-5 cf2">. Strutturalmente, tuttavia, l’uomo pare essere portato a mantenere per più tempo possibile l’adesione libidica verso l’oggetto (“</span><em class="fs11lh1-5 cf2">gli uomini non abbandonano volentieri una posizione libidica</em><span class="fs11lh1-5 cf2">”), e quindi il lavoro del lutto prende tempo e richiede dei passaggi (per esempio, Freud sottolinea, il sovra-investimento di tutti i ricordi e le aspettative connesse all’oggetto perduto, che devono essere uno per uno abbandonati). Solo allora, Freud scrive, “</span><em class="fs11lh1-5 cf2">l’Io ridiventa in effetti libero e disinibito</em><span class="fs11lh1-5 cf2">”. </span><span class="fs11lh1-5 cf2">Ne abbiamo scritto <a href="https://www.ilfogliopsichiatrico.it/2018/03/09/0036/" target="_blank" class="imCssLink">qui</a></span><span class="fs11lh1-5 cf2">. La fotografia di una persona che ci ha lasciati, in questo senso, diviene essa stessa uno strumento con cui possa essere promossa una </span><strong class="fs11lh1-5 cf2">“riattivazione“</strong><span class="fs11lh1-5 cf2"> del lavoro del lutto quando questo sia bloccato o complicato. I piani su cui può essere attivato un lavoro di elaborazione di questo tipo, sono 3: il </span><strong class="fs11lh1-5 cf2">contenuto</strong><span class="fs11lh1-5 cf2"> della fotografia e gli individui in essa raffigurati quando presenti, la </span><strong class="fs11lh1-5 cf2">fotografia come oggetto in sè</strong><span class="fs11lh1-5 cf2">, il </span><strong class="fs11lh1-5 cf2">paziente in rapporto alla fotografia stessa</strong><span class="fs11lh1-5 cf2">. </span><span class="fs11lh1-5 cf2">Le domande da usare in psicoterapia, potrebbero essere, per esempio:</span><br><blockquote><span class="fs11lh1-5 cf2"><br></span><br></blockquote><span class="fs11lh1-5 cf2">- Lui/Lei: osserviamo la foto e descriviamola in modo generico. In che occasione e da chi è stata scattata? Osserviamo la posa assunta dai partecipanti della foto: cosa ci racconta?, perché le persone hanno assunto quella posizione tra di loro? Cosa ci racconta, della persona, la fotografia? Quale parte della personalità della persona esprime? Cosa successe prima o dopo lo scatto? Cosa continua a succedere dov'è stata scattata?</span><blockquote></blockquote><span class="fs11lh1-5 cf2">- La foto: la storia della fotografia, il passaggio di mano in mano della fotografia.</span><br><blockquote></blockquote><span class="fs11lh1-5 cf2">- Io: il periodo in cui la fotografia è stata scattata. Che periodo era per me? Come stavo in quel periodo? Se ho scelto questa foto è perché mi rappresenta: cosa c'è di me in quella foto? Di quello che mi esprime la fotografia, cosa vorrei tenere?</span><br><blockquote></blockquote><span class="fs11lh1-5 cf2"><br></span><blockquote></blockquote><span class="fs11lh1-5 cf2">Come si osserva, la fotografia diventa uno <strong>catalizzatore di pensiero</strong>, uno strumento in grado di portare la persona a lavorare su aspetti di sé e riguardanti la persona perduta, non facilmente raggiungibili attraverso il “solo” lavoro di associazione verbale. </span><span class="fs11lh1-5 cf2">Uno degli aspetti più complicati del “lavoro del lutto”, riguarda il difficile rapporto del paziente con un’immagine della persona deceduta cristallizzata in una forma stereotipata, parziale; spesso questo ha a che fare con la tipologia di rapporto che il paziente deteneva con la persona quando questa era ancora in vita. Il lavoro fotografico aiuta in questo senso a </span><strong class="fs11lh1-5 cf2">completare la rappresentazione della persona</strong><span class="fs11lh1-5 cf2"> che si è persa, verso un’ideale “risoluzione” del rapporto -nell’idea che il lutto “complicato” sia dovuto a un difficile rapporto del paziente con la rappresentazione della persona estinta, in ragione spesso di un rapporto consumatosi in maniera difficoltosa, o insoddisfacente, quando la persona fu in vita. </span><strong class="fs11lh1-5 cf2">Molteplici progetti fotografici</strong><span class="fs11lh1-5 cf2"> indagano il </span><strong class="fs11lh1-5 cf2">lutto;</strong><span class="fs11lh1-5 cf2"> oltre agli aspetti sopra citati, riguardanti l’uso delle fotografie come “oggetto di transizione” in grado di evocare e aiutarci a elaborare un oggetto solamente interno, alcuni progetti riguardano il tentativo di esprimere </span><strong class="fs11lh1-5 cf2">eventi interiori di natura emotiva difficilmente esprimibili a parole</strong><span class="fs11lh1-5 cf2">. Pensiamo per esempio cosa possa significare fotografare il “vuoto” lasciato da una persona cara scomparsa, o i particolari riguardanti lui/lei quando fu ancora in vita: si tratta di usare in questo caso il mezzo fotografico come strumento in grado di simbolizzare e in un certo senso elaborare elementi emotivi poco traducibili, riguardanti la perdita, l’angoscia di separazione, la morte come limite al e del pensiero.</span><br><blockquote></blockquote><span class="fs11lh1-5 cf2"><br></span><blockquote></blockquote><span class="fs11lh1-5 cf2">Una </span><span class="fs11lh1-5"><a href="https://phototherapy-centre.com/wp-content/uploads/2015/01/recommended-readings_list.pdf" target="_blank" class="imCssLink">bibliografia esauriente</a></span><span class="fs11lh1-5 cf2"> consigliata dalla stessa Judy Weiser.</span><br><div><span class="fs11lh1-5 cf2"><a href="http://www.psychiatryonline.it/node/5714" target="_blank" class="imCssLink">Qui</a> per un approfondimento.</span></div><blockquote></blockquote><blockquote></blockquote><blockquote></blockquote><blockquote></blockquote><blockquote></blockquote><blockquote></blockquote><blockquote></blockquote><blockquote></blockquote><blockquote></blockquote><blockquote></blockquote><blockquote></blockquote><blockquote></blockquote><blockquote></blockquote><blockquote></blockquote></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 26 Dec 2024 13:52:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Luminate: un'app psichedelica!]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaele Avico]]></author>
			<category domain="https://popmed.info/blog/index.php?category=Psichedelia"><![CDATA[Psichedelia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000000E"><div><span class="fs11lh1-5 cf1">Altrove abbiamo già parlato di <strong>psichedelici:</strong> <a href="https://www.ilfogliopsichiatrico.it/2021/05/21/4568/" target="_blank" class="imCssLink">qui</a> alcuni link ad articoli precedenti che introducono all’utilizzo di MDMA nel trattamento della sindrome post traumatica. </span><span class="fs11lh1-5 cf1">Negli ultimi tempi sono frequenti i riferimenti in letteratura a un presunto </span><strong class="cf1">rinascimento psichedelico</strong><span class="fs11lh1-5 cf1">, un’ondata di rinnovato interesse per l’utilizzo di sostanze psichedeliche in voga già negli anni ‘60, ora reintrodotte o in procinto di essere introdotte nella farmacopea psichiatrica. </span><span class="fs11lh1-5 cf1">Si veda sempre su questo: 1) </span><span class="fs11lh1-5 cf1"><a href="https://www.ilfogliopsichiatrico.it/2021/05/21/4568/" target="_blank" class="imCssLink">mdma per ptsd</a>; 2) </span><span class="fs11lh1-5 cf1"><a href="https://www.ilfogliopsichiatrico.it/2020/10/18/7070/" target="_blank" class="imCssLink">sul rinascimento psichedelico</a>; 3) </span><span class="fs11lh1-5 cf1"><a href="https://www.lucid.news/" target="_blank" class="imCssLink">Lucid</a></span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1">(news in tema psichedelici). </span><span class="fs11lh1-5 cf1">L’idea è che, sostanzialmente, le sostanze psichedeliche possono offrire un</span><strong class="cf1"> ingresso velocizzato</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> al mondo interno del paziente nel contesto di una psicoterapia strutturata. </span><span class="fs11lh1-5 cf1">Un aspetto non nuovo, ma relativamente meno dibattuto, è l’utilizzo di </span><strong class="cf1">strumenti alternativi</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> per indurre stati alterati di coscienza non mediati da sostanze psicotrope, come le esperienze di </span><strong class="cf1">deprivazione sensoriale</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> e la </span><strong class="cf1">luce stroboscopica</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> come induttore di stati di pseudoallucinazione. </span><span class="fs11lh1-5 cf1">Vice ha recentemente pubblicato <a href="https://www.vice.com/it/article/lumenate-app-trip-come-funziona/" target="_blank" class="imCssLink">un articolo</a></span><span class="fs11lh1-5 cf1"> a proposito di una nuova </span><strong class="cf1">applicazione per telefoni cellulari</strong><span class="fs11lh1-5 cf1">, scaricabile sia in ambiente apple che android, che promette induzione di stati alterati di coscienza e potenziali effetti ansiolitici e rilassanti: </span><strong class="cf1">Luminate</strong><span class="fs11lh1-5 cf1">. </span><span class="fs11lh1-5 cf1">L’</span><span class="fs11lh1-5 cf1">applicazione è scaricabile <a href="https://lumenategrowth.com/" target="_blank" class="imCssLink">qui</a></span><span class="fs11lh1-5 cf1">.</span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1">A proposito dei suoi effetti e del suo utilizzo rimandiamo all’articolo di Vice, da leggere per meglio comprendere il seguito di questo post. </span><span class="fs11lh1-5 cf1">Tentiamo ora qui un approfondimento per punti degli </span><strong class="cf1">aspetti scientifici</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> che ne possano giustificare l’utilizzo: 1) </span><span class="fs11lh1-5 cf1">l’applicazione prevede che il soggetto che ne voglia fare uso si “somministri” il ciclo di emissioni di luce dinnanzi agli occhi chiusi a una distanza variabile dai 10 cm ai 30 cm, a seconda di quanto intensa voglia sperimentare la sensazione di stimolazione (con il telefono vicino alle palpebre chiuse degli occhi, la stimolazione luminosa risulta molto intensa); 2) </span><span class="fs11lh1-5 cf1">i</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><strong class="cf1">pattern luminosi</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1">e le</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><strong class="cf1">forme evocate</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1">dalla luce stroboscopica a cui il soggetto viene sottoposto producono l’impressione graduale che alla vista, su sfondo nero -dato che ovviamente la si usa a occhi chiusi-, si sviluppino forme geometriche e frattali luminosi e che questi si manifestino in una sorta di sequenza fluida, guidata dal variare della frequenza della luce proiettata dal flash dello smartphone sul quale la si utilizza; 3) </span><span class="fs11lh1-5 cf1">le sensazioni riportate dalla maggior parte dei fruitori riguardano non tanto esperienze realmente allucinatorie (dato che l’app non è in grado di procurarle) quanto un’alterazione dello stato di coscienza propedeutico alla</span><strong class="cf1"> “dissoluzione” identitaria</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1">spesso ricercata dai fruitori, nell’idea di un possibile accesso a una realtà “altra”, interiore, dis-intermediata dai consueti strumenti cognitivi (il linguaggio e le immagini). In altre parole, la stimolazione luminosa sembra in grado di indurre uno stato “ipnagogico” in condizioni di sicurezza, o uno</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><strong class="cf1">stato</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><strong class="cf1">simil-dissociativo</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1">nel corso del periodo di immersione nell’esperienza; 4) </span><span class="fs11lh1-5 cf1">nei crediti dell’applicazione e sul sito che la vuole presentare, viene citata la</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><strong class="cf1">mission</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1">degli sviluppatori, nonché descritta la fase iniziale di sviluppo dell’app, partita dallo studio di “</span><em class="cf1">centinaia di articoli scientifici inerenti lo sciamanesimo, la deprivazione sensoriale, l’ipnagogia”[..]”per poi, unendo i puntini</em><span class="fs11lh1-5 cf1">” arrivare al concetto-chiave di</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><strong class="cf1">“sincronizzazione” sensoriale</strong><span class="fs11lh1-5 cf1">. In fisica è noto il fenomeno dei due pendoli che, posti uno di fianco all’altro, arrivano a sincronizzare il loro movimento. Fino a poco tempo fa, come</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1"><a href="https://www.lescienze.it/news/2015/07/23/news/sincronizzazione_pendoli_onde_sonore-2700127/" target="_blank" class="imCssLink">qui</a></span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1">approfondito, sembrava difficile spiegare il fenomeno; ora sappiamo che l’evento è da imputare all’emissione di onde sonore da parte dei due pendoli, che modellano i rispettivi movimenti oscillatori portandoli a sincronizzarsi. In molteplici altri ambiti in natura accadono fenomeni di</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1"><a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Entrainment" target="_blank" class="imCssLink">“sincronizzazione” spontanea</a></span><span class="fs11lh1-5 cf1">. In questo caso, gli sviluppatori del software sostengono che attraverso la stimolazione effettuata sui neuroni -per via delle vie nervose afferenti al cervello dagli occhi- fatta a una certa frequenza, si possa indurre gli stessi neuroni a sintonizzarsi nella loro “attività” con la luce stroboscopica erogata dall’app, con diversi</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><strong class="cf1">effetti neurobiologici </strong><span class="fs11lh1-5 cf1">e</span><strong class="cf1"> “psichedelici”</strong><span class="fs11lh1-5 cf1">/psicotropi, elencati qui di seguito: </span><span class="fs11lh1-5 cf1">aumento della</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><strong class="cf1">“variabilità”</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1">del funzionamento neuronale, un parametro questo in grado idealmente di spiegare un livello più o meno “alto” del funzionamento della coscienza. Si veda</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1"><a href="https://www.imperial.ac.uk/news/178857/first-evidence-higher-state-consciousness-found/" target="_blank" class="imCssLink">questo</a> articolo</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1">per un approfondimento. A grandissime linee, un aumento della complessità nell’interazione reciproca dei neuroni in alcune aree cerebrali è in grado di elevare lo stato di coscienza.</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1"><a href="https://www.ilfogliopsichiatrico.it/2019/12/27/9595/" target="_blank" class="imCssLink">Qui</a></span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1">avevamo parlato di un indice potenzialmente in grado di misurare il grado di complessità e di “presenza” dello stato di coscienza, indagato in particolare dal gruppo di lavoro di Giulio Tononi (</span><span class="fs11lh1-5 cf1"><a href="https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/23946194/" target="_blank" class="imCssLink">per un approfondimento</a></span><span class="fs11lh1-5 cf1">); </span><span class="fs11lh1-5 cf1">diminuzione dell’attività cerebrale relativa al “</span><strong class="cf1">default mode network</strong><span class="fs11lh1-5 cf1">”.</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1">Del DMN avevamo scritto <a href="https://www.ilfogliopsichiatrico.it/2018/12/13/0078/" target="_blank" class="imCssLink">qui</a></span><span class="fs11lh1-5 cf1">. Il</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><strong class="cf1">Default mode</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1">ci aiuta a mantenere la concezione soggettiva di un Sé unitario, e ci consente di narrare noi stessi a noi stessi. Esercita in altre parole un lavoro di</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><strong class="cf1">coordinamento narrativo</strong><span class="fs11lh1-5 cf1">, tale per cui noi si ha l’impressione di essere sempre le stesse persone nel tempo. Una riduzione del suo funzionamento, produce una</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><strong class="cf1">dissoluzione identitaria</strong><span class="fs11lh1-5 cf1">, una perdita in qualche modo dell”io”, fenomeno ricercato attivamente dagli psiconauti attraverso l’assunzione di sostanze psichedeliche, e che questa app promette di produrre. Per un approfondimento su questo aspetto si veda il</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1"><a href="https://www.mind-foundation.org/blog/rebus?lang=it." target="_blank" class="imCssLink">modello teorico Rebus</a>; </span><span class="fs11lh1-5 cf1">aumento della</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><strong class="cf1">connettività funzionale</strong><span class="fs11lh1-5 cf1">. La connettività funzionale riguarda la correlazione temporale fra due eventi neuronali spazialmente distanti; la si studia osservando “cosa fa” il cervello in risposta a determinati stimoli sensoriali o processi cognitivi; è un indicatore che ci racconta di come le varie parti del cervello comunichino tra di loro, e sotto l’effetto di allucinogeni subisce delle variazioni (</span><span class="fs11lh1-5 cf1">come <a href="chrome-extension://fheoggkfdfchfphceeifdbepaooicaho/html/site_status_block_page.html" target="_blank" class="imCssLink">qui</a> approfondito</span><span class="fs11lh1-5 cf1">). Gli sviluppatori dell’app sostengono di garantire un effetto di incremento della connettività funzionale (che si verifica sensibilmente sotto effetto di sostanze psichedeliche, come <a href="https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC5853825/" target="_blank" class="imCssLink">qui</a> l</span><span class="fs11lh1-5 cf1">argamente approfondito</span><span class="fs11lh1-5 cf1">), anche attraverso l’uso di Luminate; </span><span class="fs11lh1-5 cf1">riduzione delle</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><strong class="cf1">onde Alfa</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1">cerebrali durante la stimolazione stroboscopica. Questo effetto è stato documentato anche in altre circostanze di ricerca, con altre sostanze (per esempio si veda</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1"><a href="https://telegra.ph/Lo-studio-delle-onde-cerebrali-spiega-perch%C3%A9-il-viaggio-in-DMT-%C3%A8-come-entrare-in-una-realt%C3%A0-alternativa-04-15" target="_blank" class="imCssLink">qui</a></span><span class="fs11lh1-5 cf1">); il collasso delle onde cerebrali Alfa lascia spazio a un funzionamento cerebrale più simile a quello osservato durante il sonno, cosa che si osserva in concomitanza con la sensazione di entrare in una dimensione “altra”, come si sognasse.</span></div><div><strong class="fs11lh1-5 cf1"><br></strong></div><div><strong class="fs20lh1-5 cf2">LUCIA N. 03</strong></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1">Cercando materiale in rete, scopriamo che anni fa un esperimento del genere era già stato fatto, nel progetto austriaco </span><strong class="cf1"><a href="https://lucialightexperience.com/pages/the-science" target="_blank" class="imCssLink">Lucia N.03</a></strong><span class="fs11lh1-5 cf1">; uno degli articoli citati sul sito di Lucia N.03 è </span><span class="fs11lh1-5 cf1"><a href="https://www.biorxiv.org/content/10.1101/511766v1" target="_blank" class="imCssLink">questo</a></span><span class="fs11lh1-5 cf1">, in effetti molto mirato. </span><span class="fs11lh1-5 cf1">L’allucinazione indotta da luce stroboscopica è stata qui indagata usando lo strumento prima citato (</span><strong class="cf1">Lucia N.03</strong><span class="fs11lh1-5 cf1">), che sostanzialmente ha un funzionamento sovrapponibile a Luminate con alcuni punti di varazione. Lo studio ha raccolto un </span><strong class="cf1">campione di 19</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> giovani universitari che sono stati sottoposti a un trattamento con Lucia N.03 (modulando diverse frequenze nell’erogazione dell’impulso luminoso, ovvero</span><strong class="cf1"> 0 Hz</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> -cioè il buio-, </span><strong class="cf1">3 Hz</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> e </span><strong class="cf1">10 Hz</strong><span class="fs11lh1-5 cf1">, ogni volta per 10 minuti) e indagati con EEG. 1 Hz corrisponde a un impulso luminoso al secondo. </span><span class="fs11lh1-5 cf1">Ne ricaviamo quanto segue: 1) </span><span class="fs11lh1-5 cf1">la somministrazione di luce stroboscopica produce un’alterazione del funzionamento cerebrale simile a quella osservata assumendo sostanze psicotrope; in particolare è in grado di far crollare la presenza di onde cerebrali alfa (come prima accennato); 2) s</span><span class="fs11lh1-5 cf1">ottoposti a</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1"><a href="https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/9754838/" target="_blank" class="imCssLink">questo</a> test</span><span class="fs11lh1-5 cf1">, le analisi statistiche indicano la</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><strong class="cf1">percezione da parte degli intervistati</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1">di uno stato di coscienza soggettivamente esperito come alterato (“​​</span><em class="cf1">The subjective intensity of experience for both stroboscopic conditions was substantially higher than for the Dark condition</em><span class="fs11lh1-5 cf1">”), e in modo differenziato a seconda dell’intensità della somministrazione (“</span><em class="cf1">While there were some commonalities in experience between 3 Hz and 10 Hz, they also differed in terms of intensity and across many ASCQ dimensions, indicating that each stimulation frequency produced distinct phenomenal states</em><span class="fs11lh1-5 cf1">”); 3) </span><span class="fs11lh1-5 cf1">sempre riferendosi al test prima citato, i ricercatori paragonano i risultati ottenuti con Lucia N.03 a quelli ottenuti assumendo psilocibina (funghi allucinogeni), trovando risultati simili (“</span><em class="cf1">Together, these results suggest that the changes in experience and phenomenal content – as reflected by the ASCQ – reported during 3 Hz and 10 Hz stroboscopic stimulation showed some similarities to those following the ingestion of psilocybin, but also a number of differences. These results support stroboscopic stimulation as a novel non-pharmacological method of inducing ASC, phenomenologically similar in some respects to the psychedelic state.</em><span class="fs11lh1-5 cf1">”); 4) p</span><span class="fs11lh1-5 cf1">er quanto riguarda le forme/visioni percepite durante l’esperienza, i soggetti esaminati testimoniano di epifenomeni coerenti con altri report effettuati in precedenza. Parliamo di “</span><strong class="cf1">allucinazioni visive indotte da luce stroboscopica</strong><span class="fs11lh1-5 cf1">” (</span><em class="cf1">Stroboscopically induced visual hallucinations)</em><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1">con</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><strong class="cf1">pattern geometrici, spirali, “griglie” </strong><span class="fs11lh1-5 cf1">e</span><strong class="cf1"> forme caleidoscopiche colorate</strong><span class="fs11lh1-5 cf1">; alcuni di questi soggetti (a intensità più basse di stimolazione, paradossalmente) osservarono il manifestarsi di forme più strutturate “dal buio”; 5) </span><span class="fs11lh1-5 cf1">approfondendo i risultati ottenuti all’EEG, gli autori osservarono variazioni sensibili all’</span><strong class="cf1">indice Lempel-Ziv</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1">(<a href="https://www.google.com/url?sa=t&rct=j&q=&esrc=s&source=web&cd=&ved=2ahUKEwj_n7Sry870AhWTt6QKHRgECNsQFnoECAMQAQ&url=https%3A%2F%2Fwww.mdpi.com%2F1099-4300%2F23%2F7%2F832%2Fpdf&usg=AOvVaw1SfD9Fs_RfMoDilDo9NaPN" target="_blank" class="imCssLink">qui</a> un</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1">approfondimento</span><span class="fs11lh1-5 cf1">), usato per rilevare il</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><strong class="cf1">grado di complessità</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1">del funzionamento cerebrale preso nel suo insieme. Questo punto appare importante perché rafforza la tesi degli sviluppatori di Luminate a proposito degli effetti dell’applicazione sulla “diversity” neuronale, qui dimostrata (di nuovo, paradossalmente a bassa frequenza dell’impulso luminoso, 3 Hz, situazione di stimolazione tra l’altro a maggiore intensità di “allucinazioni”); 6) </span><span class="fs11lh1-5 cf1">nella discussione finale, gli autori osservano come il rilevare un’aumentata diversità del funzionamento cerebrale rilevato tramite EEG potrebbe segnalare la presenza di uno stato alterato di coscienza caratterizzato dal</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><strong class="cf1">susseguirsi rapido di scenari mentali</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1">prodotti dall’esperienza stessa, una</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><strong class="cf1">forma “iper-associativa” del pensiero</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1">rilevata anche nel contesto di sperimentazioni con psichedelici naturali come la psilocibina (</span><span class="fs11lh1-5 cf1"><a href="https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/24989126/" target="_blank" class="imCssLink">qui</a> un approfondimento</span><span class="fs11lh1-5 cf1">); 7) </span><span class="fs11lh1-5 cf1">per quanto riguarda le onde cerebrali, gli autori osservano -come prima accennato- una consistente alterazione delle</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><strong class="cf1">onde alfa</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1">(“</span><em class="cf1">The most pronounced spectral alteration, which appears to be consistent across different psychedelic compounds -LSD, psilocybin and ketamine- is the marked decrease in alpha power</em><span class="fs11lh1-5 cf1">”), a sua volta correlata a una maggiore</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><strong class="cf1">disinibizione della corteccia</strong><span class="fs11lh1-5 cf1">, a una maggiore eccitabilità della stessa e quindi ad un’attività interna tale da generare le forme pseudo-allucinatorie prima citate (“</span><em class="cf1">During psychedelic ASC a reduction in alpha power marks decreased cortical inhibition, facilitating the spread of spontaneous internally generated patterns of neural excitation over the visual cortex, leading to the experience of visual hallucinations”</em><span class="fs11lh1-5 cf1">).</span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1">Questi ultimi due punti ci dicono come, con <strong>Lucia N.03</strong>, gli effetti prodotti dimostrati siano in parte sovrapponibili a quelli citati dagli sviluppatori di <strong>Luminate</strong>. </span><span class="fs11lh1-5 cf1">Il decrescere dell’intensità delle onde alfa viene citato sia in questo studio che dagli sviluppatori di Luminate come in grado di produrre una </span><em class="cf1"><strong>dissoluzione dell’Io</strong> </em><span class="fs11lh1-5 cf1">(“</span><em class="cf1">Following from this model, decreases in alpha power during psychedelic ASC have also been linked to the formation of complex visual hallucinations. For example, the magnitude of the reduction in alpha power during psychedelic ASC -LSD- has been shown to predict the extent of both simple and complex visual hallucinations, as well as more profound changes in consciousness, such as ego-dissolution</em><span class="fs11lh1-5 cf1">”). </span><span class="fs11lh1-5 cf1">Inoltre: 1) v</span><span class="fs11lh1-5 cf1">iene evidenziato chiaramente come la frequenza a più alto effetto sia</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><strong class="cf1">3 Hz</strong><span class="fs11lh1-5 cf1">. Gli autori osservano inoltre che un elemento utile a potenziare l’effetto allucinatorio del macchinario</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><strong class="cf1">Lucia N. O3</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1">fosse l’intensità della luce, in questo caso più alta rispetto a Luminate (“</span><em class="cf1">Stimulus luminance is known to increase the magnitude of neural evoked responses at early stages of visual processing. The high luminance used in this study may therefore have led to stronger effects on inhibitory processing on visual cortex, which may account for the emergence of CVH</em><span class="fs11lh1-5 cf1">”); 2) </span><span class="fs11lh1-5 cf1">sempre 3 Hz viene descritta come la frequenza maggiormente in grado di indurre uno stato</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><strong class="cf1">simil ipnagogico</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1">(si veda <a href="chrome-extension://ihcjicgdanjaechkgeegckofjjedodee/app/eventpages/block-mv3.html?referrer=undefined&url=https%3A%2F%2Fsci-hub.mksa.top%2F10.1037%2F0033-2909.83.3.452%23&host=sci-hub.mksa.top&type=scam&subtype=suspiciousTLD&tabId=412973867&filename=undefined&prevUrl=null" target="_blank" class="imCssLink">qui</a> per un</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1">articolo sullo stato ipnagogico</span><span class="fs11lh1-5 cf1">); 3) g</span><span class="fs11lh1-5 cf1">li autori così concludono: “</span><em class="cf1">By combining stroboscopic stimulation with EEG, we found that stimulation at 3 Hz and 10 Hz generates subjectively striking changes in experience (as measured by the ASCQ), which were accompanied by increases in EEG signal diversity (as measured by Lempel-Ziv complexity (LZs) compared to wakeful rest. These subjective reports and increases in signal diversity show similarities to those observed during psychedelic states engendered by LSD, ketamine, or psilocybin, indicating that spontaneous signal diversity provides a robust signature of ASC. Using surrogate data, we demonstrated that increases in signal diversity under stroboscopic stimulation depended on changes in both the power spectrum and the phase spectrum of the underlying EEG. Although stroboscopic and psychedelic ASC differ in many respects, our findings of substantial changes in experience, along with both ‘simple’ and ‘complex’ visual phenomena, demonstrate that stroboscopic stimulation offers a powerful non-pharmacological means of inducing ASC, as well as providing a possible adjunct to psychedelic therapies. Overall, our results provide further evidence that EEG signal diversity reflects the diversity of subjective experiences that are associated with different states of consciousness</em><span class="fs11lh1-5 cf1">.”</span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1">In generale, lo studio prima citato ci riporta un risultato, ai test, simile a quello ottenuto usando altre sostanze psichedeliche come la psilocibina. Un aspetto da considerare è che il questionario sottoposto al campione dello studio tendeva (e questo gli autori lo riconoscono) a indagare l’esperienza degli individui in modo bidimensionale, senza curarsi degli aspetti realmente trasformativi, profondi e talvolta mistico/spirituali dell’esperienza stessa (aspetto cercato attivamente, spesso, dai “frequentatori” di stati alterati di coscienza). In questo caso abbiamo a che fare con un’esperienza di alterazione più leggera, in un certo senso superficiale, ma allo stesso modo psichedelica. </span><span class="fs11lh1-5 cf1">Tornando a </span><strong class="cf1">Luminate</strong><span class="fs11lh1-5 cf1">, è possibile mettere in parallelo le ricerche effettuate prendendo in considerazione Lucia N. 03 e l’applicazione in oggetto, immaginando una parziale sovrapponibilità dei risultati (pur non essendo esplicitate nel sito di Luminate le </span><strong class="cf1">esatte frequenze degli impulsi luminosi</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> -che tra l’altro in Luminate variano costantemente-, così come l’</span><strong class="cf1">intensità della luce</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> -che si desume tuttavia corrisponda all’intensità del flash del proprio telefono, che per un Iphone è sotto i 100 lumen -usando Lucia N.03 i lumen al massimo flusso erano più di 5000). </span><span class="fs11lh1-5 cf1">Aspetto da considerare è che Luminate eroga, insieme alla stimolazione visiva, </span><strong class="cf1">musica</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> da viaggio psichedelico. </span><span class="fs11lh1-5 cf1">Per chi volesse effettuare un approfondimento sull’uso della luce stroboscopica (“flickering”), anche <a href="chrome-extension://ihcjicgdanjaechkgeegckofjjedodee/app/eventpages/block-mv3.html?referrer=undefined&url=https%3A%2F%2Fsci-hub.mksa.top%2F10.1016%2Fj.concog.2010.10.026&host=sci-hub.mksa.top&type=scam&subtype=suspiciousTLD&tabId=412973871&filename=undefined&prevUrl=null" target="_blank" class="imCssLink">questo</a> e <a href="https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/21123084/" target="_blank" class="imCssLink">questo</a> articolo rappresentano una buona risorsa.</span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1">Per come viene venduta l’app, nella sua <strong>versione a pagamento</strong> l’esperienza psichedelica dovrebbe produrre un effetto calmante o <strong>esplorativo.</strong> Esplorativo è qui da intendere come in grado di permettere all’individuo di “vagare” per i contenuti interiori della sua coscienza in modo facilitato. </span><span class="fs11lh1-5 cf1">Sono inoltre previste delle esperienze mirate che dovrebbero facilitare il </span><strong class="cf1">sonno,</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> o aiutare l’individuo nella </span><strong class="cf1">focalizzazione</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> e nella creazione di </span><strong class="cf1">obiettivi.</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> É probabile che ciò che cambi siano solamente il sottofondo musicale e la durata dell’esperienza, essendo improbabile che gli sviluppatori siano stati in grado di costruire sequenze luminose/sonore </span><strong class="cf1">mirate</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> agli obiettivi che l’app propone (</span><em class="cf1">quale dovrebbe essere la sequenza luminosa/sonora adatta a conciliare il sonno, e in che modo differirebbe da quella adatta al focusing?). </em><span class="fs11lh1-5 cf1">Al di là degli aspetti neurobiologici, un ultimo aspetto da sottolinare è che, per come viene usata, l’app </span><strong class="cf1">Luminate</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> distrae i nostri sensi in modo non traumatico e continuativo, creando un effetto </span><strong class="cf1">doppio-compito</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> simile a quello ipotizzato per spiegare il meccanismo di funzionamento dell’</span><span class="fs11lh1-5 cf1"><a href="https://www.ilfogliopsichiatrico.it/2021/04/04/4322/" target="_blank" class="imCssLink">EMDR</a></span><span class="fs11lh1-5 cf1">. L’esplorazione “interiore” avviene più facilmente quando l’attenzione selettiva della mente sia convogliata su uno stimolo continuo, come un rumore bianco; questo crea una sensazione di assenza di ansia, migliorando la stessa esplorazione dei contenuti di pensiero. </span><span class="fs11lh1-5 cf1"><a href="https://play.google.com/store/apps/details?id=com.lumenate.lumenateaa&hl=en_US&gl=US&pli=1" target="_blank" class="imCssLink">Qui</a> per provare l’app</span><span class="fs11lh1-5 cf1">.</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 26 Dec 2024 13:25:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Ansia in psicoterapia: che fare?]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaele Avico]]></author>
			<category domain="https://popmed.info/blog/index.php?category=Psicoterapia"><![CDATA[Psicoterapia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000000D"><div><span class="fs11lh1-5 cf1">La <strong>neurobiologia dell’ansia</strong> la troviamo spiegata in modo puntuale in <a href="https://moretothat.com/you-are-not-your-anxiety/" target="_blank" class="imCssLink">questo</a> doppio articolo in inglese, che riassume tutto quello che, per ora, c’è da sapere: fa parte di una newsletter dal nome “<em>More to that</em>”. </span><span class="fs11lh1-5 cf1">Viene raccontata l’ansia usando come teoria di partenza la</span><strong class="cf1"> <a href="https://www.ilfogliopsichiatrico.it/2017/12/02/0053/" target="_blank" class="imCssLink">teoria del cervello tripartito/triuno</a></strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> di Paul MacLean: si tratta di entrare nel mondo della “sovrainterpretazione degli stimoli”, delle “reazioni di allarme” e del “processo di cognitivizzazione” (che ci consente di interpretare in modo “digeribile” stimoli che provengono dalla parte più antica (rettiliana) del nostro cervello). </span><span class="fs11lh1-5 cf1">I passaggi “neurobiologici” fondamentali, sono: </span><span class="fs11lh1-5 cf1">“</span><em class="cf1">The stimulus first reaches the thalamus, which relays this information over to the amygdala. The amygdala quickly interprets the response as threatening so it alerts the hypothalamus, kicking off a multi-step process that produces adrenaline and norepinephrine. This then fires off the sympathetic nervous system, which finally creates the sensations of chest tension, sweaty palms, and lip quivers</em><span class="fs11lh1-5 cf1">” ..ovvero la </span><strong class="cf1">sensazione di ansia</strong><span class="fs11lh1-5 cf1">. </span><span class="fs11lh1-5 cf1">Leggendo questa completa disamina, troviamo molto materiale per eseguire degli approfondimenti sul tema. </span><span class="fs11lh1-5 cf1">Esistono </span><strong class="fs11lh1-5 cf1">molteplici modalità per lavorare con l’ansia</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> in senso psicoterapico (al di là dell’approccio farmacologico), che potremmo considerare ugualmente importanti, </span><strong class="fs11lh1-5 cf1">strumenti da mettere</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> in campo quando dovessimo avere a che fare con questo tipo di problema. </span><span class="fs11lh1-5 cf1">Vediamone alcuni:</span></div><div><strong class="cf1"><br></strong></div><div><strong class="fs12lh1-5 cf2">PSICOEDUCAZIONE SULLA NEUROBIOLOGIA DELL’ANSIA</strong></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1">Spiegare a un paziente cosa significhi soffrire d’ansia, e quali siano i meccanismi sottesi all’ansia e alla relazione di allarme, rappresenta un importante strumento preliminare. Concettualizzare/dare un significato/</span><span class="fs11lh1-5 cf1"><a href="https://www.ilfogliopsichiatrico.it/2019/09/20/9034/" target="_blank" class="imCssLink">nominare</a></span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1">permette di esercitare un primo meccanismo di controllo.</span></div><div><strong class="cf1"><br></strong></div><div><strong class="fs12lh1-5 cf2">ESERCIZIO FISICO</strong></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1">Il rilascio di sostanze indotto dall’esercizio fisico, svolge un effetto ansiolitico naturale.</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1"><a href="https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC2077351/" target="_blank" class="imCssLink">Qui</a> per approfondire.</span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf2"><b>PSICOTERAPIA CBT</b></span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1">Rappresenta il</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><strong class="cf1">primo pilastro</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1">per lavorare con l’ansia e uno degli strumenti centrali nel contrastarne i derivati. In particolare, quando di ansia “sociale” si tratti, la psicoterapia CBT permette di correggere i difetti di interpretazione di alcuni segnali sociali (segnali che a volte vengono sovra-interpretati, altre volte mal-interpretati); l’idea è che vi sia un’</span><strong class="cf1">operazione intepretativa</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1">fatta dal soggetto, e che si debba in questo senso lavorare per “ripulire” il suo sguardo da questa “intepretatività” spesso arbitraria, a volte con strumenti ad hoc come l’ABC.</span></div><div><strong class="cf1"><br></strong></div><div><strong class="fs12lh1-5 cf2">IMAGERY RESCRIPTING</strong></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1">Uno degli strumenti usati in psicoterapia per contrastare l’allarme, la “fear response” e l’ansia, si propone di lavorare sulle immagini mentali disturbanti attraverso l’</span><em class="cf1"><strong>Imagery rescripting</strong></em><span class="fs11lh1-5 cf1">, che Pierre Janet aveva chiamato, in tempi estremamente precoci, “</span><em class="cf1">sostituzione immaginativa</em><span class="fs11lh1-5 cf1">“. Di cosa si tratta?</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1"><a href="https://www.istitutobeck.com/beck-news/imagery-rescripting?sm-p=1925566966" target="_blank" class="imCssLink">Qui</a> troviamo una breve introduzione al tema</span><span class="fs11lh1-5 cf1">. L’idea è quella di “sostituire” le immagini mentali in grado generare allarme con immagini migliori in termini di “digeribilità” psichica.</span></div><div><strong class="cf1"><br></strong></div><div><strong class="fs12lh1-5 cf2">TERAPIA ESPOSITIVA E <span><a href="https://www.ilfogliopsichiatrico.it/2019/04/15/9687/" target="_blank" class="imCssLink">REHEARSAL</a></span></strong></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1">La terapia espositiva rappresenta il</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><strong class="cf1">secondo pilastro</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1">da usare per lavorare con l’ansia, soprattutto considerando che come accennato in precedenza l’</span><strong class="cf1">ansia è una reazione di allarme</strong><span class="fs11lh1-5 cf1">, uno</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><strong class="cf1">stato di accensione protratta del sistema di difesa</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1">di un individuo. Se consideriamo l’ansia una reazione di allarme, è implicito che questa sia una reazione frutto di condizionamento, nata in concomitanza di un qualche tipo di</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><strong class="cf1">apprendimento.</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><strong class="cf1">Nessuno nasce ansioso</strong><span class="fs11lh1-5 cf1">: è possibile che esista una certa suscettibilità alle reazioni di allarme: lo sviluppo tuttavia di un disturbo d’ansia passerà da una (ri)lettura allarmata dell’ambiente di vita, spesso mutuata dalla relazione con familiari a loro volta ansiosi, magari “interiorizzati” nel tempo. Come dire: l’ansia è spesso appresa in modo implicito durante la crescita, divenendo una sorta di “stile”, di “forma mentale” attraverso cui il paziente tende a leggere gli eventi di vita. In questo senso la “terapia espositiva” rappresenta uno strumento “implicito” di affrontare le risposte di allarme, non mediato dal ragionamento. Si tratta di esporsi all’oggetto dei propri timori, così da uscirne de-sensibilizzati e maggiormente calmi. </span><span class="fs11lh1-5 cf1">Si veda per esempio <a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/030439409390241C" target="_blank" class="imCssLink">questo</a></span><span class="fs11lh1-5 cf1">.</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1"><a href="http://www.psychiatryonline.it/node/9184" target="_blank" class="imCssLink">Qua</a></span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1">avevamo approfondito il tema “terapia espositiva” in ambito “fobie”: il tema delle “risposte d’allarme” è tuttavia presente anche in ambito “ansia”.</span></div><div><strong class="cf1"><br></strong></div><div><strong class="fs12lh1-5 cf2">APPROCCI BOTTOM-UP</strong></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1">Negli ultimi anni sono stati messi in evidenza dagli studi di ricerca molteplici strumenti da usare come “aiuto” nei momenti di maggiore attivazione ansiosa, dal</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><strong class="cf1"><a href="http://www.psychiatryonline.it/node/8278" target="_blank" class="imCssLink">respiro lento</a></strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1">(che attivando il sistema nervoso autonomo parasimpatico, contribuisce a regolare l’arousal), al</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><em class="cf1">grounding</em><span class="fs11lh1-5 cf1">, alla</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><strong class="cf1">meditazione/mindfulness</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1">(usata per non colludere con le immagini ansiogene interiori, che vengono “lasciate andare”). </span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1">Uno dei maggiori studiosi mondiali in ambito, </span><strong class="cf1">LeDoux</strong><span class="fs11lh1-5 cf1">, sottolinea come le due forme di approccio all’ansia (implicite, come la terapia espositiva, ed esplicite come la CBT), debbano essere usate insieme, una a supporto dell’altra. <a href="https://moretothat.com/you-are-not-your-anxiety/" target="_blank" class="imCssLink">Qui</a> p</span><span class="fs11lh1-5 cf1">er approfondire</span><span class="fs11lh1-5 cf1">.</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 26 Dec 2024 13:14:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Il modello dell'apprendimento inibitorio di Michelle Craske]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaele Avico]]></author>
			<category domain="https://popmed.info/blog/index.php?category=Psicoterapia"><![CDATA[Psicoterapia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000000C"><div><span class="fs11lh1-5 cf1">Affrontare in psicoterapia le <strong>problematiche di natura fobica</strong> non è semplice soprattutto perché queste si innervano in molti disturbi; troviamo delle "nervature" fobiche in molti problemi comuni, come il <em>disturbo di panico</em> (che in fin dei conti è un disturbo fobico, in cui cioè è presente un oggetto che viene temuto -in questo caso il panico stesso-, e che è in grado di scatenare reazioni potenti di allarme), il <em>disturbo ossessivo compulsivo</em> (pensiamo per esempio alla fobia di contaminazione), i <em>disturbi post traumatici</em> in cui alcuni elementi del mondo interiore (come i ricordi post traumatici o le <em>flashbulb memories</em>, o alcune parti di sé) divengono oggetti di fobia (che in questo caso viene appunto chiamata<em> fobia degli stati interni</em>). </span><span class="fs11lh1-5 cf1">Osserviamo che l’individuo si abitua a vivere un mondo sempre più piccolo: come in un gioco in soggettiva, alcune aree o zone del suo mondo divengono lentamente oscurate, off-limits, non raggiungibili: la </span><strong class="cf1">zona di comfort</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> sembra l’unica in grado di garantire il </span><strong class="cf1">senso di sicurezza</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> dell’individuo. </span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1">Alcune situazioni però ci fanno riflettere su come funzioni e come si risolva il disturbo fobico. Proviamo a illustrarne alcune con delle vignette cliniche: </span><em class="fs11lh1-5"><span class="fs11lh1-5 cf1">una paziente supera molto rapidamente la sua fobia per il volo quando richiamata nel suo paese di origine da una notizia grave a riguardo di un suo famigliare; </span></em><em class="fs11lh1-5"><span class="fs11lh1-5 cf1">un paziente con disturbo di panico con agorafobia, si trova ad assistere in prima persona a un terremoto: in quel momento emerge in lui una calma serafica, che lo rende perfettamente in grado di aiutare molteplici persone colpite dal cataclisma, come avendo dimenticato il disturbo di panico che prima sembrava così invalidante; </span></em><em class="fs11lh1-5"><span class="fs11lh1-5 cf1">una paziente con fobia di contaminazione, supera la sua paura dopo aver ricevuto una diagnosi negativa poi rivelatasi incorretta, che lo porta a superare in un colpo la maggior parte dei suoi blocchi. </span></em></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1">Queste situazioni cliniche sono tutt'altro che rare, e anzo si presentano frequentemente in concomitanza con i problemi dello “spettro fobico”, portandoci ad alcune osservazioni che riguardano la sua fenomenologia. I</span><span class="fs11lh1-5 cf1">n alcune situazioni si instaura</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><strong class="cf1">tra il disturbo fobico e un altro problema</strong><span class="fs11lh1-5 cf1">, un</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><strong class="cf1">conflitto</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1">che riguarda il</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><strong class="cf1">peso</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1">che quei due problemi rappresentano per il paziente. Sembra esistere cioè un momento in cui il paziente compie implicitamente una</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><strong class="cf1">valutazione sul male minore tra due scelte differenti</strong><span class="fs11lh1-5 cf1">, pur entrambe sofferte: spesso la problematica fobica viene valutata come la meno conveniente in termini di priorità, e bypassata, risolvendosi in modo pressoché totale. Già questo ci dovrebbe far riflettere su come il problema fobico sia un problema “costruito” dal soggetto, in grado di essere superato quando l’ambiente intorno imponga un “cambio di passo”. I</span><span class="fs11lh1-5 cf1">n altre situazioni ancora, alcune forme di fobia sembrano trovare un punto di sblocco quando</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><strong class="cf1">il soggetto accetta il rischio che ciò che teme possa accadere</strong><span class="fs11lh1-5 cf1">. Nell’attesa dell’evento temuto, la portata dell’evento stesso cresce. Ovvero, la</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><strong class="cf1">rappresentazione dell’oggetto fobico</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1">cresce a dismisura fino a divenire per il paziente intollerabile, impossibile anche solo da immaginare. Ci accorgiamo spesso tuttavia di come per alcuni individui arrivi un momento di “</span><strong class="cf1">introiezione del fatalismo</strong><span class="fs11lh1-5 cf1">”, accompagnato da uno stato di de-responsabilizzazione e partendo dal quale diviene possibile affidarsi a quello che succede all’esterno. In quel momento, l’ansia si placa, il soggetto accetta il rischio che ciò che teme possa accadere tornando &nbsp;a contemplarlo tra le opzioni possibili, consentendosi un “passo avanti” al di fuori della consueta zona di comfort. Osserviamo cioè uno sblocco generato, in fin dei conti, dall’</span><strong class="cf1">accettazione di un non-controllo</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1">su ciò che può accadere</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><strong class="cf1">all’esterno,</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1">un affidarsi all’ambiente circostante e al “fato”, verso una posizione appunto più fatalistica. É evidente come da un lato sia necessario per il paziente perdere una quota di controllo, delegando una parte del controllo all’esterno, e insieme contemplare la possibilità di un rischio percepito prima intollerabile, di fatto</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><strong class="cf1">assumendo l’ipotesi di un proprio danno</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1">-se non addirittura della propria morte.</span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1">L'accettazione del rischio, l’assunzione dell’idea di un proprio danno, l’affidarsi all’esterno (come al momento del decollo su un aereo per un paziente che soffra di fobia del volo, nel momento in cui si affida alle capacità del pilota), inducono uno <strong>stato di calma</strong> in cui la <strong>fear response</strong> (lo stato di freezing generato dall'attivazione simpatica del Sistema Nervoso Autonomo) <strong>scompare</strong> o si riduce sensibilmente. </span><span class="fs11lh1-5 cf1">In questo stato di calma, è possibile per il paziente eseguire passi al di fuori della sua zona “sicura”, acquisendo sicurezza e di fatto sbloccandosi. </span><span class="fs11lh1-5 cf1">Per arrivare a questo stato di “calma” indotta dai movimenti psichici prima citati, occorre che il paziente tuttavia si <strong>esponga allo stimolo fobico</strong>, ovvero che lo approcci, gli si avvicini. </span><span class="fs11lh1-5 cf1">La </span><strong class="fs11lh1-5 cf1">terapia espositiva</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> è considerata la terapia più efficace per i disturbi di natura fobica, basandosi su un razionale molto semplice, in fondo: occorre che noi tutti ci si confronti con gli oggetti delle nostre paure, almeno per gradi. Spesso capiterà che, a stretto contatto con essi, si inneschino delle reazioni fisiologiche di natura mentale che produrranno trasformazioni nell'approccio all’oggetto fobico stesso, ri-consegnando al paziente quote di controllo prima impossibili da considerare. </span><span class="fs11lh1-5 cf1">Per spingere il paziente a esporsi allo stimolo, è spesso necessario un </span><strong class="cf1">deus ex machina</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> che si introduca sulla scena del paziente, spingendolo/a ad andare incontro alla sua personale “esposizione”. </span><span class="fs11lh1-5 cf1">Spesso il ruolo del terapeuta è proprio questo, semplicemente: porsi come </span><strong class="cf1">“terzo” polo</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> in grado di spingere il paziente a un progressivo affronto delle sue paure radicate nel tempo. </span><span class="fs11lh1-5 cf1">Vediamo alcune </span><strong class="cf1">caratteristiche della terapie espositiva</strong><span class="fs11lh1-5 cf1">, la ESP.</span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1"><br>Ne abbiamo già scritto <a href="https://www.ilfogliopsichiatrico.it/2019/04/03/3497/" target="_blank" class="imCssLink">qui</a> a proposito dell’uso della realtà virtuale per il movimento di esposizione, che come è logico aspettarsi diventerà uno strumento usato largamente, nel prossimo futuro (in ambito di psicoterapia congitivo comportamentale e non). </span><span class="fs11lh1-5 cf1"><a href="https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/31830494/" target="_blank" class="imCssLink">Questo articolo</a></span><span class="fs11lh1-5 cf1"> offre degli spunti interessanti per capire come mai la terapia espositiva sia stata considerata una </span><strong class="cf1">“prima scelta”</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> nei disturbi fobici. </span><span class="fs11lh1-5 cf1">L’articolo è una</span><strong class="cf1"> review sistematica</strong><span class="fs11lh1-5 cf1">: le review sistematiche prendono in esame (in teoria) tutta la letteratura presente su un dato argomento, mettendola insieme per fare un “punto della situazione”. </span><span class="fs11lh1-5 cf1">Vediamone alcuni aspetti: 1) </span><span class="fs11lh1-5 cf1">questo articolo è da inserire in una cornice teorica cognitivo-comportamentale: la paura di uno stimolo si basa, alla luce di questo modello teorico, su un</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><strong class="cf1">meccanismo di apprendimento</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1">più o meno complesso. Lo stimolo fobico, per diverse ragioni, diviene per l’individuo associato a reazioni di paura: la terapia espositiva tenta di rompere questa associazione stimolo/risposta. Ci sono diversi studi sull'</span><strong class="cf1">apprendimento a prova singola</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1">che sono di estremo interesse anche in ambito di trauma: cos’è il PTSD, d'altronde, se non una forma estrema e complessa di apprendimento (</span><span class="fs11lh1-5 cf1">ne abbiamo scritto <a href="https://www.ilfogliopsichiatrico.it/2020/10/28/4747-2/" target="_blank" class="imCssLink">qui</a>, per chi fosse interessato</span><span class="fs11lh1-5 cf1">)?; 2) </span><span class="fs11lh1-5 cf1">la</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><strong class="cf1">terapia espositiva</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1">è la variante moderna della</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><strong class="cf1">Desensibilizzazione Sistematica</strong><span class="fs11lh1-5 cf1">, ideata negli anni ‘50: l’ulteriore sviluppo consisterà nelle varianti integrate da approcci tecnologici (come appunto la Realtà Virtuale); 3) </span><span class="fs11lh1-5 cf1">gli autori prendono in esame 111 studi, effettuati con soggetti sofferenti di una Fobia Specifica, evidenzando diversi fattori di successo o di insuccesso (stile di coping, aspetto neurofisiologici, caratteristiche della terapia come durata delle sedute e frequenza): quello che per noi è interessante è capire come questi fattori di successo o insuccesso si inseriscano nella cornice del Modello dell Apprendimento Inibitorio di Craske,</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1"><a href="https://www.apc.it/wp-content/uploads/2013/03/02-TOSOETAL-2-2016.pdf" target="_blank" class="imCssLink">qui</a> descritto</span><span class="fs11lh1-5 cf1">, di fatto la</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><strong class="cf1">“punta di diamante”</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1">dell’approccio epositivo al problema della fobie specifiche. Questo modello (approfondito più avanti in questo articolo) vuole non tanto “rompere” associazioni risposta/stimolo attraverso un progressivo esporsi del paziente agli stimoli temuti, ma teorizza una possibile</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><strong class="cf1">“riscrittura” delle associazioni da lui/lei messe in atto, che andranno a sostituirsi alle prime, disfunzionali</strong><span class="fs11lh1-5 cf1">.</span></div><div><strong class="fs11lh1-5 cf1"><br></strong></div><div><strong class="fs11lh1-5 cf1">IL MODELLO DELL’APPRENDIMENTO INIBITORIO DI CRASKE</strong></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1">In <a href="https://www.ilfogliopsichiatrico.it/wp-content/uploads/2021/06/02-TOSOETAL-2-2016.pdf" target="_blank" class="imCssLink">questo articolo</a>, gli autori mettono a confronto il metodo classico su cui si incentra storicamente la terapia espositiva (basato su esercizi di desensibilizzazione sistematica), con un nuovo modo di attuare la terapia espositive -basato sull'apprendimento inibitorio. </span><span class="fs11lh1-5 cf1">La </span><strong class="cf1">terapia espositiva classica,</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> nacque a fine anni ‘50 grazie al lavoro di </span><span class="fs11lh1-5 cf1"><a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Joseph_Wolpe" target="_blank" class="imCssLink">Joseph Wolpe</a></span><span class="fs11lh1-5 cf1">, con appunto l’esercizio di </span><strong class="cf1">desensibilizzazione sistematica</strong><span class="fs11lh1-5 cf1">: se un soggetto aveva appreso a temere le conseguenze di un certo stimolo, presentandogli/le lo stimolo in modo graduale e in un contesto controllato, avrebbe lentamente spento l’associazione originale stimolo/risposta. Sarebbe stato sufficiente per esempio esporre gradualmente un paziente a fotografie e a incontri sempre più ravvicinati con il suo oggetto fobico (per esempio i cani) per produrre uno spegnimento graduale della </span><em class="cf1">fear response</em><span class="fs11lh1-5 cf1">, verso una sua definitiva estinzione. </span><span class="fs11lh1-5 cf1">Nel tempo venne osservato come la risposta fobica fosse dura a morire, e che anzi sembrasse riaccendersi nel tempo, soprattutto quando il soggetto si trovasse in </span><strong class="cf1">contesti differenti e nuovi</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> (a seguito cioè di un “rinnovo contestuale”), e a causa di “eventi avversi improvvisi”. Ovvero: la terapia espositiva classica non sembrava sufficiente. La terapia espositiva classica sembrava inoltre non funzionare su </span><strong class="cf1">pazienti</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> particolarmente </span><strong class="cf1">ansiosi,</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> per i quali non sembrava facile “apprendere” il meccanismo di “estinzione”. </span><span class="fs11lh1-5 cf1">Per questo, gli autori descrivono in questo articolo come il metodo incentrato su l'estinzione sia stato nel tempo radicalizzato, arrivando appunto al </span><strong class="cf1">modello di apprendimento inibitorio</strong><span class="fs11lh1-5 cf1">. </span><span class="fs11lh1-5 cf1">Il razionale su cui si fonda il modello di apprendimento inibitorio, potrebbe essere semplificato in: </span><em class="fs11lh1-5"><strong class="fs11lh1-5 cf1">“non è sufficiente che il soggetto dis-impari ad aver paura de-sensibilizzando: è necessario che il soggetto associ allo stimolo fobico un altro tipo di reazione -neutra- che “sovrascriva” la prima risposta disfunzionale”. </strong></em></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1"><a href="https://www.ilfogliopsichiatrico.it/wp-content/uploads/2021/06/CC19-2-Toso3.pdf" target="_blank" class="imCssLink">Questo articolo</a> ci illustra meglio i punti del modello (che l’autore definisce in grado di regalare una “seconda giovinezza” alle terapie espositive), partendo con le già citate fragilità del modello espositivo classico: 1) </span><span class="fs11lh1-5 cf1">nonostante il tentativo di “sovrascrittura” della nuova associazione stimolo/risposta, la paura sembra tornare in determinate circostanze, come prima accennato (eventi stressanti slegati dalla paura originaria, cambio di contesto che annulla il “potere” della nuova associazione neutra); 2) </span><span class="fs11lh1-5 cf1">negli individui con problematiche di ansia, l'apprendimento inibitorio sembra più difficile, se non impossibile. </span><span class="fs11lh1-5 cf1">A causa di queste fragilità, il modello dell'apprendimento inibitorio in origine pensato da </span><strong class="cf1"><a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Michelle_Craske" target="_blank" class="imCssLink">Michelle Craske</a></strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> e poi sviluppato in altri gruppi di ricerca, tentò di </span><strong class="cf1">potenziarne gli effetti usando 3 strategie complementari</strong><span class="fs11lh1-5 cf1">: </span><strong class="fs11lh1-5"><span class="fs11lh1-5 cf1">strategie comportamentali, </span></strong><strong class="fs11lh1-5"><span class="fs11lh1-5 cf1">strategie farmacologiche, </span></strong><strong class="fs11lh1-5"><span class="fs11lh1-5 cf1">strategie di neuromodulazione.</span></strong></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1"><br></span></div><div><b><span class="fs18lh1-5 cf2">Strategie comportamentali</span></b></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1">Le </span><strong class="cf1">strategie comportamentali</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> rappresentano degli atti di “potenziamento” dell’apprendimento inibitorio, volto a renderlo più stabile nel tempo. L’autore sottolinea come a queste strategie di potenziamento abbia contribuito anche Jodeph LeDoux, probabilmente lo scienziato più noto al mondo in ambito di “paura” e risposte ansioso/fobiche. </span><span class="fs11lh1-5 cf1">Che fare durante la procedura di esposizione per aumentarne gli effetti? Il modello di apprendimento inibitorio prevede di: 1) </span><strong class="cf1">etichettare le emozioni</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1">durante la procedura di esposizione (l’</span><span class="cf1"><span class="fs11lh1-5"><i>affect labeling</i></span><span class="fs11lh1-5"> di cui abbiamo </span><span class="fs11lh1-5"><a href="https://www.ilfogliopsichiatrico.it/2019/09/20/9034/" target="_blank" class="imCssLink">qui</a></span><span class="fs11lh1-5"> già scritto</span></span><span class="fs11lh1-5 cf1">); 2) </span><strong class="cf1">portare al massimo livello il grado di imprevedibilità</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1">l'esposizione agli stimoli temuti (si tenta in altre parole di rendere casuale e più ansiogena la procedura di esposizione in modo da rendere l’estinzione più stabile nel tempo -una procedura definita</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><strong class="cf1">estinzione profonda</strong><span class="fs11lh1-5 cf1">); 3) </span><strong class="cf1">ridurre al minimo i segnali di sicurezza</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1">durante l'esposizione, cosa che interferirebbe col processo di apprendimento riducendo l’ansia (nell’articolo leggiamo “</span><em class="cf1">Comuni comportamenti o segnali di sicurezza per chi soffre di disturbi d’ ansia sono, ad esempio, certi comportamenti di controllo, la presenza di un’altra persona, il terapeuta, il telefono cellulare, i farmaci, bevande varie, etc.</em><span class="fs11lh1-5 cf1">”); 4) </span><strong class="cf1">minimizzare gli interventi cognitivi</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1">durante l’esposizione; ovvero:</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><strong class="cf1">non parlare nè commentare</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1">alcunchè durante l’esposizione, dato che questo potrebbe interferire con la credenza del paziente sulla minaccia, di fatto interferendo sul processo di apprendimento inibitorio. Viene sottolineato dall’autore come Joseph Ledoux arrivi a una conclusione simile nel suo “</span><em class="cf1">Ansia, come il cervello ci aiuta a capirla</em><span class="fs11lh1-5 cf1">”, ma da un punto di vista neurobiologico. Interessante inoltre notare come anche nel protocollo EMDR le parole siano al minimo, per favorire anche qui l’accesso diretto e non mediato del paziente al ricordo/target traumatico (ma in un ambito di psicoterapia differente, probabilmente con razionali e intenzioni diverse); 5) </span><strong class="cf1">variare di frequente la forma dello stimolo</strong><span class="fs11lh1-5 cf1">, dato che “</span><span class="cf1"><i>la variabilità suscita alti livelli di attivazione fisiologica e ansia soggettiva, ostacolando l’abituazione e mantenendo elevate l’attenzione e l’aspettativa di minaccia”;</i><span class="fs11lh1-5"> 6) </span></span><strong class="cf1">variare di frequente il contesto</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1">in cui avviene l’esposizione (“</span><em class="cf1">per ovviare a tale ostacolo l’esposizione dovrebbe essere svolta in ambienti diversi come, ad esempio, da soli o in compagnia, in studio del terapeuta o in luoghi sconosciuti, variando le ore del giorno o i giorni della settimana</em><span class="fs11lh1-5 cf1">”); 7) </span><strong class="cf1">riposare o dormire a seguito dell’esposizione</strong><span class="fs11lh1-5 cf1">, per favorire il consolidamento mnestico (anche qui, elemento sottoscritto da LeDoux, corroborato da molteplici studi di ricerca in ambito neurobiologico); 8) </span><span class="fs11lh1-5 cf1">fare le esposizioni al mattino, per via di un differente panorama neurobiologico interno, relativamente al livello di cortisolo prodotto (più alto al mattino); si veda</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1"><a href="https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/25051297/" target="_blank" class="imCssLink">questo articolo</a>; 9) </span><span class="fs11lh1-5 cf1">lavorare sul</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><strong class="cf1">processo di ri-consolidamento</strong><span class="fs11lh1-5 cf1">. Numerosi studi indicano come la</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><strong class="cf1">memoria sia co-costruita nel momento presente</strong><span class="fs11lh1-5 cf1">; immaginare la memoria come un’attività di ripescaggio da uno stock di ricordi immutabili, è una pia illusione (ne abbiamo parlato a fondo</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1"><a href="http://www.psychiatryonline.it/node/7410" target="_blank" class="imCssLink">qui</a></span><span class="fs11lh1-5 cf1">), fatta eccezione forse per alcuni tipi di ricordi traumatici. La</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><strong class="cf1">memoria è costruita socialmente</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1">e gli stessi ricordi, quando ripescati, vengono consolidati e ri-consolidati di continuo. Per questo, alcuni studi osservarono come persistere nell’esposizione “massiva” nella finestra temporale di ri-consolidamento dei ricordi problematici, desse risultati migliori e più persistenti (si trattava dunque di eseguire la procedura espositiva</span><strong class="cf1"> da 10 minuti a 6 ore dalla prima esposizione</strong><span class="fs11lh1-5 cf1">, con funzione di trigger). Si veda anche</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1"><a href="https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/24028957/" target="_blank" class="imCssLink">qui</a></span><span class="fs11lh1-5 cf1">.</span></div><div><br></div><div><div><b><span class="fs18lh1-5 cf2">Strategie farmacologiche</span></b></div></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1">L’autore illustra quindi una serie di <strong>interventi farmacologici</strong> in teoria funzionali a “potenziare” l'effetto dell’esposizione, attraverso diversi meccanismi di funzionamento, dall’uso del Cortisolo alla L-Dopa, fino all’uso dell'Ossitocina e della Cannabis. Si tratterebbe di integrare alla terapia espositiva l’uso di un farmaco che “favorisca” il consolidamento delle nuove memorie, funzionali a sostituirsi a quelle “fobiche”. L’<strong>integrazione psicoterapia/farmaco in sede di colloquio clinico</strong> appare una prassi d’avanguardia, come gli studi sull’uso dell’MDMA per il PTSD ci raccontano ormai ampiamente. &nbsp;Si veda l’articolo per un approfondimento su questi aspetti.</span></div><div><br></div><div><div><b><span class="fs18lh1-5 cf2">Strategie di neuromodulazione</span></b></div></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1">Per quanto riguarda le <strong>strategie di neuromodulazione</strong>, ne conosciamo 3. L’obiettivo sembra essere, anche in questo caso, potenziare il momento dell’esposizione intervenendo direttamente sul cervello, attraverso diverse vie. Al momento sono state studiate tre modalità: </span><strong><span class="cf2">stimolazione cerebrale profonda</span></strong><span class="fs11lh1-5 cf1">: prevede l'erogazione di impulsi elettrici attraverso elettrodi impiantati nelle regioni profonde del cervello. Ha attirato un certo interesse per le pubblicazioni e gli studi inerenti il trattamento di disturbi non facilmente trattabili come il Morbo di Parkinson o forme estreme di DOC; in questo caso la letteratura riporta effetti “massimizzati” quando combinati all’attività di esposizione; </span><strong><span class="cf2">stimolazione magnetica transcranica</span></strong><span class="fs11lh1-5 cf1">: anche qui abbiamo osservato negli ultimi anni un certo interesse a questa pratica soprattutto per particolari problematiche molto resistenti, per esempio la dipendenza da cocaina. Esistono diversi centri in Italia che la praticano, soprattutto in questo ambito, per esempio <a href="https://www.disintossicazione.it/" target="_blank" class="imCssLink">il gruppo di Gallimberti</a></span><span class="fs11lh1-5 cf1">; alcuni studi hanno rilevato come, abbinata alla semplice terapia espositiva, la TMS sembri implementarne gli effetti; </span><strong><span class="cf2">stimolazione del nervo vago</span></strong><span class="fs11lh1-5 cf1">: l’autore cita qui un metodologia molto avanguardisitca e per ora poco usata nè i cui effetti sembrano compresi a fondo, ancora ricercata per lo più in ambito pre-clinico, consistente nell’impianto di un pacemaker sottopelle volto a stimolare il nervo vago sinistro (</span><span class="fs11lh1-5 cf1"><a href="https://academic.oup.com/ijnp/article/16/2/459/624253?login=false" target="_blank" class="imCssLink">qui</a> per approfondire</span><span class="fs11lh1-5 cf1">).</span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1">Al di là delle metodologie di potenziamento della<strong> terapia espositiva</strong>, e dei modelli che sappiano indicarci il suo utilizzo, è importante sottolineare come il suo utilizzo si nasconda nel razionale teorico di molte altre prassi cliniche; pensiamo per esempio <strong>all’EMDR,</strong> che vuole de-sensibilizzare l'individuo all’emergere di memorie traumatiche, di fatto esponendolo ad esse in condizioni di sicurezza, o alle metodologie di visualizzazione come la <a href="https://www.ilfogliopsichiatrico.it/2018/07/09/0006/" target="_blank" class="imCssLink">Moviola di Guidano</a> o le varie forme di imagery. Oppure, parlando di mindfulness, è di nuovo l’esposizione ai contenuti di pensiero disturbanti che consente di distaccarsene, de-sensibilizzandosi ad essi (di nuovo, dunque, una forma di terapia espositiva). </span><span class="fs11lh1-5 cf1"><a href="https://www.youtube.com/watch?v=pKPgFVKVFLA&t=1s&ab_channel=PsychiatryLectures" target="_blank" class="imCssLink">Qui</a> un </span><strong class="cf1">ulteriore approfondimento<span class="fs11lh1-5">.</span></strong></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 26 Dec 2024 12:57:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Impatto dell'esercizio fisico sul PTSD: una review della letteratura]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaele Avico]]></author>
			<category domain="https://popmed.info/blog/index.php?category=Ricerca"><![CDATA[Ricerca]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000000B"><div><em class="fs11lh1-5 cf1">La presente review vuole raccogliere e analizzare l’insieme degli studi a riguardo dell’<strong>influenza sul PTSD della pratica fisica</strong> presenti in letteratura. La portata degli studi attualmente presenti su questo tema inizia a essere consistente, pur non rappresentando ancora un topic sul quale convergano grandi filoni di ricerca scientifica, il che è un male se si consideri quanto il PTSD si ripercuota, in primis, sulla <strong>dimensione corporea umana</strong>, come i grandi studiosi nell’ambito ci insegnano. </em><em class="fs11lh1-5 cf1">In questo articolo verranno elencati e raggruppati gli studi scientifici più rilevanti che abbiano preso in esame quanto il praticare esercizio fisico in modo regolare nel corso di uno stress post-traumatico, possa prevenire il suo cronicizzarsi, e in che modo un lavoro in senso psicoterapeutico debba considerarsi suo necessario complemento. L’obiettivo del presente lavoro è quello di sensibilizzare il lettore a riguardo di quanto il <strong>canale corporeo</strong> debba considerarsi in posizione primaria e centrale, nella presa in carico di un PTSD da parte del personale curante, ponendo l’accento sulla possibilità di intervenire anche attraverso una pratica quotidiana fisica che si integri a un approccio psicoterapeutico.</em></div><div><em class="fs11lh1-5 cf1"><br></em></div><div><strong class="fs20lh1-5 cf2">REVIEW: LA LETTERATURA PRESENTE</strong></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1">La letteratura in ambito psicotraumatologico che riporta dati rigorosi che attestino l’impatto dell’attività fisica sul PTSD, è in espansione ma ancora poco consistente in termini di protocolli standard e linee guida dettagliate su cosa possa giovare a pazienti affetti da PTSD conclamato.</span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1">È noto l’impatto del PTSD sul corpo, evidenziato in molteplici studi su riviste di grande autorevolezza in senso scientifico, e ben spiegato nel lavoro di studiosi nell’ambito che tracciano la via della psicotraumatologia del presente, come il conosciuto <em><strong>The body keeps the score</strong></em> di Bessel Van Der Kolk. </span><span class="fs11lh1-5 cf1">Alcune riviste maggiori, come l’American Journal of Psychiatry o il Journal of Clinical Psychology, fanno riferimento a studi molto recenti condotti su pazienti affetti da PTSD attraverso l’applicazione di protocolli standardizzati di esercizi inerenti il corpo: emerge l’importanza generica di effettuare attività fisica di natura aerobica e mirata a sviluppare “resistenza muscolare”, al fine di mitigare gli effetti somatici del PTSD.</span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1">Qui di seguito i<strong> contributi maggiori e più importanti</strong>, elencati in ordine cronologico:</span></div><div><strong class="fs11lh1-5 cf1"><br></strong></div><div><strong class="fs20lh1-5 cf2">1</strong></div><div><strong class="fs11lh1-5 cf1">Fetzner &amp; Asmundson</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> (2014) vollero indagare i benefici di una regolare attività fisica di tipo aerobico (nello specifico si trattava qui di 6 sessioni di attività aerobica della durata di 20 minuti su due settimane, quindi tre sessioni settimanali di 20 minuti) su un campione di 33 persone affette da PTSD. Gli sperimentatori divisero il gruppo in 3 diverse sotto-popolazioni: alla prima di queste, durante gli esercizi, venne sottoposta una “distrazione cognitiva” con l’obiettivo di indurre i soggetti a concentrarsi su qualcos’altro che non fosse l’esercizio stesso o il loro corpo; nel secondo gruppo, invece, gli si propose un lavoro di focusing sugli aspetti interocettivi (focalizzarsi sulle sensazioni interne collegate all’esercizio stesso); nel terzo gruppo, infine, venne semplicemente richiesto loro di dedicarsi all’attività fisica in corso. L’obiettivo era cercare di capire in che modo una batteria di esercizi standardizzata e regolare su un gruppo eterogeneo di pazienti affetti da PTSD, avrebbe impattato sui sintomi, e in che modo: in particolare, attraverso il lavoro per mezzo del focusing “interocettivo”, </span><strong class="fs11lh1-5 cf1">volevano essere indagate le cause</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> del beneficio sul PTSD, e non solo la presenza del beneficio stesso. I risultati tuttavia trovarono poche, se non nessuna, differenze tra i diversi sottogruppi, il che poteva far pensare che esistessero dei fattori comuni ai diversi gruppi che producessero beneficio sul PTSD per mezzo del lavoro aerobico. In particolare, i ricercatori sottolinearono come l’esercizio, in generale, potesse aver favorito un processo di “</span><strong class="fs11lh1-5 cf1">esposizione interocettiva</strong><span class="fs11lh1-5 cf1">”, aver cioè promosso un </span><strong class="fs11lh1-5 cf1">confronto attivo</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> con le sensazione corporee prodotte dall’esercizio fisico. Come sappiamo, una delle difficoltà -se non la difficoltà principale- nel management del PTSD, è gestire l’</span><strong class="fs11lh1-5 cf1">attivazione somatica</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> in conseguenza dell’emergere alla coscienza dei vissuti traumatici. In questo senso, confrontarsi con le sensazioni somatiche indotte da un esercizio regolare di natura aerobica, potrebbe configurarsi come un esercizio attivo di esposizione a ciò che dal corpo arriva, indipendentemente da quanta attenzione vi si dedichi.</span></div><div><strong class="fs11lh1-5 cf1"><br></strong></div><div><span style="font-weight: 700;" class="fs20lh1-5 cf2">2</span></div><div><strong class="fs11lh1-5 cf1">Rosenbaum et al.</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> (2014) su Acta Psychiatrica Scandinavica, pubblicarono uno studio randomizzato che indagava la differenza tra due tipologie di trattamento (con o senza esercizio fisico) proposto a un gruppo di 81 pazienti con PTSD primario (diagnosticato seguendo i criteri del DSM IV, escludendo i casi in cui sarebbe stato meglio parlare di trauma complesso e gli individui affetti da patologiche croniche a livello fisico che avrebbero confuso il processo di analisi); le conclusioni evidenziarono un miglioramento maggiore tra chi trattato anche con l’ausilio di esercizio fisico (in questo caso 30’ di cardio-fitness a settimana fatti nel contesto dell’ospedale, due sessioni da effettuare a casa e un programma controllato di camminata minima -fino a 10000 passi- da fare al giorno per ogni soggetto).</span></div><div><strong class="fs11lh1-5 cf1"><br></strong></div><div><span style="font-weight: 700;" class="fs20lh1-5 cf2">3</span></div><div><strong class="fs11lh1-5 cf1">Vancampfort et al.</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> (2016) misero in evidenza attraverso una review (su un campione di circa 1400 persone colpite da PTSD) una correlazione tra iperarousal e attività fisica, concludendo con una riflessione a proposito della possibilità che uno degli effetti benefici del pratica attività fisica in concomitanza di un PTSD fosse proprio il processo di abituazione, per le vittime, agli stati di iperarousal, maggiormente tollerati e gestiti proprio grazie allo svolgimento di attività fisica regolare.</span></div><div><strong class="fs11lh1-5 cf1"><br></strong></div><div><span style="font-weight: 700;" class="fs20lh1-5 cf2">4</span></div><div><strong class="fs11lh1-5 cf1">Wolf Mehling et al.</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> (2017), su Journal of Clinical Psychology, osservarono come in un campione di 47 veterani di guerra a cui sottoposero un training di esercizi fisici per un periodo di 12 settimane, insieme a delle tecniche mutuate dalle pratiche mindfulness, gli effetti disregolanti degli stati di iperarousal tipici della condizione di PTSD tendessero a diminuire, consentendo un miglioramento della qualità della vita.</span></div><div><strong class="fs11lh1-5 cf1"><br></strong></div><div><span style="font-weight: 700;" class="fs20lh1-5 cf2">5</span></div><div><strong class="fs11lh1-5 cf1">Vancampfort et al. </strong><span class="fs11lh1-5 cf1">(2017) pubblicarono una meta-analisi effettuata prendendo in esame 5 studi per un totale di 192 pazienti affetti da PTSD a cui fosse stata proposta una riabilitazione psicoterapica integrata a un intervento tramite esercizio fisico; gli autori evidenziarono la presenza di sicuri benefici psico-fisici e una riduzione dei sintomi di iperarousal ed evitamento, arrivando a fine articolo a suggerire genericamente l’adozione di “2 sessioni settimanali di resistence-training insieme a un 150’ di esercizio moderato o 75’ di esercizio vigoroso a settimana diviso in più sessioni”.</span></div><div><strong class="fs11lh1-5 cf1"><br></strong></div><div><span style="font-weight: 700;" class="fs20lh1-5 cf2">6</span></div><div><strong class="fs11lh1-5 cf1">Oppizzi e Umberger</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> (2018) eseguirono una approfondita meta-analisi del materiale presente in letteratura, pubblicando </span><strong class="fs11lh1-5 cf1">uno dei più completi contributi, al momento, relativo al tema</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> “impatto dell’attività fisica sul PTSD”; i punti cardine di questa meta-analisi potrebbero essere sintetizzati in </span><strong class="fs11lh1-5 cf1">a)</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> maggior impatto sul PTSD di un’attività fisica di tipo aerobico come camminata veloce, salto alla corda, jogging, bicicletta </span><strong class="fs11lh1-5 cf1">b)</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> crescenti evidenze di un potente effetto benefico della pratica Yoga sui sintomi del PTSD </span><strong class="fs11lh1-5 cf1">c)</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> importanza di una pratica costante dei training fisici e </span><strong class="fs11lh1-5 cf1">d)</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> centralità della qualità del sonno migliorata dall’attività fisica come elemento terapeutico nei confronti del PTSD. Vennero inoltre proposte alcune ipotesi a riguardo dei meccanismi sottesi al beneficio prodotto dalla pratica fisica sul PTSD: a) </span><strong class="fs11lh1-5 cf1">ipotesi espositiva</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> (l’attività fisica ragionata consentirebbe a chi soffre di PTSD di famigliarizzare lentamente con le sensazioni somatiche innescate dalle memorie traumatiche), b)</span><strong class="fs11lh1-5 cf1"> ipotesi regolativa</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> (l’attività fisica consentirebbe di far diminuire gli stati di iperarousal e di fuoriuscire da quelli di ipoarousal) e c) </span><strong class="fs11lh1-5 cf1">ipotesi fisiologica</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> (regolazione degli ormoni rilasciati dallo stress post-traumatico, liberazione di endorfine, aumentato fattore neurotrofico cerebrale)</span></div><div><strong class="fs11lh1-5 cf1"><br></strong></div><div><span style="font-weight: 700;" class="fs20lh1-5 cf2">7</span></div><div><strong class="fs11lh1-5 cf1">Hegberg et al.</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> (2019) esplorarono in una completa review gli articoli che si occupavano della correlazione tra uso di esercizi solo aerobici (escludendo quindi lo Yoga, per esempio, e altre pratiche) e livello di PTSD, prendendo in esame 19 studi eseguiti su soggetti diagnosticati PTSD. I risultati dimostrarono un’evidente associazione tra svolgimento di attività </span><strong class="fs11lh1-5 cf1">aerobiche</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> e diminuzione dei sintomi di PTSD: gli autori invitarono tuttavia alla produzione di ulteriore ricerca (attraverso studi di tipo RCT) al fine di valutare una possibile causalità tra i due eventi. Questo articolo ha il pregio di strutturare in modo puntuale una serie di ipotesi a riguardo dei meccanismi d’azione dell’attività fisica in termini di benefici sul PTSD. </span><span class="fs11lh1-5 cf1">In particolare, gli autori citarono: 1) </span><em class="fs11lh1-5 cf1">desensibilizzazione ed esposizione</em><span class="fs11lh1-5 cf1">: è possibile che esporre il proprio corpo a esercizi di natura aerobica anche vigorosa, elicitando una condizione di iperarousal, predisponga il soggetto a interpretare quella stessa alterazione fisiologica come non-patologica in contesti di non-esercizio (per esempio, nel caso di una forte tachicardia ottenuta per via di un esercizio vigoroso, quella stessa tachicardia sarebbe stata idealmente interpretata in seguito come meno pericolosa anche nella vita “reale”); 2) </span><em class="fs11lh1-5 cf1">cognitive impairment</em><span class="fs11lh1-5 cf1">: gli autori notarono come non esistessero studi che mettessero in correlazione esercizio fisico e migliori performance cognitive in soggetti colpiti da PTSD. Tuttavia, una robusta quantità di studi inerenti il miglioramento di alcune funzioni cognitive nell’anziano (in particolare funzioni esecutive e memoria episodica) lasciava supporre che gli stessi miglioramenti sarebbero stati riscontrati nei soggetti colpiti da PTSD, anche in età più giovanile (laddove nel PTSD erano quelle stesse funzioni cognitive a essere maggiormente compromesse: memoria episodica e funzioni esecutive); 3) </span><em class="fs11lh1-5 cf1">impatto anatomico e alterazione delle strutture cerebrali</em><span class="fs11lh1-5 cf1">: anche in questo caso, gli autori evidenziarono come non esistessero al momento della pubblicazione studi che osservassero la morfologia (variata o meno) di zone specifiche del cervello a seguito di un periodo trascorso effettuando training specifici di esercizi; tuttavia, notarono come molti studi evidenziassero un impatto positivo dell’esercizio aerobico e del “fitness cardio-respiratorio” sulla morfologia di molte zone cerebrali in pazienti anziani – le stesse zone osservate alterate a seguito dello sviluppo di PTSD; 4) </span><span class="fs11lh1-5 cf1">Gli studi a riguardo dell’</span><em class="fs11lh1-5 cf1">asse ipotalamo-ipofisi-surrene </em><span class="fs11lh1-5 cf1">(HPA) in soggetti sani, dimostrano come l’attività fisica tenda a regolarizzarne il funzionamento: gli autori dell’articolo proposero che un simile effetto benefico, potesse giovare sul funzionamento di quest’asse anche in soggetti colpiti da PTSD. In questa popolazione infatti, si era osservato come lo stress post-traumatico “toccasse” il circuito HPA in risposta allo stress post-traumatico per via di un’alterazione del suo meccanismo di feedback; gli autori fecero notare tuttavia che studi sull’asse HPA in correlazione al PTSD sembravano troppo poco numerosi per fornire dati sicuri da cui trarre conclusioni in tema; 5) </span><span class="fs11lh1-5 cf1">Infine, gli autori osservarono come molteplici evidenze in letteratura si riferissero alla correlazione esistente tra alterazioni del sistema immunitario e la presenza di stress prolungato, in particolare in relazione al concetto di </span><em class="fs11lh1-5 cf1">infiammazione</em><span class="fs11lh1-5 cf1">; in letteratura infatti è presente una letteratura ampia a proposito degli effetti de-infiammatori dell’attività fisica, con ricadute benefiche su vari aspetti della vita dell’individuo tra cui la qualità del sonno. Gli autori notarono come il sonno sia da ritenersi primariamente coinvolto nella risoluzione di un PTSD, dato che nel corso del suo svolgimento vengono svolte importanti operazioni di elaborazione del dato mnestico (cognitivizzazione) (Pagani et al., 2017)</span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1"><br></span></div><div><strong class="fs20lh1-5 cf2">ASPETTI NEUROCOGNITIVI E NEUROFISIOLOGICI: ALCUNE IPOTESI SPECULATIVE</strong></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1">Il lavoro di Hegberg et al., rappresenta il <strong>contributo al momento più completo in letteratura</strong>; in termini generali, come in esso viene esplicato, esistono diverse teorie a riguardo dei meccanismi che rendono l’attività fisica aerobica uno strumento potenzialmente in grado di integrarsi al trattamento standard per il PTSD, che potrebbero essere ascritte a 4 ipotesi/punti-cardine:</span></div><div><br></div><div><strong class="fs11lh1-5 cf2">IPOTESI DELL’AUTOREGOLAZIONE</strong></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1">Usare il corpo a fini regolativi è da considerarsi una </span><strong class="fs11lh1-5 cf1">strategia di mastery</strong><span class="fs11lh1-5 cf1">, dove per strategia di mastery intendiamo un comportamento attivo che promuova il recupero dello stato di “padronanza” in termini di regolazione emotiva, quando questa fosse andata perduta. Esistono diverse modalità di recupero della mastery: il corpo rappresenta un modo primitivo, ma spesso efficace, di rientrare nei ranghi di <a href="https://www.google.com/search?client=firefox-b-d&q=finestra+di+toleranza" target="_blank" class="imCssLink">quella che Daniel Siegel chiama “finestra di tolleranza”</a>. Svolgere attività fisica, consente di placare stati di disregolazione neurofisiologica quando questi siano eccessivamente tendenti verso l’alto (iperarousal) oppure di promuovere un “ritorno alla vita” quando ci si senta affossati entro stati di disattivazione apparentemente invincibile (ipoarousal). Sappiamo che il PTSD produce disregolazioni in senso sia di iperarousal, che di ipoarousal.</span></div><div><strong class="fs11lh1-5 cf1"><br></strong></div><div><strong class="fs11lh1-5 cf2">IL CORPO DISSIPA IL TRAUMA</strong></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1">Questa espressione mutuata dal lavoro di uno dei riferimenti mondiali per l’approccio somatico al trauma, </span><strong class="fs11lh1-5 cf1">Peter Levine</strong><span class="fs11lh1-5 cf1">, esprime il senso di lasciare andare via il vissuto traumatico per via corporea. Gli studi di </span><strong class="fs11lh1-5 cf1">Pat Ogden</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> (allieva dello stesso Levine) si focalizzano sulla questione relativa allo sviluppo e alla realizzazione delle “tendenze all’azione” bloccate nel corso e in seguito al trauma. Levine si pone sulla stessa linea, arrivando da un lungo studio del trauma in senso neurobiologico ed etologico, attraverso l’osservazione gli animali. </span><span class="fs11lh1-5 cf1">Gli animali, quando non provenienti da storie di sviluppo traumatico, rispondono al singolo trauma in modo più efficace, “scrollandolo” via dal corpo e ripristinando per via corporea lo stato -neurofisiologico- antecedente il trauma stesso. L’uomo non sempre è in grado di fare questo: nonostante la sostanziale sovrapponibilità interspecifica delle parti più antiche del cervello osservabile negli animali vertebrati, il sistema nervoso umano è dotato di alcuni potenti strumenti di memorizzazione e problematizzazione della realtà esperita, che paradossalmente conducono a una memorizzazione eccessiva e distorta del trauma stesso. </span><span class="fs11lh1-5 cf1">Levine in questo senso parla di un eccesso di “energia” fisica che, non potendo svilupparsi in senso biologico a causa dello stato di profonda impotenza sperimentato durante il trauma, rimane nel corpo e lo perturba (stress post-traumatico): questo aspetto della teoria di Levine precede ed è assimilabile alla già citata idea di “tendenze all’azione” usata da Pat Ogden, tendenze all’azione che dovranno essere idealmente “scaricate” per via sensomotoria, quindi attraverso il corpo (primo veicolo e naturale sede dei movimenti di fuga/attacco elicitati dalla minaccia), con alcune sfumature semantiche (Pat Ogden parla di tendenze all’azione come di un movimento più finalizzato, Levine di un troppo pieno che vuole essere scaricato). </span><span class="fs11lh1-5 cf1">Lo sport, in questo caso, potrebbe essere pensato come veicolo di scarico di tendenze all’azione maturate durante il trauma. Sempre Levine, descrive come uno degli effetti somatici del PTSD siano tremori, eccessiva sudorazione, mani fredde: dal suo punto di vista segni medici di questo tipo ci racconterebbero di una risposta autonoma del sistema nervoso centrale bloccato in una anormale, protratta modalità di “difesa” in previsione di un ipotetico, futuro nuovo momento traumatico. Levine, e con lui altri studiosi dell’ambito, interpreta questi segni e sintomi come “spie” corporee di qualcosa che necessita di essere evacuato o appunto dissipato (per esempio una forte rabbia che non è riuscita a esprimersi, una fuga impossibile rimasta intrappolata nel corpo). </span><span class="fs11lh1-5 cf1">Se per esempio osserviamo un animale bloccato in una condizione di freezing, e lo osserviamo fuoriuscirne, vedremo che l’animale scarica attraverso il tremore lo stato di freezing stesso: alcuni animali -come gli orsi- tremano tendenzialmente di più (sono sconquassati da forti tremori che poi si placano), altri meno. Il tremore rappresenta una risposta naturale funzionale a dissipare il terrore e l’ansia: alcune scuole di psicoterapia (afferenti, anche se non direttamente, alla scuola di pensiero della psicoterapia sensomotoria) ne prescrivono l’autoinduzione in modo volontario come strumento per scaricare il corpo. Quello che sembra essere necessario, in effetti, in natura, è che il processo di “scarico della paura” a seguito di un forte shock o trauma, avvenga in modo completo, fino in fondo. </span><span class="fs11lh1-5 cf1">Sappiamo che il comportamento animale ricapitola, in un certo senso semplificato, il nostro stesso comportamento, e che a volte dall’osservazione degli animali possiamo imparare ciò che difficilmente riusciamo a osservare in noi. Il lavoro fatto da Peter Levine ci insegna che il corpo, a seguito di una forte attivazione, deve scaricarsi: lo sport, in questo senso, fornisce un contenitore ideale e modulato/modulabile, al fine di esprimere con successo queste tendenze bloccate. </span><span class="fs11lh1-5 cf1">Una sequenza ideale sarebbe quella che dallo stato di immobilità porta, attraverso la corsa, al recupero di una condizione di empowerment (senso di potere). Il razionale dell’utilizzo dello strumento “corsa” sarebbe in questo caso lo sviluppo e il compimento della tendenza di attacco/fuga, rimasta congelata al momento del trauma (Levine, molto efficacemente, spiega come per creare il trauma debbano associarsi immobilità e paura: in senso clinico occorrerà dissociare e risolvere questi due aspetti dell’esperienza di vita del paziente, per liberarlo dalla trappola creata dal post-trauma). <a href="https://www.stateofmind.it/2019/04/somatic-experiencing-peter-levine/" target="_blank" class="imCssLink">Qui</a> un approfondimento su questi aspetti.</span></div><div><strong class="fs11lh1-5 cf1"><br></strong></div><div><strong class="fs11lh1-5 cf2">TERAPIA ESPOSITIVA INTEROCETTIVA</strong></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1">La terapia espositiva fonda il suo razionale sul concetto di </span><strong class="fs11lh1-5 cf1">rehearsal</strong><span class="fs11lh1-5 cf1">, cioè di reiterazione e abituazione, il che la rende uno strumento di coping efficace nei casi in cui la tendenza sarebbe invece quella di “evitare”. Ripetere un discorso da fare in pubblico, frequentare luoghi percepiti come pericolosi per poi abituarvisi, dedicarsi alla lettura di stati interiori di paura e terrore, sono appunto esempi di strategie espositive usate per rendere meno “attivanti” quegli stessi stimoli, interiori o esteriori che siano. </span><span class="fs11lh1-5 cf1">Una delle conseguenze del PTSD è il protrarsi dell’evitamento interiore ed esteriore di tutto ciò che concerne il trauma e il contesto in cui questo avvenne: parliamo di “</span><em class="fs11lh1-5 cf1">fobia degli stati interni</em><span class="fs11lh1-5 cf1">” per indicare il risultato di un evitamento totale, da parte dell’individuo, di ciò che potrebbe elicitare una riattivazione corporea disregolata (vengono evitati i trigger interni -pensieri, immagini- che scatenerebbero, nuovamente, l’accesso traumatico). Svolgere attività fisica consentirebbe secondo questa ipotesi di riappropriarsi di un senso di maggiore controllo, tramite esposizione ed abituazione, sulle sensazioni corporee indotte da attività fisica regolare.</span></div><div><strong class="fs11lh1-5 cf1"><br></strong></div><div><strong class="fs11lh1-5 cf2">EFFETTO ANTIDEPRESSIVO E ANSIOLITICO DELL’ESERCIZIO FISICO</strong></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1">Molteplici studi hanno valutato, e dimostrato, l’impatto positivo dell’esercizio fisico su sintomi di natura depressiva e ansiosa ingenerati da molteplici, diverse storie di vita. Se consideriamo la <a href="https://www.ilfogliopsichiatrico.it/2018/02/27/0038/" target="_blank" class="imCssLink">teoria a “network” dei disturbi mentali</a>, promossa da Denny Borsboom, secondo cui i sintomi psicopatologici sarebbero da considerarsi come orizzontalmente presenti sulla scena psicologica dell’individuo, connessi e interdipendenti gli uni dagli altri, potremo considerare come l’impatto dell’attività fisica sul PTSD possa avvenire in modo anche </span><strong class="fs11lh1-5 cf1">indiretto</strong><span class="fs11lh1-5 cf1">, andando cioè a colpire alcuni dei sintomi collaterali dello stress post-traumatico stesso come l’insonnia grave, o l’ansia generalizzata. Consideriamo per esempio come migliorando la qualità del sonno, si migliorino in generale le prestazioni cognitive di un individuo affetto da PTSD, impegnato quotidianamente nel fronteggiare la gestione del disturbo. Non va dimenticato che lo stress post-traumatico si gioca su un costante lavoro di adeguamento a una realtà percepita come minacciosa: fronteggiarla in uno stato di prostrazione da carenza di sonno, la rende oltremodo allarmante (già Pierre Janet descriveva come in una condizione di “stanchezza psichica” fosse più facile, per un evento potenzialmente traumatico, radicarsi in profondità nella mente dell’individuo che ne fosse vittima). Lo stesso potremmo dire per il vissuto depressivo da “esaurimento”: procurare sbilanciamenti o innalzamenti del tono umorale per via corporea (per esempio stimolando la produzione di endorfine a seguito di una sessione di esercizio aerobico protratto), andrebbe considerato come un tentativo di migliorare la propria qualità della vita, in generale, verso una successiva liberazione dal PTSD primario.</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 26 Dec 2024 11:41:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Psychiatry On Line Italia: 10 rubriche da non perdere!]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaele Avico]]></author>
			<category domain="https://popmed.info/blog/index.php?category=Risorse"><![CDATA[Risorse]]></category>
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			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000000A"><div><span class="fs11lh1-5 cf1">In collaborazione con <strong>Psychiatry On Line</strong>, abbiamo scelto dall’archivio della rivista alcune rubriche meritevoli di essere “poste sotto osservazione”, particolarmente brillanti nei contenuti portati. </span><span class="fs11lh1-5 cf1">Le rubriche della rivista sono dei “</span><strong class="cf1">blog interni</strong><span class="fs11lh1-5 cf1">", verticali su un solo tema, che raccontano dal punto di vista peculiare di quel particolare esperto, sulla “sua” tematica elettiva: raccolgono alcuni dei nomi/gruppi più autorevoli dell’area “psichiatria/psicoterapia” italiana.</span></div><div><strong class="fs11lh1-5 cf1"><br></strong></div><div><span style="font-weight: 700;" class="fs20lh1-5 cf2 ff1"><a href="https://www.psychiatryonline.it/rubriche/cuore-di-tenebra/" target="_blank" class="imCssLink">cuore di tenebra</a></span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1">a cura di Gilberto Di Petta. Non ha bisogno di presentazioni: uno dei più grandi fenomenologi della scena odierna, racconta la quotidianità di un SPDC della periferia napoletana. In assoluto la rubrica più letta su Psychiatry On Line.</span><br></div><div><strong class="cf1"><br></strong></div><div><b class="fs11lh1-5"><span class="fs20lh1-5 cf2 ff1"><a href="http://www.psychiatryonline.it/rubrica/7787" target="_blank" class="imCssLink">non solo Cartesio</a></span></b></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1">a cura di Francesco Bottaccioli. Bottaccioli, socio onorario e fondatore della SIPNEI, approfondisce tematiche relative alla socio-psiconeuroendocrinoimmunologia, dettagliando risultati di ricerca e chiarificando il razionale che sta dietro al lavoro della SIPNEI stessa.</span><br><strong class="cf1"><br></strong></div><div><div><strong class="fs20lh1-5 cf2 ff1"><a href="http://www.psychiatryonline.it/rubrica/7334" target="_blank" class="imCssLink">fast food</a></strong><br></div></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1">a cura di Giovanni Abbate Daga. Il prof. Daga dirige il reparto per i DCA delle Molinette di Torino, considerato un centro d'eccellenza per la gestione dei disturbi alimentari in tutta Italia. In questa rubrica tiene insieme gli aspetti più innovativi relativi alla ricerca, e l'elemento umano necessario a gestire problematiche così complesse.</span><br><strong class="cf1"><br></strong></div><div><span style="font-weight: 700;" class="fs20lh1-5 cf2 ff1"><a href="https://www.psychiatryonline.it/rubrica/4238?page=1" target="_blank" class="imCssLink">la formazione e la cura</a></span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1">Galzigna è stato uno dei fondatori di Psychiatry on Line, epistemologo e fine osservatore della realtà del dibattito scientifico (</span><span class="fs11lh1-5 cf1"><a href="https://www.ilfogliopsichiatrico.it/2018/06/25/0010/" target="_blank" class="imCssLink">qui</a> un approfondimento su un suo lavoro</span><span class="fs11lh1-5 cf1">).</span><br></div><div><strong class="cf1"><br></strong></div><div><span style="font-weight: 700;" class="fs20lh1-5 cf2 ff1"><a href="http://www.psychiatryonline.it/rubrica/7999" target="_blank" class="imCssLink">la psichiatria per bene</a></span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1">Gerardo Favaretto in questa rubrica intervista molti nomi di punta della psichiatria nostrana, e apre un “diario” a proposito dei servizi di salute mentale in corrispondenza della pandemia da Covid19, nella prima metà del 2020.</span><br></div><div><strong class="cf1"><br></strong></div><div><b class="fs11lh1-5"><span class="fs20lh1-5 cf2 ff1"><a href="http://www.psychiatryonline.it/rubrica/4376" target="_blank" class="imCssLink">i medici-gay ed i pazienti LGBT di ogni medico</a></span></b></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1">Abbiamo già citato su POPMed Manlio Converti, che da tempo si spende (e lo fa anche in questa rubrica) per divulgare le tematiche LGBTQIA+, inserendole nella cornice “salute mentale”. Particolarmente interessante vista la preparazione dello stesso Converti.</span><br><strong class="cf1"><br></strong></div><div><span style="font-weight: 700;" class="fs20lh1-5 cf2 ff1"><a href="http://www.psychiatryonline.it/rubrica/7406" target="_blank" class="imCssLink">i porti aperti</a></span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1">Una rubrica che illustra dall’interno il lavoro degli operatori IESA di Collegno. IESA è <a href="https://www.psicologiafenomenologica.it/inserimento-eterofamiliare-psichiatria-iesa/" target="_blank" class="imCssLink">un</a></span><a href="https://www.psicologiafenomenologica.it/inserimento-eterofamiliare-psichiatria-iesa/" target="_blank" class="imCssLink"><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1">servizio di accoglienza per pazienti psichiatrici, nel contesto di famiglie normali</span></a><span class="fs11lh1-5 cf1">, diffuso in tutta Europa e in Italia (ma la rubrica è scritta dal primo nucleo operativo italiano, quello di Collegno appunto).</span><br></div><div><strong class="cf1"><br></strong></div><div><span style="font-weight: 700;" class="fs20lh1-5 cf2 ff1"><a href="http://www.psychiatryonline.it/rubrica/4788" target="_blank" class="imCssLink">riflessioni (in)attuali</a></span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1">Una rubrica (sempre molto aggiornata e attuale) a cura di Sarantis Thanopulos, presidente della Società Psicoanalitica Italiana (SPI).</span><br></div><div><strong class="cf1"><br></strong></div><div><span style="font-weight: 700;" class="fs20lh1-5 cf2 ff1"><a href="http://www.psychiatryonline.it/rubrica/5953" target="_blank" class="imCssLink">psicoanalisi al presente</a></span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1">Una rubrica di Alex Pagliardini (stimato lacanista) su Lacan, ripensato nel modo più attuale possibile. Nutrita e ricca.</span><br></div><div><strong class="cf1"><br></strong></div><div><span style="font-weight: 700;" class="fs20lh1-5 cf2 ff1"><a href="http://www.psychiatryonline.it/rubrica/7849" target="_blank" class="imCssLink">noi due</a></span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1">Una rubrica a proposito dei gruppi di uditori di voci, strumento terapeutico per pazienti "vociferati", che rappresenta una grande risorsa per riconsegnare un senso e un possibile significato al</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><em class="fs11lh1-5 cf1">sintomo voce</em><span class="fs11lh1-5 cf1">. A cura dell’Associazione Italiana Noi e le Voci.</span><br></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1"><a href="https://www.ilfogliopsichiatrico.it/2020/05/02/4646/" target="_blank" class="imCssLink">Qui</a>, infine, alcuni spunti sul materiale video di Psychiatry On Line!</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 26 Dec 2024 11:21:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Lifestyle Psychiatry in breve]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaele Avico]]></author>
			<category domain="https://popmed.info/blog/index.php?category=Ricerca"><![CDATA[Ricerca]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000009"><div><span class="fs11lh1-5 cf1">É del 2020 <a href="https://onlinelibrary.wiley.com/doi/full/10.1002/wps.20773" target="_blank" class="imCssLink">questo articolo</a> uscito per una delle più impattate riviste di psichiatria mondiali, World Psychiatry, a proposito della cosiddetta “<strong>lifestyle psychiatry</strong>”, la psichiatria cioè riguardante lo “<strong>stile di vita</strong>” nel suo senso più ampio. </span><span class="fs11lh1-5 cf1">L’articolo è firmato da molteplici autori provenienti da università diverse, compresa </span><strong class="fs11lh1-5 cf1"><a href="https://www.ilfogliopsichiatrico.it/2021/10/03/5698/" target="_blank" class="imCssLink">Felice Jacka</a></strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> e </span><strong class="fs11lh1-5 cf1">Simon Rosenbaum</strong><span class="fs11lh1-5 cf1">, che con il suo gruppo tenta di integrare l’attività fisica alla psicoterapia nelle sindromi post traumatiche, </span><span class="fs11lh1-5 cf1">di cui abbiamo <a href="https://www.ilfogliopsichiatrico.it/2019/12/30/6687/" target="_blank" class="imCssLink">qui</a> già scritto</span><span class="fs11lh1-5 cf1">.</span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1">Il <strong>lavoro sullo stile di vita</strong> è argomento fortemente promosso da <a href="https://www.google.com/search?client=firefox-b-d&sxsrf=ALeKk01NpYSsODxy_ZWDWcOczvT52gcELw:1627538863559&q=valerio+rosso+stile+di+vita&sa=X&ved=2ahUKEwi36MfezofyAhVFmqQKHTcmB2YQ8ccDegQIFBAD&biw=1920&bih=930&udm=7" target="_blank" class="imCssLink">Valerio Rosso</a>, in Italia, da parecchio tempo. </span><span class="fs11lh1-5 cf1">Tornando all’articolo, in questo caso l’obiettivo era fare una </span><strong class="cf1">meta-review della letteratura esisente</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> a proposito dell’impatto di diversi fattori (</span><strong class="cf1">tabagismo, attività fisica, sonno, dieta</strong><span class="fs11lh1-5 cf1">) sulla salute mentale; furono inclusi una quarantina di studi (</span><span class="fs11lh1-5 cf1"><a href="https://onlinelibrary.wiley.com/doi/full/10.1002/wps.20773#wps20773-tbl-0001" target="_blank" class="imCssLink">questi</a></span><span class="fs11lh1-5 cf1">) a partire da una ricerca iniziale a dir poco imponente nella sua rigorosità, con alcune osservazioni interessanti relativi ai comportamenti “chiave” da adottare come prevenzione allo sviluppo di patologia psichiatrica. </span><span class="fs11lh1-5 cf1">In breve: 1) </span><span class="fs11lh1-5 cf1">alcune condotte</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><strong class="cf1">aumentano il rischio</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1">di sviluppare patologie psichiatriche di vario tipo (scarsa qualità del sonno, tabagismo, sedentarietà, assenza di attività fisica, dieta sbilanciata); 2) </span><span class="fs11lh1-5 cf1">alcune condotte mostrano invece</span><strong class="cf1"> conseguenze positive</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1">dirette sullo stato psicopatologico dei soggetti coinvolti, in particolare l’esecuzione di attività fisica in soggetti colpiti da depressione moderata e disturbi d’ansia.</span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1">Gli autori identificano <strong>quattro “strumenti”</strong> da usare per lavorare in modo “bottom-up” per così dire, partendo dunque <strong>dal comportamento per arrivare alla mente</strong>, sul proprio stato di salute mentale: la <strong>dieta,</strong> l’<strong>attività fisica</strong>, la <strong>cessazione del tabagismo</strong> e la <strong>qualità del sonno</strong>. </span><span class="fs11lh1-5 cf1">Concludono osservando come l’</span><strong class="cf1">attività fisica</strong><span class="fs11lh1-5 cf1">, tra i diversi “modi”, sembri essere la</span><strong class="cf1"> più studiata </strong><span class="fs11lh1-5 cf1">e la più</span><strong class="cf1"> consigliata modalità </strong><span class="fs11lh1-5 cf1">per contrastare l’insorgenza e il mantenimento di alcune patologie psichiatriche comuni come depressione moderata e ansia nelle sue varie forme: “</span><em class="cf1">From the literature to date, physical activity emerges as the most widely researched lifestyle factor.</em><span class="fs11lh1-5 cf1">”. </span><span class="fs11lh1-5 cf1">In particolare parliamo qui di </span><strong class="cf1">attività aerobica</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> e di</span><strong class="cf1"> fitness cardiorespiratorio</strong><span class="fs11lh1-5 cf1">, con però una nota su altre forme di attività fisica, inerenti lo sviluppo di “forza”:</span><em class="fs11lh1-5 cf1">“Current recommendations pertain largely to aerobic activity and cardiorespiratory fitness as the focus of exercise interventions, as the majority of observational and interventional research in this area has focused on overall physical activity levels. While this is well-supported by the literature (with growing evidence of cardiorespiratory fitness itself reducing risk of psychiatric disorders), it should also be noted that there is now some evidence that muscular strength and resistance training also are protective against mental illness, even independently of general physical activity.“</em></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1">Se immaginiamo una gerarchia tra i diversi comportamenti salutari presi in considerazione dalla meta-analisi in questione, <strong>attività fisica</strong> e <strong>qualità del sonno</strong> emergono come prioritari e maggiormente necessari qualora si vogliano cambiare abitudini di vita in funzione di una migliore salute mentale raggiunta. Meno evidenze, pur presenti, le troviamo per dieta e tabagismo. </span><span class="fs11lh1-5 cf1">Per quanto riguarda i meccanismi neurobiologici di base che ci aiutino a spiegare le cause di un impatto così potente dei fattori “chiave” inerenti lo stile di vita sulla salute mentali (di nuovo: tabagismo, dieta, sonno, attività sportiva), gli autori citano: 1) </span><span class="cf1"><b><span class="fs11lh1-5"><a href="https://www.nature.com/articles/s41398-019-0570-y" target="_blank" class="imCssLink">infiammazione</a></span></b><span class="fs11lh1-5">; 2) </span></span><strong class="cf1">triangolo stile di vita/microbiota/cervello</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1">(seppur si parli qui di un’area di ricerca ai suoi “primordi”); 3) </span><strong class="cf1">effetti secondari di stili di vita errati</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1">(come una dieta scorretta che rende l’inviduo obeso, con conseguenze sul piano sociale e quindi personale dell’individuo); le aree di vita di un individuo, dovrebbero essere d’altra parte considerate interconnesse, entro una logica complessa, tutte inter-relate (si veda su questo il lavoro di Denny Borsboom che</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1">abbiamo <a href="https://www.ilfogliopsichiatrico.it/2020/01/17/teoria-dei-sistemi-complessi-psicopatologia-denny-borsboom/" target="_blank" class="imCssLink">qui</a> descritto</span><span class="fs11lh1-5 cf1">)</span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1">Su “stile di vita” e salute mentale da segnalare anche <a href="https://www.ilfogliopsichiatrico.it/wp-content/uploads/2021/07/EBOOK-AISTED-VOLUME-2-Stabilizzazione_0.pdf" target="_blank" class="imCssLink">il </a></span><a href="https://www.ilfogliopsichiatrico.it/wp-content/uploads/2021/07/EBOOK-AISTED-VOLUME-2-Stabilizzazione_0.pdf" target="_blank" class="imCssLink"><span class="fs11lh1-5 cf1">contributo di</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><strong class="cf1">Donatella Masante</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1">su questo Ebook a cura di</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><strong class="cf1">Aisted</strong></a><span class="fs11lh1-5 cf1">, con approfondimenti mirati a proposito dei quattro fattori inerenti lo stile di vita connessi alla salute mentale prima segnalati.</span><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 26 Dec 2024 11:09:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Psiconutrizione: alcuni spunti]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaele Avico]]></author>
			<category domain="https://popmed.info/blog/index.php?category=Ricerca"><![CDATA[Ricerca]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000008"><div><span class="fs11lh1-5 cf1">Quali sono le conseguenze di un’<strong>alimentazione bilanciata</strong> sullo stato di benessere psichico di un individuo? Oppure, più semplicemente: alcuni cibi sono in grado di influire sullo stato di benessere psichico? </span><span class="fs11lh1-5 cf1">Parliamo in questo caso di </span><strong class="fs11lh1-5 cf1">psiconutrizione,</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> un’area medica che intende indagare l’</span><strong class="fs11lh1-5 cf1">influenza dell’alimentazione sulla psiche</strong><span class="fs11lh1-5 cf1">. </span><span class="fs11lh1-5 cf1">Per approfondire questi aspetti prendiamo come fonte di riferimento il lavoro di </span><strong class="fs11lh1-5 cf1">Felice Jacka</strong><span class="fs11lh1-5 cf1">, una ricercatrice australiana che con il suo gruppo di lavoro ha fondato il centro </span><strong class="fs11lh1-5 cf1"><a href="https://foodandmoodcentre.com.au/" target="_blank" class="imCssLink">Food and Mood</a></strong><span class="fs11lh1-5 cf1">, dedicato proprio alla studio degli </span><strong class="fs11lh1-5 cf1">effetti dell’alimentazione</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><strong class="fs11lh1-5 cf1">sull’umore e altri aspetti della psicologia di un individuo</strong><span class="fs11lh1-5 cf1">.</span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1">Vorremmo cercare con questo articolo di sintetizzare le scoperte più recenti in questo ambito, partendo dal sito della Jacka, di cui sintetizzeremo i punti più interessanti. </span><span class="fs11lh1-5 cf1">Il gruppo di lavoro del </span><strong class="cf1">Food and Mood center</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> ha <a href="https://foodandmoodcentre.com.au/blog/" target="_blank" class="imCssLink">un blog</a></span><span class="fs11lh1-5 cf1"> dove raccoglie i risultati del lavoro del gruppo in ambito di psiconutrizione. </span><span class="fs11lh1-5 cf1">Vediamone alcuni aspetti:</span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="cf2"><span class="fs18lh1-5"><b>1</b></span></span><span class="cf2"><span class="fs11lh1-5"> </span></span></div><div><span class="cf1"><span class="fs11lh1-5">molto del lavoro del centro</span></span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><strong class="cf1">Food and Mood </strong><span class="fs11lh1-5 cf1">in ambito psichiatrico, si è concentrato sul</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><strong class="cf1">disturbo depressivo</strong><span class="fs11lh1-5 cf1">. É nota l’</span><strong class="cf1"><a href="https://www.valeriorosso.com/2020/04/15/ipotesi-infiammatoria-della-depressione-nuove-terapie/" target="_blank" class="imCssLink">ipotesi infiammatoria</a></strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1">della nascita della depressione; i ricercatori osservano come tra gli effetti sul sistema nervoso di una dieta bilanciata (</span><span class="fs11lh1-5 cf1"><a href="https://www.researchgate.net/figure/ModiMedDiet-food-pyramid_fig1_316274956" target="_blank" class="imCssLink">per esempio questa</a></span><span class="fs11lh1-5 cf1">) vi sia un effetto anti-infiammatorio, cosa che andrebbe a contrastare il mantenimento del disturbo depressivo.</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1"><a href="https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/28431261/" target="_blank" class="imCssLink">Qui</a> per un approfondimento.</span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs18lh1-5"><b><span class="cf2">2</span></b></span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1">Gli effetti di una dieta bilanciata sono molteplici e vengono esaurientemente</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1">spiegati in <a href="https://foodandmoodcentre.com.au/2021/04/looking-through-the-lens-at-how-food-can-improve-our-mood/" target="_blank" class="imCssLink">questo articolo</a></span><span class="fs11lh1-5 cf1">: adottare uno stile alimentare corretto è in grado di diminuire lo stress ossidativo del corpo, riequilibrare l’asse HPA, aumentare il fattore neurotrofico dei neuroni del cervello, di fatto rendendolo più plastico. Integrare al proprio stile di vita una dieta bilanciata è un intervento che mira al generale</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><strong class="cf1">miglioramento del “sistema” mente-corpo, preso nella sua totalità.</strong></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1"><br></span></div><div><div><b><span class="fs18lh1-5 cf2">3</span></b></div></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1">la</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><strong class="cf1">psicobiotica</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1">studia l’influenza dell’insieme dei batteri presenti nell’intestino</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><em class="cf1">(microbiota)</em><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1">sul sistema nervoso. Il microbiota è in grado di cambiare il panorama neurotrasmettitoriale del sistema nervoso, attraverso l’asse intestino-cervello</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1">come <a href="https://microbioma.it/neuroscienze/asse-intestino-cervello-una-review-per-capire-a-che-punto-siamo-arrivati/" target="_blank" class="imCssLink">qui</a> approfondito</span><span class="fs11lh1-5 cf1">. Il blog chiarisce come in realtà non sia del tutto conosciuto il meccanismo per cui una dieta che integri al suo interno i cosiddetti “prebiotici” possa impattare sullo stato mentale di un soggetto, dato che le evidenze sono ad oggi troppo scarse (</span><span class="fs11lh1-5 cf1"><a href="https://foodandmoodcentre.com.au/2020/05/should-i-test-my-gut-microbes-to-improve-my-health/" target="_blank" class="imCssLink">si veda qui</a></span><span class="fs11lh1-5 cf1">)</span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1"><br></span></div><div><b class="fs11lh1-5"><span class="fs18lh1-5 cf2">4</span></b></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1">la</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><strong class="cf1">dieta mediterranea modificata</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1">è stata studiata in particolare per il suo potere di contrastare la depressione; dal blog del centro leggiamo tuttavia come non esista una dieta specifica unica per contrastare l’insorgere di patologie psichiche o il loro mantenimento: alcune diete locali o “tradizionali” sembrano intervenire allo stesso modo,</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1"><a href="https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/20048020/" target="_blank" class="imCssLink">come qui approfondito</a></span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1"><br></span></div><div><div><b><span class="fs18lh1-5 cf2">5</span></b></div></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1">il</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><strong class="cf1">cibo ultra-processato</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1">(bibite zuccherate, pane imbustato, merendine, fast food, junk food in generale)</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1"><a href="https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/31105044/" target="_blank" class="imCssLink">favorisce lo sviluppo di patologie croniche</a></span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1">ed è associato a maggiori livelli di depressione, pur senza un nesso di causalità diretta.</span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1"><br></span></div><div><div><b><span class="fs18lh1-5 cf2">6</span></b></div></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1">i</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><strong class="cf1">polifenoli</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1">possiedono molteplici effetti positivi sulla salute mentale. Si veda</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1"><a href="https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/21045839/" target="_blank" class="imCssLink">questo studio</a></span><span class="fs11lh1-5 cf1">.</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1">Nel blog <a href="https://foodandmoodcentre.com.au/2017/10/polyphenols-do-we-all-just-need-a-little-more-chocolate/" target="_blank" class="imCssLink">se ne parla qui</a> in modo esaustivo</span><span class="fs11lh1-5 cf1">.</span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1"><br></span></div><div><div><b><span class="fs18lh1-5 cf2">7</span></b></div></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1">un’</span><strong class="cf1">igiene del sonno</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1">scarsa, conduce a un peggioramento dello stile alimentare, cosa che poi a cascata produce deterioramento anche in senso psicologico. Questo può dunque essere considerato una sorta di effetto secondario di problemi come insonnia e sonno frammentato.</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1">Nel blog <a href="https://foodandmoodcentre.com.au/2018/04/not-getting-enough-sleep-it-may-be-affecting-your-diet/" target="_blank" class="imCssLink">se ne parla qui</a></span><span class="fs11lh1-5 cf1">; molteplici evidenze suggeriscono come un peggiormento della qualità del sonno conduca a uno stile alimentare in un certo senso compensativo, iper-calorico: dormendo meno, tendiamo a cibarci di cibo più zuccherato e calorico, a sua volta peggiorativo in termini di qualità del sonno, creando circoli viziosi spesso difficili da interrompere o sovvertire. Nell’articolo si osserva come il rapporto tra dieta e qualità del sonno sia bi-direzionale (</span><span class="fs11lh1-5 cf1">cosa che viene <a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S0271531712000632" target="_blank" class="imCssLink">qui</a> approfondita</span><span class="fs11lh1-5 cf1">)</span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1"><br></span></div><div><div><b><span class="fs18lh1-5 cf2">8</span></b></div></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1">integrare la propria dieta con</span><strong class="cf1"> alimenti nutraceutici</strong><span class="fs11lh1-5 cf1">, ha un impatto sulla salute mentale documentato, pur essendo questo sotto-ambito della psichiatria nutrizionale -la</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><em class="cf1">nutraceutica</em><span class="fs11lh1-5 cf1">– ancora ai suoi albori; &nbsp;in</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1"><a href="https://foodandmoodcentre.com.au/2016/07/nutraceuticals-and-mental-health/" target="_blank" class="imCssLink">questo articolo</a></span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1">viene spiegato come esistano diversi studi (</span><span class="fs11lh1-5 cf1">in particolare <a href="https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/27113121/" target="_blank" class="imCssLink">questo</a></span><span class="fs11lh1-5 cf1">) sull’impatto dell’assuzione di nutraceutici in caso di disturbo depressivo.</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1"><a href="https://carepharm.it/cosa-sono-prodotti-nutraceutici/" target="_blank" class="imCssLink">Qui un approfondimento</a> per chi volesse approfondire il tema “nutraceutica”.</span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1">Troviamo inoltre in questo sito una serie di risorse da usare per chi voglia approfondire la tematica, come un <strong><a href="https://www.futurelearn.com/courses/food-and-mood" target="_blank" class="imCssLink">videocorso gratuito</a></strong> e <a href="https://foodandmoodcentre.com.au/resources/" target="_blank" class="imCssLink">una serie di ricette</a> in video spiegate dalla stessa Felice Jacka.</span></div><div><br></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1">A proposito sempre di alimentazione, <a href="http://aisted.it/" target="_blank" class="imCssLink">AISTED</a> ha erogato qualche mese fa un Ebook gratuito <a href="https://www.aisted.it/sites/default/files/news/allegati/EBOOK%20AISTED%20VOLUME%202%20Stabilizzazione_0.pdf" target="_blank" class="imCssLink">qui scaricabile</a>, che aveva come tematica centrale la <strong>“stabilizzazione” emotiva</strong> nel contesto di un disturbo post-traumatico. Vi troviamo, a cura di Donatella Masante, una nota sull’<strong>alimentazione:</strong></span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1"><strong><br></strong></span></div><div><em class="fs11lh1-5 cf1">Nel 2019 l’OMS riporta tra i principali fattori di rischio per la nostra salute ipertensione, fumo, alta glicemia a digiuno, basso peso alla nascita, alto indice di massa corporea. Va da sé che molti di questi fattori si combattono a tavola. </em><em class="fs11lh1-5 cf1">Non è semplice districarsi tra la marea di informazioni che quotidianamente ci investono relativamente alle ultime novità sulla nutrizione e le infinità di diete che vengono proposte. È ormai risaputo che tutte le diete, se seguite con una certa costanza, portano al dimagrimento, quello che è meno noto sono gli effetti che certi regimi alimentari possono produrre sul nostro corpo anche nel lungo periodo. Il dimagrimento non può e non deve essere l’unico parametro da valutare per decidere la bontà di una dieta, sappiamo infatti che diete molto drastiche rischiano di essere sbilanciate e di non garantire l’apporto di tutti i nutrienti necessari al nostro organismo, andando poi ad influire negativamente sulla perdita eccessiva di massa muscolare o sul carico renale, solo per citare alcuni degli effetti collaterali più diffusi. </em><em class="fs11lh1-5 cf1">Nel 2019 US News &amp; World Report classifica tra le diete più salutari la dieta mediterranea, non a caso patrimonio intangibile dell’umanità, badate, tra le più salutari, non tra quelle che fanno dimagrire più velocemente. Nella stessa classifica si possono trovare le diete che garantiscono i migliori risultati in ambito di dimagrimento, e già si rende evidente come salute e diete dimagranti non sempre vadano a braccetto. Interessante sarà andare a cercare, sempre nel report su indicato quali siano le diete più pericolose, e qui si renderà evidente come alcune tra le diete più famose o tra quelle che vanno per la maggiore, in questo momento, detengano posizioni piuttosto elevate. Ad oggi le evidenze ci suggeriscono che la dieta più sana, con maggiori garanzie di qualità con effetti dimostrati sull’allungamento della vita è la dieta mediterranea ed in particolare la <strong>dieta Pesco Mediterranea</strong> che prevede l’apporto di pesce 2-3 volte la settimana. In questo modo possiamo beneficiare dell’apporto di omega 3 che hanno potenti qualità antinfiammatorie. Questa dieta più di altre sembra ridurre il rischio di malattie cardiovascolari, del diabete e del declino cognitivo. Come già affermato, pare diminuire l’incidenza di depressione. Ma non basta, se proprio vogliamo avere garanzia di salute e longevità possiamo aggiungere il <strong>digiuno a intermittenza</strong>. Anche in questo caso ci sono ormai solide evidenze, rinunciare a qualche pasto apporta numerosi benefici, si mettono in moto meccanismi di autofagia che aiutano il microbiota intestinale e il metabolismo, avremo una riduzione dell’infiammazione oltreché del pericoloso grasso addominale. Il modo migliore per effettuare il digiuno intermittente è di concentrare l’assunzione di cibo nell’arco di otto ore e digiunare per 16 ore (J. O’Keefe et al. J Am Coll cardiol, 2020). </em><em class="cf1">Per finire è opportuno sottolineare l’importanza di idratarsi adeguatamente, bevendo abbondantemente, almeno 2 litri di acqua al giorno, compresi i liquidi introdotti con frutta e verdura. </em><em class="cf1">C’è un ultimo ingrediente che è previsto nella dieta mediterranea che insieme alla varietà, alla semplicità ed al gusto aiuta a preparare piatti squisiti ed appaganti: la convivialità.</em></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1">Qua una serie di contenuti curati da <strong>Valerio Rosso</strong> sul tema.</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 26 Dec 2024 10:28:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Marco Rovelli e la politicizzazione del disagio psichico]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaele Avico]]></author>
			<category domain="https://popmed.info/blog/index.php?category=Risorse"><![CDATA[Risorse]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000007"><div><span class="fs11lh1-5 cf1">I redattori del blog <em><strong>psicologiafenomenologica.it</strong></em> hanno avviato da poco un podcast condotto da Gianluca D’Amico, chiamato <strong>Cosedapazzi</strong>.</span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1">Nell'ultima puntata viene intervistato <strong>Marco Rovelli</strong> a proposito di un suo libro uscito di recente, <em><strong>Soffro dunque siamo</strong></em>. Rovelli in questa intervista si mostra bravissimo nel portare una lettura della sofferenza psichica integrata agli <strong>aspetti più sociali</strong>, cosa che, oggi, risulta essere preziosa, vista la tendenza a concentrare la problematicità psicologico/psichiatrica solamente su <strong>elementi individuali</strong>. Rovelli pone l’accento su uno degli elefanti della stanza della sofferenza mentale del presente, la comparsa di <strong>forme di psicopatologia</strong> direttamente collegate alla <strong>cultura della performance</strong> dominante e al senso di <strong>frammentazione</strong> e di scarsa tenuta sociale in cui siamo immersi. </span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1">Possiamo estrarre da questa intervista alcune riflessioni e spunti:</span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1">1) citando Mark Fisher, Rovelli osserva come occorra ri-politicizzare il disagio mentale, cosa che appunto Fisher sottolinea nel suo famoso</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><em class="cf1">Realismo Capitalista</em><span class="fs11lh1-5 cf1">. Rovelli osserva come dagli anni ‘80 in avanti l’approccio alla salute mentale abbia intrapreso una direzione più biologista e individualistica (“</span><em class="cf1">io-centrica</em><span class="fs11lh1-5 cf1">”), calata in un contesto economico fortemente neo-liberale (“</span><em class="cf1">se vuoi, puoi”</em><span class="fs11lh1-5 cf1">,</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><em class="cf1">devi essere imprenditore di te stesso</em><span class="fs11lh1-5 cf1">, etc.), che ha fatto collassare la lettura sociopolitica del disagio psichico che sembrava sopravvivere ancora fino agli anni ‘80</span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1">2) la necessità di ri-politicizzare il disagio psichico, diviene oggi ancora più urgente vista la natura dei disturbi psicologici più diffusi, che Rovelli collega al senso di frammentazione e scollamento sociale. Rovelli cita a questo proposito il fenomeno noto degli</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><strong class="cf1">hikikomori</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1">(</span><span class="fs11lh1-5 cf1">ne avevamo scritto qui</span><span class="fs11lh1-5 cf1">), che andrebbe inteso come una</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><strong class="cf1">diserzione</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1">dai diktat culturali incentrati sulla produttività e sulla performance, ma anche il</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><strong class="cf1">disturbo di panico</strong><span class="fs11lh1-5 cf1">, sempre più diffuso, leggendolo come una crisi parossisitica di solitudine -percepita come estrema-, sulla scia di altri autori come Francesetti, conosciuto appunto per la sua lettura peculiare del panico (</span><span class="fs11lh1-5 cf1">ne avevamo scritto qui</span><span class="fs11lh1-5 cf1">: Francesetti interpreta il panico come una forma estrema di ansia da separazione)</span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1">3) Rovelli osserva come sia in corso un</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><strong class="cf1">cambio di paradigma culturale</strong><span class="fs11lh1-5 cf1">, che potremmo sintetizzare con l’immagine di un “</span><em class="cf1">Edipo che lascia il posto a Narciso</em><span class="fs11lh1-5 cf1">”, o nel passaggio “</span><em class="cf1">dal paradigma della <strong>colpa</strong> a quello della <strong>vergogna</strong></em><span class="fs11lh1-5 cf1">”. Rovelli giustamente osserva come il modello educativo “tradizionale” basato sulla dicotomia</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><em class="cf1"><strong>permesso/vietato</strong></em><span class="fs11lh1-5 cf1">, (anche) grazie ai movimenti sociali di fine anni ‘60 e degli anni’70 abbia lasciato posto a un modello incentrato sulla</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><strong class="cf1">responsabilità individuale</strong><span class="fs11lh1-5 cf1">, passando a una dicotomia diversa, legata alla possibilità (</span><em class="cf1"><strong>possibile/impossibile</strong></em><span class="fs11lh1-5 cf1">). Quest’ultimo modello, oggi in pieno effetto, consegna all’individuo la piena responsabilità sul suo stesso successo/fallimento, dando vita tuttavia a nuovi fantasmi (il fallimento, la vergogna di non riuscire, di essere escluso). Il tutto, di nuovo, all’interno di un contesto iper-produttivistico, dove gli individui tendono ad auto-sfruttarsi, come avessero introiettato quel “padre” che prima combattevano all'“esterno" (in questo senso Rovelli osserva come questa sia una società, un tempo “</span><em class="cf1">post edipico</em><span class="fs11lh1-5 cf1">”). Sull’auto-sfruttamento avevamo scritto</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1">qui</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1">a proposito di Byung Chul Han. </span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1">4) Il focus sul “numero” e sulla "performance", sembra aver penetrato anche l’ambiente universitario e scolastico, trasformandolo da luogo di “</span><em class="cf1">apertura sul futuro</em><span class="fs11lh1-5 cf1">” a luogo di “</span><em class="cf1">ansia</em><span class="fs11lh1-5 cf1">”</span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1">5) Rovelli porta alcuni spunti di lettura, come i lavori di</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><strong class="cf1">Alain Ehrenberg</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1">o un testo di fine anni ‘70 di</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><strong class="cf1">Christopher Lasch</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1">(</span><span class="fs11lh1-5 cf1">questo</span><span class="fs11lh1-5 cf1">), strettamente attuali.</span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1">Un podcast da non perdere, raggiungibile <a href="https://open.spotify.com/episode/1AJZlRMnkcZvdDDFMey0Im?go=1&sp_cid=38ce4fd1d5cb5320f27ab2c1333da5f7&utm_source=embed_player_p&utm_medium=desktop&nd=1&dlsi=b05b20edb686479b" target="_blank" class="imCssLink">qui</a>.</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 26 Dec 2024 10:17:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Invito a Bion]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaele Avico]]></author>
			<category domain="https://popmed.info/blog/index.php?category=Teoria"><![CDATA[Teoria]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000006"><div><span class="cf1"><a href="https://www.ilfogliopsichiatrico.it/2022/03/20/8956/" target="_blank" class="imCssLink">Abbiamo scritto in precedenza su Bion</a>, psicoanalista di provenienza indiana e naturalizzato inglese. </span><span class="fs11lh1-5 cf1">Bion iniziò tardi la sua carriera da psichiatra e psicoanalista: i primi anni lo videro impegnato in altri studi (storia), oltre ad essere caratterizzati dallo scoppio delle due guerre mondiali, che lo psicoanalista conobbe prima da soldato civile, poi da medico militare (e da osservatore attento: risalgono a quegli anni le sue intuizioni sui conosciuti “</span><em class="fs11lh1-5 cf1">assunti di base</em><span class="fs11lh1-5 cf1">”). </span><span class="fs11lh1-5 cf1">Questo post raccoglie alcuni contenuti che, della teoria di Bion, forniranno alcuni punti fermi, aspetti della sua teoria che non possono essere trascurati. Qui di seguito un brevissimo indice dei contenuti: nella prima parte approfondiremo </span><span class="fs11lh1-5 cf1">la</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><strong class="cf1">teoria sulla nascita del pensiero di Bion</strong><span class="fs11lh1-5 cf1">, con spunti dal lavoro di Antonino Ferro; nella seconda parte riporteremo </span><span class="fs11lh1-5 cf1">per intero un articolo del 1981 (inedito in rete) scritto da</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><strong class="cf1">Mauro Mancia</strong><span class="fs11lh1-5 cf1">, uno dei padri della neuropsicoanalisi italiana, che scrisse questo contributo tentando di raccordare gli aspetti teorici bioniani con quello che -al tempo- si sapeva di neuroscienza del sonno.</span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1"><br></span></div><div><strong class="fs20lh1-5 cf2">La teoria sulla nascita del pensiero</strong></div><div><span class="cf1">Il pensiero di Bion ci fornisce una spiegazione di quelli che sono i <strong>meccanismi alla base dei processi di pensiero. </strong></span><span class="fs11lh1-5 cf1">Secondo l’autore il pensare risulterebbe da una corretta </span><strong class="fs11lh1-5 cf1">trasformazione</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> di impressioni sensoriali, gli </span><strong class="fs11lh1-5 cf1">elementi β</strong><span class="fs11lh1-5 cf1">, in elementi di maggiore complessità che definisce </span><strong class="fs11lh1-5 cf1">elementi α</strong><span class="fs11lh1-5 cf1">. </span><span class="fs11lh1-5 cf1">Nel caso in cui esista una difficoltà a metabolizzare (“digerire”) queste informazioni sensoriali, ne risulterà alterata la capacità del paziente di costruire pensieri; una difficoltà del </span><em class="fs11lh1-5 cf1">progetto trasformativo</em><span class="fs11lh1-5 cf1">, cioè </span><strong class="fs11lh1-5 cf1">da β a α </strong><span class="fs11lh1-5 cf1">(Bion, 1962) produce l’impossibilità di creare immagini mentali dotate di senso e fondamentali per la salute mentale del paziente, nonché di creare un “testo narrativo” comprensibile agli altri. </span><span class="fs11lh1-5 cf1">Scrive Antonino Ferro:</span><em class="fs11lh1-5 cf1">“Secondo Bion è centrale l’attività di metabolizzazione che noi facciamo di qualunque afferenza percettiva: questa attività consiste nella formazione a partire dalle afferenze sensoriali di un <strong>pittogramma,</strong> o <strong>ideogramma</strong> visivo: una immagine poetica che sincretizza la risultante emotiva di quell’afferenza o di quella sommatoria di afferenze: l’elemento α”.</em></div><div><strong class="cf1"><br></strong></div><div><strong class="cf1">Gli elementi β</strong></div><div><span class="cf1">Bion teorizza che all’origine dei processi di pensiero vi sia una quota di elementi derivati dagli organi di senso che viene “digerita” dalla mente per creare pensieri sani e gestibili. </span><span class="fs11lh1-5 cf1">Questi elementi, che il famoso psicoanalista chiama </span><strong class="fs11lh1-5 cf1">elementi β</strong><span class="fs11lh1-5 cf1">, sono definiti in termini di </span><em class="fs11lh1-5 cf1">protoemozioni</em><span class="fs11lh1-5 cf1"> e </span><em class="fs11lh1-5 cf1">protosensorialità</em><span class="fs11lh1-5 cf1">. </span><span class="fs11lh1-5 cf1">Esiste cioè un </span><strong class="fs11lh1-5 cf1">livello primitivo di modalità di rapportarsi al mondo esterno</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> basato su sensazioni ed emozioni non ancora gestite e non gestibili. </span><span class="fs11lh1-5 cf1">Si può parlare in un certo senso di </span><strong class="fs11lh1-5 cf1">materiale emotivo alla stato grezzo</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> che ha un grande impatto nel caso in cui arrivi alla coscienza non metabolizzato: Bion attribuisce la causa scatenante di molte patologie all’ “evacuazione” e ad un’ </span><strong class="fs11lh1-5 cf1">“iperpresenza” di elementi β</strong><span class="fs11lh1-5 cf1">. </span><span class="fs11lh1-5 cf1">Secondo questo modello è possibile per esempio pensare all’attacco di panico come ad un’evacuazione (eruzione) di elementi β o aggregati di elementi β non </span><em class="fs11lh1-5 cf1">digeriti</em><span class="fs11lh1-5 cf1"> (i </span><em class="fs11lh1-5 cf1">betalomi</em><span class="fs11lh1-5 cf1">) che inondano in modo devastante la mente. </span><span class="fs11lh1-5 cf1">In quest’ottica le </span><strong class="fs11lh1-5 cf1">sindromi ipocondriache</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> andrebbero pensate come un continuo bisogno da parte del soggetto di “tenere sotto controllo” un substrato psichico ritenuto pericoloso poiché composto principalmente da elementi β non digeriti. </span><span class="fs11lh1-5 cf1">Antonino Ferro, tra i maggiori studiosi del pensieri di Bion in Italia, paragonerà l’ondata devastante di elementi β che caratterizza l’attacco di panico alla: </span><em class="fs11lh1-5 cf1">“[…] Massa gelatinosa dello straordinario film The Blob di Yerworth del 1958, nel quale per l’appunto una massa gelatinosa caduta sulla terra da un frammento di asteroide inizia a divorare tutto aumentando sempre più di dimensioni”.</em></div><div><span class="cf1">Tornando al pensiero di Bion, è fondamentale riprendere il concetto di <em><strong>accensione mentale</strong></em>; secondo lo psicoanalista è necessario che la capacità di metabolizzare elementi β venga <em>accesa</em> attraverso la relazione con un’altra mente: </span><span class="fs11lh1-5 cf1">“</span><em class="fs11lh1-5 cf1">[…] Solo così è consentito l’innesto del meccanismo elementi β evacuati in elementi β accolti e restituiti trasformati in elementi α, ma soprattutto arricchiti da quote di “alfità”, che in sequenza consentiranno l’accendersi della funzione α autonoma</em><span class="fs11lh1-5 cf1">“.</span></div><div><span class="cf1"><strong><br></strong></span></div><div><span class="cf1"><strong>Gli elementi </strong><em><strong>α</strong></em></span></div><div><span class="cf1">Nella definizione di Roche Barnos (2000), l’<strong>elemento alfa</strong> potrebbe essere pensato come “<strong>l’elemento protovisivo del pensiero che indica l’avvenuta trasformazione di ciò che urgeva come </strong><em><strong>β</strong></em><strong> in pittogramma visivo</strong>”. </span><span class="fs11lh1-5 cf1">In altre parole quando un elemento protoemotivo allo stato grezzo viene digerito dalla funzione </span><em class="fs11lh1-5 cf1">α</em><span class="fs11lh1-5 cf1"> assume finalmente una forma comprensibile al soggetto e quindi comunicabile. Il processo di trasformazione che porta l’elemento </span><em class="fs11lh1-5 cf1">β</em><span class="fs11lh1-5 cf1"> a essere “comunicato” in quanto elemento </span><em class="fs11lh1-5 cf1">α</em><span class="fs11lh1-5 cf1"> è graduale: termina nel momento in cui viene scelto un particolare </span><strong class="fs11lh1-5 cf1">derivato/dispositivo narrativo</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> per poterlo “leggere”. </span><span class="fs11lh1-5 cf1">Secondo la teoria di Bion la difettosità del processo di pensiero può essere riscontrata in due loci patologici: può esservi una carenza nella capacità della mente di produrre elementi </span><em class="fs11lh1-5 cf1">α</em><span class="fs11lh1-5 cf1"> (la </span><strong class="fs11lh1-5 cf1">funzione </strong><em class="fs11lh1-5 cf1"><strong>α</strong></em><span class="fs11lh1-5 cf1">), oppure, nel caso in cui quest’ultima risulti integra, può mancare la capacità di leggere e riconoscere in modo corretto gli elementi </span><em class="fs11lh1-5 cf1">α</em><span class="fs11lh1-5 cf1"> prodotti. </span><span class="fs11lh1-5 cf1">In questo secondo caso gli elementi </span><em class="fs11lh1-5 cf1">β</em><span class="fs11lh1-5 cf1"> vengono trasformati in </span><em class="fs11lh1-5 cf1">α</em><span class="fs11lh1-5 cf1"> ma poi sono difettuali gli elementi che su questi devono lavorare. </span><span class="fs11lh1-5 cf1">In una mente “sufficientemente sana” (va ricordato che per Bion una mente sana è stata “creata” dalla relazione con un’altra mente-madre) gli </span><strong class="fs11lh1-5 cf1">elementi protoemotivi vengono assimilati e digeriti fino a diventare gestibili e chiari al soggetto, insomma si trasformano in pensieri</strong><span class="fs11lh1-5 cf1">. </span><span class="fs11lh1-5 cf1">Nel momento in cui gli elementi </span><em class="fs11lh1-5 cf1">α</em><span class="fs11lh1-5 cf1"> sono stati creati devono essere riconosciuti dalla mente per la loro forma ed elaborati fino a diventare ciò che Antonino Ferro definirà </span><em class="fs11lh1-5 cf1">derivati narrativi</em><span class="fs11lh1-5 cf1">. </span><span class="fs11lh1-5 cf1">L’elaborazione dell’elemento </span><em class="fs11lh1-5 cf1">α</em><span class="fs11lh1-5 cf1"> può essere rappresentata come una </span><strong class="fs11lh1-5 cf1">progressiva raffinatura</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> a partire dall’elemento </span><em class="fs11lh1-5 cf1">β</em><span class="fs11lh1-5 cf1">: si pensi a un vissuto primordiale di rabbia e vendetta (</span><em class="fs11lh1-5 cf1">β</em><span class="fs11lh1-5 cf1">) che trovi la sua prima elaborazione nel pittogramma narrativo “piscina piena di sangue”. Da qui l’elemento </span><em class="fs11lh1-5 cf1">α</em><span class="fs11lh1-5 cf1"> subirà ulteriori trasformazioni fino a poter essere narrato attraverso “film differenti”, i </span><strong class="fs11lh1-5 cf1">derivati narrativi</strong><span class="fs11lh1-5 cf1">. </span><span class="fs11lh1-5 cf1">Se l’apparato per elaborare e leggere gli elementi </span><em class="fs11lh1-5 cf1">α</em><span class="fs11lh1-5 cf1">, definito da Bion </span><em class="fs11lh1-5 cf1">apparato per pensare i pensieri</em><span class="fs11lh1-5 cf1"> , è difettoso, ci saranno situazioni cliniche </span><em class="fs11lh1-5 cf1">“[…] Borderline, narcisistiche in cui c’è una funzione α adeguata ma i cui prodotti non sono poi gestibili e l’interpretazione classica genera spesso più persecuzione che crescita”. </em><span class="fs11lh1-5 cf1">Esistono patologie quindi dovute a una difettosità della funzione </span><em class="fs11lh1-5 cf1">α</em><span class="fs11lh1-5 cf1">, quella cioè deputata a metabolizzare gli elementi </span><em class="fs11lh1-5 cf1">β</em><span class="fs11lh1-5 cf1">, oppure a una difettosità della lettura del prodotti di questa funzione. </span><span class="fs11lh1-5 cf1">Un terzo fattore patogenetico può derivare tuttavia da una sovrabbondanza di elementi </span><em class="fs11lh1-5 cf1">β</em><span class="fs11lh1-5 cf1"> rispetto alla capacità lavorativa della funzione </span><em class="fs11lh1-5 cf1">α</em><span class="fs11lh1-5 cf1">. </span><span class="fs11lh1-5 cf1">Esistono cioè situazioni in cui la quantità di stimolazioni sensoriali ed estero-propriocettive supera la quantità solitamente gestibile dalla mente; queste situazioni sono definite “</span><strong class="fs11lh1-5 cf1">da accumulo</strong><span class="fs11lh1-5 cf1">” o più comunemente </span><strong class="fs11lh1-5 cf1">situazioni traumatiche</strong><span class="fs11lh1-5 cf1">. </span><span class="fs11lh1-5 cf1">Nel momento in cui esista una quota di elementi </span><em class="fs11lh1-5 cf1">β</em><span class="fs11lh1-5 cf1"> che non può essere gestita vengono messi in atto dei meccanismi difensivi volti a salvaguardare l’integrità psichica della mente. É possibile che una certa quantità di elementi </span><em class="fs11lh1-5 cf1">β</em><span class="fs11lh1-5 cf1"> venga messa in attesa di una funzione </span><em class="fs11lh1-5 cf1">α</em><span class="fs11lh1-5 cf1"> che li elabori: questi sono stati definiti da Ferro </span><strong class="fs11lh1-5 cf1">elementi </strong><em class="fs11lh1-5 cf1"><strong>balfa</strong></em><span class="fs11lh1-5 cf1">, oppure è possibile che vengano messi in atto meccanismi di difesa più comuni, come il diniego, la negazione o la scissione (la quota di elementi </span><em class="fs11lh1-5 cf1">β</em><span class="fs11lh1-5 cf1"> viene scissa e proiettata via). </span><span class="fs11lh1-5 cf1">Secondo la teoria di Bion elementi </span><em class="fs11lh1-5 cf1">α</em><span class="fs11lh1-5 cf1"> vengono prodotti di continuo e in sequenza: durante il sonno si renderanno accessibili attraverso le immagini del sogno, durante la veglia come si vedrà emergeranno attraverso </span><em class="fs11lh1-5 cf1">pittogrammi</em><span class="fs11lh1-5 cf1">, </span><em class="fs11lh1-5 cf1">flash visivi</em><span class="fs11lh1-5 cf1"> o </span><em class="fs11lh1-5 cf1">derivati narrativi</em><span class="fs11lh1-5 cf1">. </span><span class="fs11lh1-5 cf1">Per chiarificare il concetto bioniano di trasformazione </span><em class="fs11lh1-5 cf1">β</em><span class="fs11lh1-5 cf1"> -&gt; </span><em class="fs11lh1-5 cf1">α</em><span class="fs11lh1-5 cf1"> Ferro utilizzerà una metafora suggestiva: </span><em class="fs11lh1-5 cf1">“Se usassimo delle tesserine tipo quelle del Memory, una sequenza potrebbe essere fiore-ciliegia-zanzara e, ad esempio, starebbe a pittografare una esperienza gradevole quindi gustosa per divenire poi vagamente irritante”. </em><span class="fs11lh1-5 cf1">L’elemento </span><em class="fs11lh1-5 cf1">α</em><span class="fs11lh1-5 cf1"> che viene prodotto è accessibile nella sua forma primaria (non elaborato né “derivato”) solo in due particolari situazioni: 1) </span><span class="fs11lh1-5 cf1">nel caso in cui esso fuoriesca dall’apparato che deve contenerlo e venga visto all’esterno del soggetto (per esempio il paziente vedrebbe un fiore o una ciliegia che esprimerebbero come si sente in quell’istante). Questo fenomeno è descritto come</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><em class="cf1">flash visivo;<span class="fs11lh1-5"> 2) </span></em><span class="fs11lh1-5 cf1">nel caso in cui il soggetto sia capace di entrarvi in contatto grazie alla sua capacità di</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><em class="cf1"><strong>rêverie</strong>. </em><span class="fs11lh1-5 cf1">La </span><strong class="fs11lh1-5 cf1">capacità di rêverie</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> è stata definita da Bion come la capacità caratteristica della madre di introiettare gli elementi </span><em class="fs11lh1-5 cf1">β</em><span class="fs11lh1-5 cf1"> del bambino e di metabolizzarli per lui restituendogli elementi </span><em class="fs11lh1-5 cf1">α</em><span class="fs11lh1-5 cf1"> (in questo modo si accende la mente del bambino). </span><span class="fs11lh1-5 cf1">Tale capacità, se introiettata dal bambino, gli garantirà un adeguato funzionamento mentale poiché gli sarà concesso di visualizzare negli elementi a la parte più autentica di sé. Si può notare quindi come la </span><strong class="fs11lh1-5 cf1">formazione della mente</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> sia pensata da Bion in chiave </span><strong class="fs11lh1-5 cf1">fortemente relazionale</strong><span class="fs11lh1-5 cf1">.</span></div><div><strong class="fs11lh1-5 cf1"><br></strong></div><div><strong class="fs11lh1-5 cf1">L’apparato per pensare i pensieri</strong></div><div><span class="cf1">Facendo riferimento allo schema che riassume le basi concettuali del pensiero di Bion, si noterà che l’autore ha teorizzato la presenza di un <strong>apparato volto a elaborare gli elementi </strong><em><strong>α già</strong></em><strong> metabolizzati</strong>: lo definisce <em><strong>apparato per pensare i pensieri</strong></em>. </span><span class="fs11lh1-5 cf1">Si tratta di un secondo livello nel processo di produzione del pensiero narrativo, cioè del pensiero che può essere espresso e narrato a sé e agli altri. </span><span class="fs11lh1-5 cf1">Questo apparato è caratterizzato da una negoziazione continua a livello di significato attribuito agli elementi </span><em class="fs11lh1-5 cf1">α</em><span class="fs11lh1-5 cf1"> in entrata: i suoi prodotti sono i </span><strong class="fs11lh1-5 cf1">derivati narrativi</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> (Antonino Ferro sosterrà che da uno stesso elemento a possono originarsi più </span><em class="fs11lh1-5 cf1">derivati narrativi</em><span class="fs11lh1-5 cf1"> – “racconti” – che a livello di significato emotivo hanno la stessa valenza). </span><span class="fs11lh1-5 cf1">I derivati narrativi, che assumono come si vedrà in seguito forme diverse (derivati narrativi ludici, grafici, etc.) sarebbero per Bion i </span><strong class="fs11lh1-5 cf1">pensieri nella loro forma normale</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> e al loro stato più “raffinato”. </span><span class="fs11lh1-5 cf1">É impossibile pensare che all’interno del campo d’analisi il terapeuta non metta in gioco la sua capacità di elaborare o trasformare in un certo modo il materiale psichico che lo coinvolge in quel frangente; nella seduta l’analista utilizzerà il suo </span><strong class="fs11lh1-5 cf1">apparato per pensare i pensieri</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> nel modo in cui gli sarà congeniale partendo da quanto gli proviene da altre fonti emozionali significative. </span><span class="fs11lh1-5 cf1">Può accadere che le capacità elaborative del paziente superino quelle dell’analista e questo ne risulti influenzato a livello di </span><em class="fs11lh1-5 cf1">apparato per pensare i pensieri</em><span class="fs11lh1-5 cf1"> (situazione di </span><em class="fs11lh1-5 cf1">inversione del flusso degli elementi α</em><span class="fs11lh1-5 cf1">): secondo Ferro “</span><em class="fs11lh1-5 cf1">questo fa parte a pieno diritto delle regole del gioco psicoanalitico</em><span class="fs11lh1-5 cf1">“. </span><span class="fs11lh1-5 cf1">L’apparato per pensare i pensieri funziona a livello cosciente, le </span><strong class="fs11lh1-5 cf1">aperture a significati differenti</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> dipendono da situazioni di oscillazione tra momenti </span><em class="fs11lh1-5 cf1">schizoparanoidi</em><span class="fs11lh1-5 cf1"> e </span><em class="fs11lh1-5 cf1">depressivi</em><span class="fs11lh1-5 cf1"> in termini kleiniani (PS↔D) e oscillazioni tra momenti di contenimento e momenti di fuoriuscita delle emozioni. Da queste oscillazioni dipende la scelta di un significato narrativo da attribuire all’elemento a, secondo un meccanismo vicino ai concetti piagetiani di </span><em class="fs11lh1-5 cf1">assimilazione</em><span class="fs11lh1-5 cf1"> e </span><em class="fs11lh1-5 cf1">accomodamento</em><span class="fs11lh1-5 cf1"> (nel senso di ridefinizione del significato e accostamento a un senso nuovo: l’“</span><em class="fs11lh1-5 cf1">irrompere del fatto prescelto</em><span class="fs11lh1-5 cf1">” secondo Bion).</span></div><div><strong class="cf1"><br></strong></div><div><strong class="cf1">Il sogno della veglia</strong></div><div><span class="cf1">Si delinea così per Bion una modalità di funzionamento della mente con <strong>risvolti altamente creativi</strong>, per cui da un elemento emotivo grezzo possono prendere vita molte differenti immagini mentali ognuna con un suo “dialetto”. </span><span class="fs11lh1-5 cf1">É questo ciò che l’autore definisce </span><em class="fs11lh1-5 cf1">pensiero onirico della veglia, </em><span class="fs11lh1-5 cf1">intendendo che l’attività di produzione di elementi da parte della funzione </span><em class="fs11lh1-5 cf1">α</em><span class="fs11lh1-5 cf1"> può essere accostata a quella di produzione di immagini oniriche durante il sonno; vi è quindi un </span><strong class="fs11lh1-5 cf1">onirico della veglia</strong><span class="fs11lh1-5 cf1">, e un </span><strong class="fs11lh1-5 cf1">onirico nel sonno</strong><span class="fs11lh1-5 cf1">. </span><span class="fs11lh1-5 cf1">É da sottolineare che già la concezione di </span><em class="fs11lh1-5 cf1">sogno</em><span class="fs11lh1-5 cf1"> per Bion era differente da quella classica freudiana, poiché se Freud considerava il pensiero onirico come una trasformazione di materiale inconscio, secondo Bion anche il materiale </span><em class="fs11lh1-5 cf1">conscio</em><span class="fs11lh1-5 cf1"> viene elaborato dal </span><em class="fs11lh1-5 cf1">lavoro-del-sogno</em><span class="fs11lh1-5 cf1">, per poter venire immagazzinato e selezionato. </span><span class="fs11lh1-5 cf1">Quindi, secondo l’autore, il lavoro-del-sogno (pensiero onirico) lavora incessantemente durante la veglia come durante il sonno.</span></div><div><strong class="cf1"><br></strong></div><div><strong class="cf1">L’inconscio nel pensiero di W. Bion</strong></div><div><span class="cf1">Il concetto bioniano di <strong>inconscio</strong> si differenzia da quello teorizzato nella letteratura classica: è grande l’attenzione data dall’autore alla <strong>lettura relazionale delle dinamiche psichiche anche a livello inconscio</strong>. Freud teorizzava l’inconscio come costituito da materiale rimosso durante l’infanzia, o a seguito di avvenimenti fortemente traumatici. Durante la seduta psicoanalitica era necessario riportare alla luce questa verità “sepolta e preesistente” al fine di rendere chiara al paziente l’origine storica della sua nevrosi. L’inconscio era visto quindi come fortemente condizionato dal passato e accessibile solo attraverso l’analisi del sogno o la lettura analitica dei sintomi (paraprassie, <em>lapsus</em>, conversioni isteriche, etc.). </span><span class="fs11lh1-5 cf1">La visione che ne dà Bion invece considera l’</span><strong class="fs11lh1-5 cf1">inconscio come frutto della trasformazione operata dalla funzione </strong><em class="fs11lh1-5 cf1"><strong>α</strong></em><span class="fs11lh1-5 cf1">: l’inconscio è per l’autore formato da sequenze di elementi </span><em class="fs11lh1-5 cf1">α</em><span class="fs11lh1-5 cf1"> non accessibili alla coscienza (va ricordato che l’elemento </span><em class="fs11lh1-5 cf1">α</em><span class="fs11lh1-5 cf1"> nella sua forma pura è visualizzabile solo nel </span><em class="fs11lh1-5 cf1">flash visivo</em><span class="fs11lh1-5 cf1"> o attraverso la rêverie). Anche qui è d’aiuto per la comprensione la metafora delle carte </span><em class="fs11lh1-5 cf1">Memory</em><span class="fs11lh1-5 cf1"> utilizzata da Antonino Ferro:</span></div><div><em class="cf1">“[…] Man mano che vengono costruiti questi elementi possono rimanere, come in immaginario Memory, scoperte e formano il sistema della coscienza, o capovolti e formano il sistema inconscio. Cioè, l’inconscio di Bion non è un a-monte, ma è un a-valle dell’incontro dell’elemento β con la funzione α”. </em><span class="fs11lh1-5 cf1">Com’è intuibile questo mette in crisi il concetto classico di analista come “archeologo”, che dalla nascita del concetto di </span><strong class="fs11lh1-5 cf1">campo d’analisi bipersonale</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> era risultato vacillante: si parla in questo caso di un inconscio creato dal soggetto attraverso la funzione </span><em class="fs11lh1-5 cf1">α</em><span class="fs11lh1-5 cf1">, non di un soggetto pilotato nelle sue scelte dal suo inconscio, in modo “quasi” deterministico.</span></div><div><br></div><div><strong class="fs20lh1-5 cf2">Mauro Mancia su Bion</strong></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1">La letteratura su Bion è ampia e articolata: vogliamo qui pubblicare per intero un articolo del 1981 contenuto all’interno di un </span><strong class="fs11lh1-5 cf1">numero monografico della rivista di psicoanalisi dedicato proprio a Bion</strong><span class="fs11lh1-5 cf1">. </span><span class="fs11lh1-5 cf1">Questo volume raccoglie molti contributi a proposito di diversi aspetti teorici della teoria di Bion: quello che qui pubblichiamo è una riflessione estremamente attuale su un tema che -al tempo- doveva sembrare particolarmente avanguardistico, gli </span><strong class="fs11lh1-5 cf1">intrecci tra la teoria di Bion e la neuroscienza del sonno</strong><span class="fs11lh1-5 cf1">. </span></div><div><span class="cf1"><br></span></div><div><span class="cf1">Bion coniuga in sé paradigmi che ancora oggi in psicoanalisi si alternano: il paradigma <strong>pulsionale</strong> e quello <strong>relazionale</strong>; la sua idea era che la mente si costruirebbe, per prima cosa, in seno a un <strong>assetto relazionale</strong>, con il caregiver (la madre o il padre, o chiunque altro) in una posizione di contenimento “totale”, in grado di fornire quella che aveva chiamato <em>rêverie</em>, una posizione cioè di contenimento di qualunque pulsione/bisogno/proiezione giunga dal neonato. </span><span class="fs11lh1-5 cf1">Bion sosteneva che nei primi anni, nel periodo pre-linguistico e pre-cognitivo, la mente del bambino sarebbe abitata da “rappresentazioni” di sensazioni, elementi di proto-pensiero e proto-emozioni, materiale emotivo grezzo, che definì l'insieme degli “elementi beta”. </span><span class="fs11lh1-5 cf1">Sarebbe stato il seguente “passaggio” relazionale, l'alternarsi di scambi relazionali con la o le figure/e di accudimento, a rendere possibile una </span><strong class="fs11lh1-5 cf1">raffinatura</strong><span class="fs11lh1-5 cf1"> di quegli elementi </span><em class="fs11lh1-5 cf1">β</em><span class="fs11lh1-5 cf1">, evacuati dal bambino, "masticati e digeriti psichicamente” dalla “madre/contenitore” e re-inviati “al mittente”, a rendere possibile la nascita della mente del bambino. </span><span class="fs11lh1-5 cf1">Uno degli spunti più incredibili che Bion ci ha fornito, è relativo alla strutturazione della mente: gli elementi </span><em class="fs11lh1-5 cf1">β</em><span class="fs11lh1-5 cf1"> elaborati e raffinati, re-introiettati dal neonato, dal suo punto di vista si sarebbero addensati in una “pellicola”, una </span><em class="fs11lh1-5 cf1">barriera di elementi alfa</em><span class="fs11lh1-5 cf1"> (la versione elaborata degli elementi </span><em class="fs11lh1-5 cf1">β</em><span class="fs11lh1-5 cf1">), che sarebbe andata a creare la barriera che separa il conscio dall’inconscio negli esseri umani. </span><span class="fs11lh1-5 cf1">Bion la chiamò “</span><strong class="fs11lh1-5 cf1">barriera di contatto</strong><span class="fs11lh1-5 cf1">” e ne parla in “</span><em class="fs11lh1-5 cf1">Apprendere dall’esperienza</em><span class="fs11lh1-5 cf1">”: </span><span class="fs11lh1-5 cf1">“</span><em class="fs11lh1-5 cf1">la funzione alfa dell'uomo, sia nel sonno che nella veglia, trasforma le impressioni sensoriali aventi rapporto con una esperienza emotiva in elementi alfa che, mentre proliferano, si condensano formando la barriera di contatto. Questa barriera che è quindi in continuo processo di formazione, segna il punto di contatto e di separazione fra gli elementi consci ed inconsci e genera la distinzione fra loro“. </em><span class="fs11lh1-5 cf1">Dal suo punto vista, cioè, l'inconscio sarebbe separato dal coscio da una “catena” di elementi emotivi elaborati e simbolizzati/processati dalla mente, il che da un lato ci fa pensare alle teorie di Lacan nel suo periodo strutturalista -con la catena di </span><em class="fs11lh1-5 cf1">significanti</em><span class="fs11lh1-5 cf1"> funzionale a evocare i </span><em class="fs11lh1-5 cf1">significati</em><span class="fs11lh1-5 cf1"> da essi stessi sottesi-, dall'altro rende molto facile agganciarci all’articolo che di seguito riportiamo, relativamente alla domanda: “</span><em class="fs11lh1-5 cf1"><strong>che fine fanno gli elementi beta non simbolizzati e non mentalizzati</strong></em><span class="fs11lh1-5 cf1">”?</span></div><div><span class="cf1"><br></span></div><div><span class="cf1">Nell'articolo che in seguito riportiamo, Mauro Mancia si spinge a interpretare il fenomeno delle <strong>illusioni ipnagogiche</strong> come “eruzioni” di elementi <em>β</em>, e legge la neuroscienza del sonno alla luce della teoria di Bion. Tenta poi un parallelismo tra alcuni elementi teorici di Bion più controversi (come la “griglia”) e alcuni altri aspetti biologici. </span><span class="fs11lh1-5 cf1">La potenza del modello di Bion, come è stato per tutti i grandi maestri, è la sua plausibilità, la sua relativa semplicità e l’uso di metafore e immagini chiare per tentare di leggere il funzionamento della mente. </span><span class="fs11lh1-5 cf1">Per chi volesse avventurarsi nella lettura di Bion, </span><span class="fs11lh1-5 cf1"><a href="https://www.amazon.it/Lavorare-Bion-Parthenope-Talamo/dp/8826312559" target="_blank" class="imCssLink">questo libro</a></span><span class="fs11lh1-5 cf1"> può rappresentare un buon punto di partenza. </span></div><div><span class="cf1"><br></span></div><div><span class="cf1">Buona lettura!</span></div><div><strong class="cf1"><br></strong></div><div><strong class="fs16lh1-5 cf2 ff1">Rilevanza neurobiologica di alcuni modelli proposti da W.R.Bion</strong></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1"><i>di Mauro Mancia, 1981</i></span></div><div><span class="cf1"><br></span></div><div><span class="cf1">Questo mio breve intervento vuole essere una integrazione alla teoria della funzione alfa di Bion nella veglia e nel sogno. L'ipotesi etologica, (Timbergen, 1951) confermata da numerosi dati neurofisiologici (Mancia, 1975, 1976, 1980) che il sonno possa essere considerato una forma di istinto, radicata quindi nella vita pulsionale dell'individuo e attivata dall'energia che risiede nell'inconscio, dove fasi preparatorie o appetitive si alternano ritmicamente a fasi consumatorie, permette un approccio pluridisciplinare al fenomeno sonno-sogno e dà alla psicoanalisi gli strumenti per una integrazione delle conoscenze derivanti dalla pratica clinica e per un arricchimento delle teorie che Freud (1900) ha proposto nella Interpretazione dei Sogni. </span><span class="fs11lh1-5 cf1">Non è qui la sede per puntualizzare le conferme e le smentite che la moderna eto-neurofisiologia ha portato alla teoria di Freud. </span><span class="fs11lh1-5 cf1">Molte delle conferme sono state clamorose come quella relativa alla universalità biologica, almeno fino agli uccelli, di quello stadio che nell'uomo è correlato con i sogni e alla necessità di questo particolare stadio REM parallelo all'attività mentale di tipo onirico, per una normale crescita e vita mentale o, perfino, per la stessa vita biologica. </span><span class="fs11lh1-5 cf1">Mi interessa invece in questa sede, dedicata al pensiero di Bion (1963, 1965) e alla rilevanza biologica di alcuni suoi modelli nati dalla esperienza della psicoanalisi, mettere in relazione alcuni aspetti delle sue teorie ed i contributi più recenti che la eto-neurofisiologia e la psicologia sperimentale hanno portato in tema di attività mentale correlata con quegli eventi biologici che si definiscono sonno non-REM, nelle sue fasi 1,2, 3 e 4 e sonno REM nei suoi vari e complessi aspetti somatici e vegetativi (Mancia, 1980). </span><span class="fs11lh1-5 cf1">Un punto di rilievo del pensiero di Bion, che mi appare centrale al discorso che stiamo facendo, riguarda un aspetto che potremmo definire di tipo «interazionista» della sua teoria e cioè che la funzione alfa, come funzione della mente, ha tra l'altro, il compito di trasformare in elementi alfa, che appartengono ancora al sistema della mente, le esperienze sensoriali e motorie che entrano nel dominio della neurofisiologia e utilizzarle per la formazione del pensiero che rientra a sua volta ancora nelle funzioni della mente. Ma il pensiero di cui si occupa Bion è correlato alla veglia e a fasi di sonno che rappresentano funzioni alla cui base operano processi di comunicazione nell'ambito di circuiti operativi che interessano specifiche e definite, nelle loro modalità, strutture del cervello. </span><span class="fs11lh1-5 cf1">Dunque Bion avanza, sulla base delle sue esperienze cliniche, una ipotesi sul problema mente-cervello che, nonostante il percorso teorico diverso, si riallaccia direttamente al primo pensiero di Freud, quello del « Progetto » (1895) e al suo dualismo che potremmo considerare di tipo interazionista (Popper e Eccles, 1977). </span><span class="fs11lh1-5 cf1">Se leggiamo con attenzione « Apprendere dall'Esperienza», notiamo molte idee che si fondano su convinzioni di tipo interazionista dove la funzione del pensiero, intesa come funzione alfa della mente, interagisce, riassumendone e interpretandone aspetti essenziali, con una funzione di natura neurofisiologica. « Il bambino che prova quell'esperienza emotiva che chiamiamo imparare a camminare - scrive Bion - è in grado, mediante la funzione alfa, di immaginare tale esperienza, pensieri destinati un tempo a diventare coscienti divengono inconsci di modo che il bambino può pensare tutto quanto è indispensabile a camminare senza doverne essere più cosciente » (Bion, 1965, pag. 31). Ma l'esperienza di imparare a camminare è anche una straordinaria esperienza neurofisiologica senso-motoria che parte da complesse strutture specializzate, interessa circuiti facilitatori e inibitori, questi ultimi a tipo di feedback e di feed-forward che modulano la facilitazione e la definiscono nel suo spazio e nel tempo e si basa sulla integrazione di informazioni che provengono dal vario mondo dei recettori periferici. La progressiva formazione di nuove sinapsi nella corteccia senso-motoria, nel cervelletto e in altre strutture sottocorticali, la mielinizzazione di fibre nervose e la organizzazione di circuiti operativi nel sistema nervoso centrale costituiscono gli elementi fondanti l'esperienza neurofisiologica su cui si struttura progressivamente la esperienza emotiva di imparare a camminare e la trasformazione del « pensiero » relativo a quella funzione. Una interazione mente cervello che coinvolge le funzioni alfa del pensiero vigile, da una parte, e le funzioni di circuiti nervosi specializzati per la organizzazione della coordinazione motoria, dall'altra.</span></div><div><span class="cf1"><br></span></div><div><span class="cf1">Ma l'interazione che, in modo più definito traspare nel pensiero di Bion, riguarda la teoria della funzione alfa nel sogno, teoria che permette una correlazione dell'attività mentale nel sonno con la organizzazione delle varie fasi descritte sulla base di rilievi neurofisiologici. Scrive Bion (1965, pag. 41) « chi dorme ha un'esperienza emotiva, la converte in elementi alfa e diventa in tal modo capace di pensieri onirici ». </span><span class="fs11lh1-5 cf1">É noto che i meccanismi della veglia e dell'attenzione e l'inizio della caduta del livello di queste funzioni neurofisiologiche fino all'addormentamento e al sonno con le sue fasi, sono affidate rispettivamente a sistemi desincronizzanti e sincronizzanti sebbene, paradossalmente, sono proprio i sistemi desincronizzanti che dominano nella fase di sonno REM che appare come la più significativa sul piano dell'esperienza mentale. </span><span class="fs11lh1-5 cf1">La funzione alfa della veglia e del sonno-sogno non è compatibile altro che con la prevalente messa in opera dei sistemi desincronizzanti affidati a strutture reticolari mesencefaliche e a circuiti reticolo-talamo-corticali nella veglia e a circuiti a partenza pontina nel sonno REM (vedi Moruzzi, 1972, Mancia, 1980). L'attivazione dei sistemi sincronizzanti che coinvolgono circuiti ipotalamo anteriore-reticolare caudale-talamo mediale-corteccia coincide con il progressivo restringimento del campo di coscienza, la perdita di funzione alfa, il dissolversi della barriera di contatto, la comparsa di elementi beta e la disintegrazione del pensiero. </span><span class="fs11lh1-5 cf1">Poiché la nostra mente opera, in modo ottimale, durante la veglia e nell'attenzione, entro un « range » specifico per ciascun individuo che presuppone un perfetto equilibrio funzionale tra i sistemi desincronizzante e sincronizzante sopra descritti, è possibile che la prevenzione di un eccesso di veglia e di attenzione così come quella di una loro eccessiva diminuzione sia affidata ad una organizzazione a feed-back che permetta l'aggiustamento di queste funzioni ad un livello di base. Intorno a questo livello potranno esserci oscillazioni che rappresenteranno la base neurofisiologica delle fluttuazioni della nostra attenzione della veglia e delle funzioni del nostro pensiero. Questi circuiti operativi sono anche quelli che costituiscono la cornice biologica nell'ambito della quale può esplicarsi la funzione alfa.</span></div><div><span class="cf1">Nel sonno questo equilibrio viene alterato. </span><span class="fs11lh1-5 cf1">All'addormentamento l'acuta deafferentazione sensoriale per ridotto input e per inibizione attiva delle vie sensoriali favorisce i sistemi sincronizzanti che faciliteranno il processo di trasformazione a carattere disorganizzato o destrutturante della realtà sensoriale e la formazione degli elementi, che Bion chiama beta, non idonei per pensare e, a questo stadio, neanche per sognare, ma che possono essere in parte evacuati lungo i canali della sensorialità (le allucinazioni ipnagogiche) o della motricità (le mioclonie ipniche fisiologiche) e in gran parte andranno incontro a trasformazione in elementi alfa e quindi in funzione alfa capace di formare il pensiero del sogno. </span><span class="fs11lh1-5 cf1">Il passaggio dalla veglia alle diverse fasi del sonno, caratterizzato da una sempre maggiore attività dei sistemi sincronizzanti rispetto ai desincronizzanti, è anche il momento in cui, secondo il modello di Bion così come io l'ho interpretato si può ipotizzare una dissoluzione della barriera di contatto, cioè di quella funzione di separazione tra conscio e inconscio, tra realtà e sogno. É la dissoluzione di questa barriera a fornire gli elementi per la formazione di uno schermo beta, elementi che dovranno subire, nel corso del sonno, e in fase REM, una trasformazione in elementi alfa. Per Bion « la capacità di sognare », cioè di fare questa trasformazione, « preserva la personalità da uno stato virtualmente psicotico », mentre la psicosi si caratterizza per una incapacità a sognare. Una incapacità a sognare è presente anche negli stati confusionali, in cui la mente è dominata da uno schermo beta, con elementi beta che non possono essere trasformati e che portano a fondere insieme, confondere cioè conscio e inconscio. Ci sono evidenze (Mancia D. e coll., 1978) in favore dell'ipotesi che questo delicato processo di dissoluzione della barriera avvenga nelle fasi I e II non-REM. </span><span class="fs11lh1-5 cf1">Le successive fasi III e IV sono popolate dagli elementi beta che derivano da questa dissoluzione. Sarà poi su questi elementi che verrà a strutturarsi in fase REM la trasformazione in funzione alfa e la costituzione di una nuova barriera di contatto. Qui vorrei riferirmi al cap. VIII di « Apprendere dall'esperienza » dove Bion sembra precisare la relazione che la barriera di contatto ha con il pensiero del sogno. Egli dice « la funzione alfa dell'uomo, sia nel sonno che nella veglia, trasforma le impressioni sensoriali aventi rapporto con una esperienza emotiva in elementi alfa che, mentre proliferano, si condensano formando la barriera di contatto. Questa barriera che è quindi in continuo processo di formazione, segna il punto di contatto e di separazione fra gli elementi consci ed inconsci e genera la distinzione fra loro ». La mia interpretazione del pensiero di Bion in questo punto è che nella mente si abbia, a seconda delle varie fasi di sonno o di veglia, un continuo processo di formazione-dissoluzione della barriera di contatto. « La natura della barriera di contatto - precisa Bion - dipenderà dalla natura del rifornimento di elementi alfa e dal tipo di relazione che sussiste fra loro ». Nel ciclo sonno-veglia la formazione di una nuova e specifica barriera di contatto è parte del lavoro onirico che si realizza in modo specifico nel sonno-REM. Esso consiste essenzialmente in a) organizzazione degli elementi alfa in funzione alfa e formazione di una barriera di contatto, diversa da quella della veglia; b) attribuzione di una componente percettiva tesa a colmare la mancanza dell'oggetto, cioè l'allucinazione e l'autorappresentazione; c) attribuzione di un ordine logico e geometrico agli elementi sparsi e incoordinati, che darà il senso del sogno, cioè il suo significato latente in rapporto al contenuto manifesto e assumerà, come direbbe Bion, l'aspetto di una narrazione; d) creazione di un fine a questo processo di pensiero che è la soddisfazione allucinatoria del desiderio istintuale. </span><span class="fs11lh1-5 cf1">Elementi beta non trasformati o alfa non ordinati possono rimanere anche in fase REM ed essere evacuati come scariche neurovegetative (Hautmann, 1977) o motorie. In questa linea interpretativa, gli stessi movimenti oculari rapidi potrebbero essere considerati come espressione di una evacuazione di elementi beta, un epifenomeno cioè che si realizza a carico di una muscolatura altamente specializzata la cui attività sarebbe aspecifica e non direttamente correlabile con il vissuto allucinatorio del sogno. </span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1">Il destino degli elementi beta nella fase di addormentamento merita un discorso a parte. </span><span class="fs11lh1-5 cf1">Essi infatti, per l'acuta deafferentazione sensoriale, raggiungono un'alta concentrazione nell'apparato mentale e anche se in parte sono evacuati come allucinazioni o mioclonie, in piccola parte possono andare incontro a una rapida organizzazione da parte della funzione alfa residua della veglia. Questo processo spiega i brevi sogni descritti all'addormentamento da vari autori (Fischer, 1965; Foulkes, 1966; Bosinelli e Molinari, 1968) e che per alcuni analisti (Slap, 1977) sono da considerare del tutto simili a quelli che occorrono in fase REM. </span><span class="fs11lh1-5 cf1">Per rimanere in linea con il pensiero di Bion propongo di usare la Griglia nel tentativo teorico di far rientrare gli eventi descritti entro la classificazione proposta da Bion (1963) per gli eventi mentali e non. </span><span class="fs11lh1-5 cf1">Come è noto l'ascissa della griglia rappresenta l'uso che l'apparato mentale o neurofisiologico può fare delle diverse categorie o enunciati considerati come trasformazione di una determinata esperienza. L'ordinata indica invece la classificazione dell'enunciato fino a una costruzione teorica molto elevata. Per questo dall'alto verso il basso è rappresentato nella griglia un grado crescente di complessità del pensiero (Grinberg e coll., 1973). </span><span class="fs11lh1-5 cf1">Se immaginiamo il sonno come un fenomeno che dall'addormentamento alla fase REM subisce un progressivo crescente aumento di complessità, possiamo ipotizzare che il pensiero della veglia, destrutturato dalla deprivazione sensoriale acuta nelle fasi non-REM, trovi posto nella categoria A, in quanto formato essenzialmente da elementi beta e occupare le caselle da Ai= An. Infatti la dissoluzione della barriera di contatto produce elementi beta in notevole quantità che dalla colonna A, come semplici significanti possono andare incontro a diverso destino: possono cioè essere espulsi per le vie sensoriali o motorie e appartenere in questo caso alla colonna A, o andare incontro a diversa elaborazione ed entrare così nelle caselle A, As, Ar. </span><span class="fs11lh1-5 cf1">[...] </span><span class="fs11lh1-5 cf1">Il destino più naturale degli elementi alfa è di organizzarsi nel sonno REM in funzioni alfa del sogno ed entrare quindi a far parte della categoria C. Anche nel sogno gli elementi alfa possono appartenere alle diverse caselle da C=-Cn: a seconda del grado di elaborazione gli elementi che diventeranno parte della narrazione del sogno e del suo contenuto entreranno nelle caselle Ci=C. Alcuni elementi invece possono usare in questa fase di sonno le vie motorie o vegetative ed entrare quindi nella casella C. In questa casella potrebbero essere incluse le modificazioni cardiocircolatorie e respiratorie e gli stessi movimenti oculari rapidi, che hanno così tanta importanza nel definire lo stadio e, in età evolutiva, nel definire il grado di maturità raggiunto dal sistema nervoso centrale.</span></div><div><span class="cf1"><br>Per concludere, ho fatto qui un tentativo di definire un tracciato neurobiologico entro il quale fare entrare concetti nati dalla pratica clinica e da riflessioni teoriche. </span><span class="fs11lh1-5 cf1">Il concetto di funzione alfa di Bion e l'uso che egli ha fatto della Griglia suggeriscono un modello che, nella elaborazione di operazioni mentali, si avvicina al modello biologico. In questo senso ho creduto di poter definire Bion un dualista-interazionista, su posizioni diverse da Popper e Eccles, ma pur sempre su quella linea di pensiero che potrebbe riallacciarsi al primo Freud del Progetto. </span><span class="fs11lh1-5 cf1">Le funzioni della mente per Bion, si esplicano infatti all'interno di funzioni neurobiologiche che permettono alle operazioni mentali di strutturarsi e manifestarsi. Questo è particolarmente vero per le funzioni alfa del sogno che qui ho cercato di inserire nell'ambito di una attività o cornice biologica che faccia da « contenitore », per rimanere nel linguaggio di Bion, alla organizzazione dei processi del pensiero.</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 26 Dec 2024 09:54:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Approfondimento Psichedelici]]></title>
			<author><![CDATA[Caterina Bartoli (Studio Aegle)]]></author>
			<category domain="https://popmed.info/blog/index.php?category=Psichedelia"><![CDATA[Psichedelia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000005"><div><span class="fs20lh1-5 cf1"><b>1. 24 anni fa (ketamina)</b></span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf2">Nel 2000, basandosi su una lunga serie di ricerche precliniche in cui si evidenziava il possibile ruolo dei recettori NMDA nella patofisiologia della depressione maggiore, qualcuno si è chiesto se la ketamina, un potente antagonista NMDA, potesse avere proprietà antidepressive oltre che le già note proprietà di analgesico dissociativo sfruttate in anestesia. È stato quindi condotto un piccolo studio randomizzato in doppio cieco, in cui 7 pazienti con depressione maggiore hanno ricevuto ketamina endovena in infusione, oppure soluzione fisiologica. I pazienti che avevano ricevuto ketamina hanno mostrato una significativa diminuzione dei sintomi depressivi nelle 72 ore successive all’infusione: al contrario del placebo, la ketamina ha mostrato evidenti miglioramenti in tutte le scale di valutazione utilizzate. Questo ha aperto la strada ad una lunga serie di ricerche cliniche che hanno portato all’approvazione nel 2019 dell’utilizzo della esketamina (Spravato) nella depressione resistente al trattamento. Nonostante la ketamina sia considerata uno psichedelico non classico, si può dire che da questo momento in poi sono state gettate le basi per la moderna ricerca in medicina psichedelica.</span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf2"><br></span></div><div><blockquote><div><span class="fs11lh1-5 cf2">Eccovi l’articolo:</span></div><div><strong><span class="fs11lh1-5 cf3 ff1"><a href="https://www.biologicalpsychiatryjournal.com/article/S0006-3223(99)00230-9/abstract" target="_blank" class="imCssLink">Antidepressant effects of ketamine in depressed patients</a></span></strong></div></blockquote></div><div><strong><br></strong></div><div><strong class="fs20lh1-5 cf1">2. 18 anni fa (psicolocibina)</strong></div><div><span class="fs11lh1-5 cf2">Il Dr. Roland Griffiths, recentemente scomparso, viene a ragione riconosciuto come uno dei padri fondatori del cosiddetto Rinascimento Psichedelico, la moderna riscoperta delle proprietà terapeutiche degli psichedelici, dopo che la messa al bando di queste sostanze da parte del presidente Nixon nel 1970 pose fine ad una prolifica serie di ricerche cliniche e al più noto movimento hippie. Griffiths, fondatore del Center for Psychedelic &amp; Consciousness Research alla Johns Hopkins University riuscì ad ottenere nel lontano 2006 il permesso di somministrare psilocibina a 30 soggetti randomizzati che non avevano mai provato psichedelici, giusto per vedere che cosa succedeva. Le profonde esperienze mistiche vissute hanno continuato ad avere ripercussioni positive anche a 2 mesi di distanza dal trip: tutti i partecipanti riferirono duraturi miglioramenti nel loro comportamento e nella loro visione del mondo, cambiamenti notati anche dai loro amici e familiari. Possibile che le esperienze mistiche possano essere indotte così facilmente e anche studiate in maniera rigorosa e statistica? Possibile che gli psichedelici non siano solo droghe brutte e cattive come ci dicono dagli anni Settanta e che, se utilizzate in un ambiente clinico controllato, possano avere anche un effetto positivo? Possibile.</span></div><div><blockquote><div><span class="fs14lh1-5 cf2 ff2"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf2">Eccovi l’articolo:</span></div><div><strong><span class="fs11lh1-5 cf3 ff1"><a href="https://link.springer.com/article/10.1007/s00213-006-0457-5" target="_blank" class="imCssLink">Psilocybin can occasion mystical-type experiences having substantial and sustained personal meaning and spiritual significance</a></span></strong></div></blockquote></div><div><strong><br></strong></div><div><strong class="fs20lh1-5 cf1">3. Cervello entropico</strong></div><div><span class="cf2"><span class="fs11lh1-5">Un vero e proprio scienziato VIP del Rinascimento Psichedelico è il Dr. Robin Carhart-Harris, allievo dell’ancora più famoso Dr. David Nutt dell’Imperial College di Londra. Insieme, sono tra i più prolifici autori di ricerca in medicina psichedelica, soprattutto in tutta quella parte complessa, e a tratti oscura, delle neuroscienze. A loro dobbiamo la teoria del cervello entropico: una maggiore caoticità nelle connessioni cerebrali corrisponde ad una aumentata ricchezza di informazioni processate. Nella nostra quotidianità operiamo con il risparmio energetico, oscilliamo in un range abbastanza ristretto di entropia cerebrale, ma con i giusti stati di alterazione della coscienza si possono mescolare le carte in tavola e gli psichedelici sono ben noti per alterare lo stato di coscienza. È stata quindi fatta una cosa semplice ma rivoluzionaria: è stata data psilocibina a soggetti sani che sono stati poi infilati in una risonanza magnetica funzionale, per vedere che cosa succedeva al cervello durante il trip psichedelico. Mai prima di allora era stato visto un cervello più caotico. E mai prima di allora era stato visto su schermo il silenziamento del Default Mode Network (DMN), il direttore d’orchestra delle nostre funzioni cerebrali superiori, tutte quelle operazioni metacognitive dalla riflessione sul sé ai sogni ad occhi aperti (Freud avrebbe forse parlato di </span><em class="fs11lh1-5">ego</em><span class="fs11lh1-5">). Curioso che nella depressione, nell’OCD e nelle dipendenze il DMN sia particolarmente attivo. Curioso anche che gli psichedelici siano noti per dissolvere l’ego.</span></span></div><div><blockquote><div><span class="fs11lh1-5 cf2"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf2">Eccovi l’articolo:</span></div><div><strong><span class="fs11lh1-5 cf3 ff1"><a href="https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC3909994/" target="_blank" class="imCssLink">The entropic brain: a theory of conscious states informed by neuroimaging research with psychedelic drugs</a></span></strong></div></blockquote></div><div><strong><br></strong></div><div><strong class="fs20lh1-5 cf1">4. Connettomica psichedelica</strong></div><div><span class="fs11lh1-5 cf2">Se uno non è neuroscienziato o se non ha la più pallida idea di che cosa voglia dire homological scaffolds, è possibile capire in maniera semplice cosa succede al cervello sotto l’effetto della psilocibina? Questa immagine, la più famosa e caratteristica nella ricerca psichedelica moderna, aiuta anche i più naive: a sinistra le connessioni, alquanto noiose, di un cervello normale, a destra le connessioni di un cervello in pieno trip psichedelico. </span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><img class="image-0" src="https://popmed.info/images/a9468caa-ca69-432d-99c5-b3ded1b80fde_633x323.webp"  title="" alt="" width="633" height="323" /><span class="fs11lh1-5"><span class="cf3"><br></span></span></div><div><span class="fs11lh1-5"><span class="cf3"><br></span></span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf2">Aree cerebrali che normalmente non hanno alcun tipo di comunicazione tra di loro, iniziano interessanti conversazioni: da qui nascono tutte quelle caratteristiche di un trip psichedelico, dalle sinestesie alla dissoluzione dell’ego, dalle alterazioni visive alle esperienze mistiche.</span></div><div><blockquote><div><span class="fs11lh1-5 cf2"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf2">Eccovi l’articolo (per i più smanettoni):</span></div><div><strong><span class="fs11lh1-5 cf3 ff1"><a href="https://royalsocietypublishing.org/doi/10.1098/rsif.2014.0873" target="_blank" class="imCssLink">Homological scaffolds of brain functional networks</a></span></strong></div></blockquote></div><div><strong><br></strong></div><div><strong class="fs20lh1-5 cf1">5. Il triangolo di Zimberg</strong></div><div><span class="fs11lh1-5 cf2">Non si può parlare di psichedelici senza affrontare la peculiare questione del set e del setting, quell’insieme di parametri psicologici, ambientali e sociali che modulano l’esperienza psichedelica. Gli psiconauti più scafati sanno che in realtà i bad trip non esistono, ma se si può evitare di farcela prendere male quando si usano psichedelici, tanto meglio. Si attribuisce l’origine dei termini set e setting al controverso Timothy Leary, psicologo ad Harvard negli anni Sessanta, quindi non proprio l’ultimo idiota, che però si è visto bruciare la reputazione dal suo motto più famoso “Turn on, tune in, drop out” predicato dal palco a migliaia di hippie in sua adorazione. I concetti e l’importanza di set e setting erano già ben presenti alla comunità scientifica da tempo. In questa revisione ne viene ripercorsa la storia.</span></div><div><blockquote><div><span class="fs11lh1-5 cf2"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf2">Eccovi l’articolo:</span></div><div><strong><span class="fs11lh1-5 cf3 ff1"><a href="https://journals.sagepub.com/doi/10.1177/2050324516683325" target="_blank" class="imCssLink">Constructing drug effects: A history of set and setting</a></span></strong></div></blockquote></div><div><strong><br></strong></div><div><strong class="fs20lh1-5 cf1">6. Come sulla neve</strong></div><div><span class="cf2"><span class="fs11lh1-5">Robin Carhart-Harris colpisce ancora e nel 2019, poiché la teoria del cervello entropico era troppo semplice, propone il modello REBUS (Relaxed Beliefs Under Psychedelics): attraverso un’aumentata entropia cerebrale, gli psichedelici portano ad un rilassamento delle nostre credenze, liberando così un flow di informazioni altrimenti inaccessibili. In pratica il controllo gerarchico top-down del nostro cervello va a farsi benedire e viene lasciato spazio ad un fluire libero ed anarchico del pensiero, ma anche dell’informazione bottom-up (per la gioia della psicoterapia sensomotoria e compagnia). Oltre ad ammorbidire la mente in generale, vengono anche allentate tutte quelle procedure rigide caratteristiche di alcune patologie, tra cui la depressione. Nel suo libro bestseller “</span><em class="fs11lh1-5">Come cambiare la tua mente</em><span class="fs11lh1-5">” Michael Pollan propone questa spiegazione:</span></span></div><div><span class="cf2"><em>“Pensi al cervello come a una collina innevata e ai pensieri come a slitte che scivolano giù dal pendio. Via via che, una dopo l'altra, le slitte scendono sulla neve, vi lasceranno un piccolo numero di solchi più profondi. E ogni volta che scenderà un'altra slitta, sarà attirata nei solchi preesistenti, quasi come da una calamita. Quelle tracce più profonde rappresentano, nel cervello, le connessioni neurali più utilizzate, molte delle quali attraversano la DMN. Col tempo, è sempre più difficile scendere dalla collina in una direzione diversa o percorrendo una qualsiasi altra traiettoria. </em><em class="fs11lh1-5">Ora pensi agli psichedelici come agenti che, temporaneamente, battono la neve. I solchi più profondi scompaiono, e all'improvviso le slitte possono andare anche in altre direzioni, esplorando nuovi paesaggi e creando letteralmente nuove piste. Quando la neve è più fresca, la mente è più impressionabile, e basta una minima esortazione, qualsiasi cosa, una canzone, un'intenzione o il suggerimento di un terapeuta, per esercitare un'influenza potente sulla sua direzione futura.”</em></span></div><div><blockquote><div><span class="fs11lh1-5 cf2"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf2">Eccovi l’articolo:</span></div><div><strong><span class="fs11lh1-5 cf3 ff1"><a href="https://pharmrev.aspetjournals.org/content/71/3/316" target="_blank" class="imCssLink">REBUS and the Anarchic Brain: Toward a Unified Model of the Brain Action of Psychedelics</a></span></strong></div></blockquote></div><div><strong><br></strong></div><div><strong class="fs20lh1-5 cf1">7. Psicoplastogeni</strong></div><div><span class="fs11lh1-5 cf2">Ancora non ci è dato sapere con certezza come gli psichedelici esercitino il loro effetto terapeutico. Oggi sappiamo che potrebbe dipendere anche dalla loro capacità di indurre neuroplasticità. Infatti, già qualche anno fa, è stato visto che se si somministra a topi depressi uno psichedelico e allo stesso tempo un bloccante del recettore 5-HT2A (il principale recettore implicato negli effetti psichedelici), i topi guariscono dalla depressione senza riportare segni di allucinazioni. Sempre sui topi è stato scoperto che gli psichedelici si legano al recettore TrkB, e addirittura il legame LSD-TrkB è 1000 volte più forte del legame tra un generico farmaco antidepressivo e TrkB. Questo recettore è il principale target del brain-derived neurotophic factor (BDNF), proteina che sostiene la sopravvivenza neuronale e promuove la crescita e la differenziazione di nuovi neuroni e sinapsi. Da qui è nata la recentissima corsa farmacologica allo sviluppo di psicoplastogeni, molecole che mantengono gli effetti terapeutici degli psichedelici senza però l’accompagnamento di allucinazioni e dissoluzione dell’ego.</span></div><div><blockquote><div><span class="fs11lh1-5 cf2"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf2">Eccovi l’articolo:</span></div><div><strong><span class="fs11lh1-5 cf3 ff1"><a href="https://www.nature.com/articles/s41593-023-01316-5" target="_blank" class="imCssLink">Psychedelics promote plasticity by directly binding to BDNF receptor TrkB</a></span></strong></div></blockquote></div><div><strong><br></strong></div><div><strong class="fs20lh1-5 cf1">8. (di nuovo sull’) MDMA per il PTSD</strong></div><div><span class="fs11lh1-5 cf2">Dagli anni Ottanta Rick Doblin è il volto di MAPS, la Multidisciplinary Association for Psychedelic Studies, un’associazione no profit che si è impegnata nell’affermare ll’MDMA (ecstasy) come valido trattamento del PTSD. Dopo lunghi anni, e tanti milioni di dollari raccolti per beneficenza, MAPS è riuscita nel 2023 ad ultimare il suo studio di fase 3 sulla MDMA-Assisted Therapy. Spoiler: l’FDA ha bocciato lo studio. Ma i risultati sono stati comunque degni di nota, nonostante le critiche e le polemiche che hanno contornato il processo di valutazione della FDA. L’utilizzo della psicoterapia proposta da MAPS per sfruttare le caratteristiche dell’MDMA nel risolvere i traumi (maggiore apertura e condivisione, abbassamento dei muri personali, riduzione della paura), ha portato in 18 settimane a remissione completa in più del 70% dei pazienti studiati. Lo studio non sarà stato all’altezza degli standard della comunità scientifica, ma ciò non toglie che i dati ottenuti riflettono l’importanza della potenzialità di questa terapia.</span></div><div><blockquote><div><span class="fs14lh1-5 cf2 ff2"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf2">Eccovi l’articolo:</span></div><div><strong><span class="fs11lh1-5 cf3 ff1"><a href="https://www.nature.com/articles/s41591-023-02565-4?utm_source=aegle.beehiiv.com&utm_medium=referral&utm_campaign=mdma-nel-ptsd" target="_blank" class="imCssLink">MDMA-assisted therapy for moderate to severe PTSD: a randomized, placebo-controlled phase 3 trial</a></span></strong></div></blockquote></div><div><strong><br></strong></div><div><strong class="fs20lh1-5 cf1">9. Psicoterapia Assistita da Psichedelici (PAP)</strong></div><div><span class="fs11lh1-5 cf2">Si parla sempre di psicoterapia assistita da psichedelici, ma quanto è davvero importante la psicoterapia, e quanto invece l’outcome terapeutico dipende esclusivamente dall’azione neurofisiologica dello psichedelico? Questo è un grande dilemma nel mondo della ricerca psichedelica, dilemma che ancora non ha trovato risposta. Da un lato è molto difficile quantificare e valutare in maniera numerica e statistica la psicoterapia (soprattutto, quale tipo di psicoterapia?), dall’altro sempre più studi mostrano come gli psichedelici agiscono in maniera indipendente nel modificare strutturalmente il cervello e i processi biologici. I trial clinici sono spaccati in due: chi offre psicoterapia a tutti i partecipanti, chi offre solo supporto psicologico per contenere eventuali attacchi di panico o improvvise tendenze a buttarsi dalla finestra. Si dice che un trip psichedelico equivalga a 10 anni di psicoanalisi, e le opportunità che queste sostanze possono regalare allo psicoterapeuta (adeguatamente preparato) nella gestione di alcuni pazienti sono innegabili.</span></div><div><blockquote><div><span class="fs11lh1-5 cf2"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf2">Eccovi l’articolo:</span></div><div><strong><span class="fs11lh1-5 cf3 ff1"><a href="https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/38101439/" target="_blank" class="imCssLink">Treatment with psychedelics is psychotherapy: beyond reductionism</a></span></strong></div></blockquote></div><div><strong><br></strong></div><div><strong class="fs20lh1-5 cf1">10. Articolo Storico! 1956</strong></div><div><span class="cf2"><span class="fs11lh1-5">Negli anni Cinquanta e Sessanta l’Italia è stato il Paese con il maggior numero di pubblicazioni scientifiche sugli psichedelici, soprattutto LSD. Incredibile, ma vero (ce lo conferma D’Arenzio in </span><span class="fs11lh1-5"><a href="https://journals.sagepub.com/doi/full/10.1177/20503245231179687" target="_blank" class="imCssLink">questa revisione storica</a></span><span class="fs11lh1-5">). </span><span class="fs11lh1-5">Le vecchie riviste psichiatriche, con i loro termini desueti e con procedure al limite dell’etico, racchiudono una miniera di conoscenza perduta. Già nel lontano 1956 si considerava l’importanza di set e setting, si intuivano come fondamentali la supervisione medica e l’integrazione post esperienza, si pensava fosse saggio avere un barbiturico a portata di mano per risolvere i possibili bad trip, non si sapeva se e quanto la psicoterapia potesse influire nel trattamento. Già si vedevano i numerosi benefici clinici degli psichedelici, e si sapeva che non era solo “suggestione”. Grazie al minuzioso lavoro di Giorgio Samorini è possibile riportare alla luce articoli archeologici come questo.</span></span></div><div><blockquote><div><span class="fs14lh1-5 cf2 ff2"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf2">Eccovi l’articolo:</span></div><div><strong><span class="fs11lh1-5 cf3 ff1"><a href="https://www.samorini.it/doc1/alt_aut/ek/giberti-gregoretti-boeri-l-impiego-della-dietilamide-dell-acido-lisergico-nelle-psiconevrosi.pdf?_gl=1*140t47d*_ga*Mjc0OTc1NzA4LjE3MjYzMTEwMzA.*_ga_VT3T3E08J2*MTcyNjMxMTAyOS4xLjEuMTcyNjMxMTE1NS4wLjAuMA..&_ga=2.240430339.1024775776.1726311038-274975708.1726311030" target="_blank" class="imCssLink">L’impiego della dietilamide dell’acido lisergico nelle psiconevrosi</a></span></strong></div></blockquote></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 25 Dec 2024 10:21:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[“La generazione ansiosa”: recensione approfondita e valutazioni]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaele Avico]]></author>
			<category domain="https://popmed.info/blog/index.php?category=Recensioni"><![CDATA[Recensioni]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000004"><div><span class="cf1">“<strong>La generazione ansiosa</strong>” viene tradotto e pubblicato recentemente da Rizzoli; è un saggio da un titolo forte, che però merita una lettura approfondita, vista l’attualità dei suoi contenuti, e i dati allarmanti riguardanti la salute mentale dei giovani, da più parti denunciate.</span></div><div><span class="cf1"><br></span></div><div><span class="cf1">Il volume si presenta come una sorta di mega-indagine, una vera e propria inchiesta giornalistica che mette in ordine e sistematizza i più recenti dati a riguardo della salute mentale dei giovani in relazione all’utilizzo di smartphone e social-media, con un focus sul <strong>periodo 2010-2015</strong>, cornice temporale che ha ospitato diverse innovazioni tecnologiche largamente <em>disruptive</em>, tutte insieme (iphone, app gratuite in cambio di pubblicità, social media, telefoni dotati di telecamere frontali, internet per tutti sempre e ovunque), in grado di avviare un cambio di paradigma a livello di relazioni e comunicazione tra gli individui -per le fasce d’età più giovani coincidente con quello che l’autore chiama, un po’ drammaticamente, la “<strong>Grande Riconfigurazione dell’Infanzia</strong><em>”. </em><span class="fs11lh1-5">Qui ne faremo una </span><strong class="fs11lh1-5">recensione approfondita</strong><span class="fs11lh1-5">, cercando di cogliere gli aspetti più importanti di quello che l’autore ci vuole passare. </span><span class="fs11lh1-5">Jonathan Haidt è un professore universitario a NYC, e già in precedenza, con </span><span class="fs11lh1-5">questo libro</span><span class="fs11lh1-5">, aveva indagato la salute mentale giovanile; i suoi studi si posizionano al confine tra la psicologia sociale e la sociologia: ha anche avviato un sito da usare come strumento a latere della lettura, questo: </span><span class="fs11lh1-5">https://www.anxiousgeneration.com</span></span></div><div><span class="cf1"><br></span></div><div><span class="cf1">Vediamone alcune parti di “la generazione ansiosa” in dettaglio, procedendo nella lettura:</span></div><div><ol><li><div><span class="fs11lh1-5 cf1">Nella prima parte del suo lavoro H. presenta il suo concetto di “<em>Grande Riconfigurazione dell’Infanzia</em>”: la sua idea è che dal 2010 al 2015 qualcosa sia accaduto, e che l’infanzia abbia preso forme nuove, correlate all’introduzione di device tecnologici estremamente additivi, precedente a un preoccupante <strong>aumento di disturbi internalizzanti</strong> per le femmine in età adolescenziale ed <strong>esternalizzanti per i maschi</strong> nella stessa età. Il libro è stato scritto nel 2023, è quindi molto attuale: il problema del “malessere psicologico nei giovani” è sulla bocca di tutti.</span></div></li><li><div><span class="fs11lh1-5 cf1">Il vero fattore discriminante, secondo Haidt, è rappresentato dalla <strong>pervasività</strong> di utilizzo dei device, che da un certo tempo in poi (l’Iphone è stato introdotto nel 2007), ha garantito di essere <strong>tutti sempre connessi</strong> -ancor di più dopo l’introduzione dei social network</span></div></li><li><div><span class="fs11lh1-5 cf1">Haidt ragiona sul fatto che se il malessere dei/le ragazz* in età adolescenziale fosse causato da elementi di macro-contesto nel mondo reale (come crisi economiche o guerre) altre epoche avrebbero dovuto essere più tragiche (come il 2009): no, secondo l’autore parliamo di qualcosa successo nella prima metà degli anni ‘10, e non “esterno”/riguardante guerre, epidemie o altro. Anzi, in questi ultimi casi -l’autore sottolinea-, a volte le comunità fanno gruppo e sperimentano paradossali effetti positivi in senso psicologico</span></div></li><li><div><span class="fs11lh1-5 cf1">Nel secondo capitolo, Haidt parte da alcune considerazioni riguardanti lo <strong>sviluppo “sano” di un bambino</strong>, soprattutto nella lenta gestazione delle sue abilità psicosociali/cognitive: tante di queste abilità, il bambino le sviluppa impegnandosi in un’attività <em>sincrona</em> e basata sulla <em>sintonizzazione emotiva</em> con l’altro -attività come il <strong>gioco sociale</strong>.<br>L’autore si chiede cosa produca un bombardamento mediatico operato su di un cervello malleabile come argilla negli anni cruciali, anni come quelli della preadolescenza, arrivando a parlare di un passaggio da un’“<em>infanzia basata sul gioco</em>” ad un’“<em>infanzia basata sul telefono</em>”.<br>Haidt parla di una “<strong>riconfigurazione</strong>” vera e propria dell’infanzia, che attraverso il telefono sarebbe stata espropriata delle attività che evoluzionisticamente sarebbero state più importanti (come appunto il gioco sociale sincrono, la sintonizzazione affettiva, l’autoregolazione nel gruppo dei pari). Sottolinea a proposito di questo l’importanza del gioco “rischioso”, corporeo, citando diversi studiosi che lo &nbsp;approfondiscono (si veda per esempio questo studio): <strong>la natura del bambino è antifragile</strong>, necessita cioè di “perturbazione e stress” per evolvere</span></div></li><li><div><span class="fs11lh1-5 cf1">Nel quarto capitolo l’autore apre il macro-capitolo “pubertà”, età particolarmente delicata in termini di “finestra di apprendimento” soprattutto a livello culturale/di conoscenza (si veda questo approfondimento su “La mente adolescente” di Daniel Siegel): qui pone il problema degli<strong> “inibitori di esperienze”</strong> (la cultura dell’<strong>iperprotezione</strong> che Haidt chiama <em><strong>safetyism</strong></em> e la dipendenza da smartphone), e riflette sull’assenza di riti di passaggio (almeno non nel mondo online, esente da questo tipo di logiche)</span></div></li><li><div><span class="fs11lh1-5 cf1">Proseguendo nella lettura del libro, Haidt fa un veloce excursus storico a partire dal lancio del primo Iphone nel 2007, attraverso la creazione delle prime app (prima a pagamento, poi sostenibili a partire dalla pubblicità) fino ai giorni nostri; parla quindi del notorio “circuito di ricompensa” e di come si possa sviluppare una dipendenza da smartphone, che ritiene “attivamente progettata” negli anni del lancio dei primi social network dai fondatori delle app stesse. Si trattava di ingenerare dipendenza nei ragazzini che avrebbero usato il social, obbligandoli a passare più tempo possibile sulle piattaforme. Ma come fare? Il meccanismo è quello della<strong> ricompensa “non garantita”</strong>. Così come avviene nel gioco d’azzardo, far seguire a una determinata azione una ricompensa sviluppa un apprendimento veicolato dal rilascio di una certa quantità di neurotrasmettitori: la ricompensa non dev’essere però garantita, per poter ingaggiare in modo più forte chi ne dovrebbe fruire -si evita così l’abituazione ad essa e il darla per “scontata- : il meccanismo è largamente studiato ed è appunto alla base del meccanismo che regge (e avvia) il disturbo da gioco d’azzardo patologico.<br>In più, Haidt ragiona sull’elemento “attivo” inerente gli aspetti di rinforzo, ovvero la possibilità da parte dei fruitori di essere in prima persona coinvolti, essendo che l’oggetto del reward è la propria immagine, la <strong>rappresentazione sociale di sé</strong>. In questo modo, Haidt sostiene, si arriva a un passaggio fondamentale, la generazione di un meccanismo di aggancio basato non solo su <em>trigger esterni</em> (come la notifica, il suono che richiama l’utente al device), ma su <em><strong>trigger interni</strong></em>, “formulazioni mentali”, “call to action mentali” in grado di attivare il soggetto alla compulsione e di disturbare il normale flusso dei suoi pensieri; veri e propri “<strong>pensieri-trigger</strong>” sospinti alla coscienza dalla “fame” di rilascio neurotrasmettitoriale, come d’altronde accade in ogni dipendenza: “<em>chissà se avrò ricevuto notifiche</em>”, “<em>devo assolutamente controllare</em>”, etc.</span></div></li><li><div><span class="fs11lh1-5 cf1"><strong>Correlazione? No, causa.</strong> Proseguendo nella lettura, Haidt propone con forza l’idea che i disturbi psicopatologici osservati a partire dalla finestra temporale 2010-2015, debbano essere attribuiti ai prima descritti cambi di abitudini a riguardo del rapporto con gli oggetti tecnologici. Mette insieme una mole impressionante di dati, che si possono recupare qui.</span></div></li><li><div><span class="fs11lh1-5 cf1">Nella quarta parte del libro, Haidt seleziona e presenta ulteriori studi, a tratti assumendo un tono paternalistico, moralizzante: unici elementi degni di nota, la questione del <strong>maggior impatto dell’utilizzo dei device sulle ragazze</strong>, e il tema del distacco progressivo dagli ambienti naturali, alla cui frequentazione l’evoluzione ci avrebbe chiamati: a contatto con la natura, e in generale nella “realtà”, siamo esposti sia a dolore (un rifiuto “dal vivo”, un infortunio corporeo) che ad esperienze trasformative e positive, anche in senso spirituale (per mezzo di attività corali, fatte insieme, funzionali appunto al trascendere -come assistere ad un concerto dal vivo).</span></div></li></ol></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1">Che fare, dunque?</span></div><div><span class="cf1"><span class="fs11lh1-5">La seconda parte -più breve- del volume, è incentrata su quello che i <strong>governi, le scuole e i genitori</strong> dovrebbero fare per contrastare il processo di “riconfigurazione dell’infanzia” citato dall’autore. </span><span class="fs11lh1-5">I capitoli che si susseguono in questa seconda parte, sono per lo più ripetizioni di due concetti fondamentali:</span></span></div><div><ol><li><div><span class="fs11lh1-5 cf1">è necessario<strong> rivedere e ripensare le norme</strong> (e anche le leggi) con cui permettiamo agli individui minorenni di accedere alle pagine internet. Il problema che l’autore pone in tutto il libro, viene anche qui riproposto: abbiamo concesso una<strong> libertà smisurata</strong> e non protetta alla navigazione su internet, e allo stesso tempo stiamo <strong>iper-proteggendo</strong> nel mondo reale i bambini e gli adolescenti, inabilitandoli alle esperienza di crescita fondamentali</span></div></li><li><div><span class="fs11lh1-5 cf1">riprendendo il tema prima accennato, l’autore suggerisce di contrastare la tendenze al <em>safetyism</em>, all’<em>iper-protezione</em>, lavorando (pensando alle nuove generazioni) per la promozione di una maggiore connessione alla vita reale, offline</span></div></li></ol></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1">In conclusione, il volume come prima accennato rappresenta un’indagine -scritta in modo semplice, spesso ridondante- a riguardo degli impatti dell’utilizzo di smartphone e social media sulla salute mentale di ragazz* cresciuti nel periodo “critico” tra 2010 e 2015.</span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1">Le parti più interessanti del volume sono quelli inerenti gli studi a riguardo del potere dipendentogeno dei device tecnologici: non rivelano nulla di veramente nuovo, ma sistematizzano gli studi che negli ultimi anni sono stati pubblicati, fornendo <strong>prove convincenti</strong> a riguardo di una effettiva <em>causalità</em> tra l’immissione nel mercato dei suddetti strumenti tecnologici e il peggioramento della salute mentale delle generazioni che, in quegli anni, si stavano formando.</span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1">Declassare una valutazione approfondita come quella eseguita da Jonathan Haidt a “boomerismo”, “trombonaggine” o generico “luddismo”, equivale a non prendere seriamente in considerazione la questione, problematizzandola come è necessario fare. Giungere alla conclusione che “<em>è sempre successo così”</em>, che “<em>ogni cambio di paradigma ha pro e contro</em>”, rischia nuovamente di lasciare tutto così com’è, senza che nessuno faccia nulla nè per avallare, né per modificare/raddrizzare/intervenire sullo stato delle cose.<br><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1">Perchè inoltre -l’autore si chiede-, spostiamo sempre la questione su problemi “precedenti” che sarebbero la causa “prima”, originaria dei problemi di dipendenza dei ragazzi? Non possiamo intervenire su entrambi i momenti del problema, su <strong>tutti gli elementi in gioco</strong> di questo fenomeno, senza accanirci su “cosa venga prima” -domanda peraltro difficile, se non impossibile, da indagare?</span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1">Tendenzialmente, abbiamo a che fare con una nuova, subdola e ormai endemica nuova forma di <em><strong>dipendenza comportamentale</strong></em>, rinforzata da meccanismi neurobiologici invincibili e inevitabili, soprattutto in chi ha il cervello in maturazione. La sensazione tuttavia è che, al momento, questa nuova forma di dipendenza non sia veramente problematizzata né pensata come tale: altre questioni sembrano sempre più attuali, forse perchè esiste un qualcosa da combattere attivamente, in senso fisico. Perché viene combattuta così ferocemente la cannabis legale, per fare un esempio, e ci si muove con lentezza da pachiderma nel normare l’accesso a siti dannosi per la salute mentale di individui in pieno sviluppo?</span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1">Nella parte finale di questo libro, Haidt osserva che sarebbe sufficiente ipotizzare l’intervento di aziende terze coinvolte al fine di controllare che i ragazzini che accedono a social o siti di pornografia siano effettivamente nell’età per farlo: non necessiteremmo di chissà quale tecnologia, sarebbe sufficiente un portale a cui autenticarsi con il proprio documento d’identità, che intercedesse per il soggetto stesso quando questi dovesse entrare in un determinato sito -garantendogli/le allo stesso tempo l’anonimato.</span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1">In ultima analisi, i <strong>limiti</strong> di questa indagine sono di ordine strettamente statistico: pur con questa enorme mole di dati, sembra difficile parlare di una causalità diretta: troppe variabili confondenti sporcano gli esperimenti, rendendo complicato tracciare una linea causale netta (per ora).</span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1">É indubbio tuttavia che a un’osservazione attenta, gli effetti dell’utilizzo compulsivo di uno smartphone -con tutto quello che al suo interno vi si possa rintracciare- sono evidenti, almeno agli occhi di un operatore della salute mentale: vanno dal modellare l’architettura dell’attenzione, al “bucare” la forma del pensiero (i trigger interni di cui prima scrivevamo, pensieri intrusivi in grado di portare l’attenzione al device, obbligandoci compulsivamente a ritornare ad esso) fino ad alterare il circuito del reward ingenerando una dipendenza comportamentale “nascosta” -allo stato delle cose accettata socialmente, per nulla problematizzata.</span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1">Recentemente è stato pubblicato un <strong>articolo abbastanza stupefacente</strong>, che indaga il concetto di “salienza” in relazione allo smartphone; il punto di questo studio era dimostrare come la semplice presenza del telefono nei pressi di un individuo, fosse in grado di assorbire una quota significativa delle sue capacità cognitive, di fatto diminuendole. Si tratta di uno dei primi studi che indagano l’<strong>effetto della semplice presenza dello smarphone sulle capacità cognitive e attenzionali di un individuo</strong>, senza che necessariamente vi sia un altro compito da svolgere o un’interazione fisica con il telefono. Inoltre, gli autori sottolineavano che l’effetto pareva presentarsi anche nella consapevolezza a riguardo dello spegnimento del telefono stesso, o con lo schermo non visibile, cosa che dovrebbe farci ragionare sul potere che questo oggetto ha nel contesto delle nostre vite quotidiane. Sembrerebbe esistere, gli autori spiegano, una sorta di bisogno “sub-cosciente” di “monitorarlo”. Concludono con un consiglio chiaro: “<em>however, our data suggest at least one simple solution: separation</em>”.</span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1">Tornando e concludendo sul libro di Haidt, <strong>La generazione ansiosa</strong> rappresenta una fotografia di estrema attualità dello stato di salute mentale delle generazioni dei ragazzi nati a partire dalla seconda metà degli anni ‘90, con un focus sulle implicazioni dei profondi sconvolgimenti in campo tecnologico che a partire dagli anni ‘10 del 2000, si sono succeduti con impressionante velocità. Al centro della sua indagine, Haidt pone i rischi di una forma endemica di dipendenza comportamentale che attribuisce all’uso pervasivo di device tecnologici portatili, fornendo alcune indicazioni generiche su temi di “ecologia della mente”, aiutando il lettore a porsi in una relazione consapevole con questi strumenti tecnologici, finalmente e coraggiosamente problematizzando la questione.</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 23 Dec 2024 16:19:00 GMT</pubDate>
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